Firme false liste M5S a Palermo, salgono a 13 gli indagati grillini

Firme false liste M5S a Palermo, salgono a 13 gli indagati grillini

Sospesi in via cautelare tre deputati e un'attivista che non hanno risposto ai pm

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    Firme false liste M5S a Palermo, salgono a 13 gli indagati grillini

    Il collegio dei probiviri del M5S ha sospeso in via cautelare 3 deputati e un’attivista indagati per il caso delle firme false a Palermo: si tratta dei parlamentari nazionali Claudia Mannino, Giulia Di Vita, Riccardo Nuti e l’attivista Samantha Busalacchi, collaboratrice del gruppo pentastellato all’Ars. La notizia è stata diffusa con un comunicato ufficiale dal blog del movimento: a far scattare la decisione è stato il loro comportamento definito “lesivo” ancor più dopo l’appello del garante ad auto sospendersi. Gli indagati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti ai pm e si sono rifiutati di sottoporsi a un test grafologico, “comportamenti non conformi ai principi del movimento”, come si legge nel comunicato. Ulteriori decisioni verrano prese, conclude la nota, “nella piena cognizione di tutti i fatti rilevanti di cui al presente procedimento, anche all’esito delle valutazioni svolte dall’autorità giudiziaria e nel contraddittorio con gli interessati”.

    Intanto salgono a 13 gli indagati grillini per la vicenda delle firme false delle liste M5S a Palermo per le elezioni comunali 2012 con l’accusa di falso in atto pubblico in violazione del testo unico 570 del 1960. Tra loro anche alcuni deputati nazionali come Riccardo Nuti e Giulia Di Vita: indagato anche Pietro Salvino, marito dell’altra parlamentare Claudia Mannino, già iscritta nel registro degli indagati, e Riccardo Ricciardi, marito della deputata Loredana Lupo (non indagata), che ha portato materialmente le liste in Comune. Chiamati dai pm, i parlamentari Nuti e Mannino, con Salvino, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere e si sono rifiutati di sottoporsi all’esame della calligrafia.

    I deputati hanno anche rimandato al mittente la richiesta di auto sospendersi dal movimento, giunta dai vertici nazionali. Chi invece ha deciso di seguire l’appello di Beppe Grillo a parlare è stato il deputato dell’assemblea regionale Giorgio Ciaccio che si è auto sospeso appena saputo di essere coinvolto nell’inchiesta sulle firme false. Secondo la ricostruzione di Repubblica, Ciaccio avrebbe anche testimoniato davanti ai pm titolari delle indagini, il procuratore aggiunto Dino Petralia e la pm Claudia Ferrari, confermando le accuse della sua collega alla Regione, Claudia La Rocca, la prima a svelare cosa accadde la notte del 3 aprile 2012 nella sede del meetup palermitano di via Sampolo.

    In quell’occasione, secondo le accuse, i militanti avrebbero ricopiato materialmente quasi 1900 firme per rimediare a un errore anagrafico di un candidato nella lista per il comune siciliano. La magistratura ha già acquisito decine di testimonianze di persone che non hanno riconosciuto la loro firma nelle liste consegnate agli uffici comunali.

    LEGGI LA RICOSTRUZIONE DEL CASO DELLE FIRME FALSE M5S A PALERMO

    Il caso è nato dalla segnalazione di alcuni militanti storici, a partire da Vincenzo Pintagro, e da un doppio servizio del programma di Canale 5 Le Iene che avevano raccolto testimonianze e documenti importanti. Il caso era già stato portato all’attenzione della magistratura e la Digos aveva già svolto indagini, senza giungere a nulla. Le nuove rivelazioni però hanno portato alla riapertura del fascicolo.

    La questione è delicata non solo dal punto di vista giudiziario ma soprattutto da quello politico. Si cerca di capire infatti se il caso sia arrivato fino ai massimi vertici: le ricostruzioni della stampa portano fino a Beppe Grillo a cui La Rocca avrebbe telefonato prima di recarsi in Procura.

    Il M5S nega la telefonata, ma il silenzio dei vertici preoccupa la base. “Chi ha sbagliato pagherà”, ripetono Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio.

    Il leader pentastellato aveva prima chiesto massima collaborazione a chi sapeva, per poi cercare di limitare i danni, parlando di una “sciocchezza”, con firme copiate e non false, in ogni caso inutili visto il risultato elettorale del 2012.

    Gli inquirenti però hanno chiarito che, anche se nessuno venne eletto in comune in quelle elezioni, molte persone si sarebbero giovate dei falsi, perché chi si era candidato alle comunali, secondo le regole decise dallo stesso Grillo, poteva candidarsi direttamente alle elezioni regionali e politiche, dove alcuni di loro sono riusciti a entrare in Regione e in Parlamento.

    I nomi fatti dalla super testimone La Rocca sono di quelli che contano nell’ambiente siciliano pentastellato e non solo: a copiare le firme insieme a lei ci sarebbero stati, fra gli altri, Claudia Mannino, Samantha Busalacchi, Loredana Lupo, mentre il candidato sindaco di Palermo, Riccardo Nuti, Giulia Di Vita e Chiara Di Benedetto erano tutti informati di quanto stava succedendo. Tutti, a parte la Busalacchi, sono stati eletti nel Parlamento nazionale. La consapevolezza e l’uso degli atti falsificati, ricorda la Procura, possono giustificare la contestazione del reato.

    Immediate le reazioni da parte del PD con Ernesto Carbone che va all’attacco. “Cittadini siciliani che disconoscono le loro firme, quindi Grillo, Di Maio e Di Battista hanno mentito”, dichiara il deputato. “Non sono state firme solo copiate, qui si tratta di firme falsificate. Un reato. Come al solito sapevano ma hanno preferito raccontare una bugia per coprire un fatto gravissimo”.

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