Cos’è il voto di scambio e come funziona

Cos’è il voto di scambio e come funziona

Dal clientelismo al voto di scambio politico-mafioso

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    Cos’è il voto di scambio e come funziona

    Il voto di scambio è quel fenomeno tipico della vita politica italiana con cui un candidato chiede il voto a un elettore in cambio di un tornaconto personale, di favori leciti o illeciti. È il clientelismo, la pratica con cui personaggi influenti o politici instaurano un sistema di favoritismi e scambi in cambio, appunto, del loro nome segnato sulla scheda elettorale. Prendiamo a esempio il caso del governatore della Campania Vincenzo De Luca, finito nella bufera per aver esortato 300 sindaci a votare Sì al referendum costituzionale in cambio di “fiumi di soldi” alla Campania da parte del governo Renzi. “De Luca incita al voto di scambio”, ha tuonato Luigi Di Maio dei 5 Stelle. Cos’è e come funziona il voto di scambio? Analizziamo inoltre termini e reati associati.

    È possibile innanzitutto distinguere tra voto di scambio legale e illegale. Non sempre, infatti, il favore con cui il politico ricambia il voto corrisponde a un atto illecito. Ad esempio, un costruttore chiede al politico di far diventare edificabile un campo agricolo: se questo avviene attraverso una regolare modifica del piano regolatore, non vi è reato. A volte il voto di scambio si rivela, come lo aveva definito lo scrittore Roberto Saviano, un “acceleratore di diritti”, l’unico modo per chiedere, o meglio elemosinare, un diritto sacrosanto che senza il ricatto del voto mai sarebbe stato riconosciuto.

    Si parla di voto di scambio illegale quando il favore corrisponde a un atto illecito. L’esempio più comune è la raccomandazione, l’assunzione presso un’amministrazione pubblica attraverso un concorso truccato.

    Il voto di scambio in ogni caso è considerato un malcostume, un fenomeno eticamente scorretto che consente ai politici di conquistare la poltrona, o di rimanerci attaccati, più per aver elargito favori che per meriti di buona amministrazione. Attraverso la compravendita di voti elettorali, un altro modo per parlare di voto di scambio e clientelismo. Una pratica utilizzata anche tra parlamentari stessi, ad esempio quando è in gioco la vita del governo e si deve votare la fiducia.

    Celebri i casi di Antonio Razzi e Domenico Scilipoti. Al centro della presunta compravendita di deputati da parte dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (che nel 2010 riuscì a ottenere una ormai insperata fiducia grazie a degli improvvisi e clamorosi cambi di casacca in Parlamento), i due ex IdV furono indagati per corruzione.

    In Italia il voto di scambio non è un reato autonomo (a parte nel caso dello scambio elettorale politico-mafioso, di cui parleremo nel prossimo paragrafo), e viene considerato reato quando associato ad altri comportamenti illegittimi. Come la corruzione elettorale, appunto. Una delle possibili conseguenze del clientelismo e dello scambio di voti, che spesso finiscono per generare un circolo vizioso di tangenti. In questo caso vengono puniti sia i politici che i cittadini corrotti, che abbiano espresso un voto in cambio, ad esempio, di una promessa di denaro o di un posto di lavoro nel settore pubblico.

    Come provare un voto del genere visto che il voto è segreto? Molti cittadini, nonostante il divieto (dal 2008 regole severe e pene esemplari, fino all’arresto, per chi si reca a votare munito di una fotocamera) arrivano a scattarsi una foto all’interno dell’urna per provare al proprio “padrone” di aver votato per lui. Risalendo a questa foto, il magistrato può provare il reato.

    Lo scambio elettorale politico-mafioso è un reato previsto dall’articolo 416 ter del codice penale italiano. Si tratta di una fattispecie di reato che riguarda i rapporti tra mafia e politica e che si distingue dal semplice voto di scambio. Tale delitto si verifica quando il politico abbia elargito denaro o altri favori alla criminalità organizzata, in cambio di voti imposti attraverso il metodo mafioso. Il reato fu introdotto nel 1992 proprio con lo scopo di contrastare i legami politico-mafiosi. Le pene (da 4 a 10 anni) sono state ridotte nel 2014, tra le polemiche.

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