Governicchio: significato e differenze con il governo tecnico e di larghe intese

Governicchio: significato e differenze con il governo tecnico e di larghe intese

Si tratta di un esecutivo di scarsa autorevolezza e solidità

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    Governicchio: significato e differenze con il governo tecnico e di larghe intese

    A meno di un mese dal Referendum Costituzionale del 4 dicembre a parlare di governicchio è stato Matteo Renzi. Il premier ha avvertito italiani e avversari: se vince il No “io non posso essere quello che si mette d’accordo con gli altri partiti per fare un governo di scopo o un governicchio”. E ancora: “Se qualcuno vuole fare strani pasticci il giorno dopo li fa senza di me”. Ma cos’è un governicchio?

    La definizione che ne dà il dizionario Treccani è quella di “un governo di scarsa autorevolezza e solidità”. Questo termine nel gergo politico è usato infatti in senso dispregiativo. Generalmente indica un esecutivo in cui la maggioranza è perennemente appesa a un filo, a cui può bastare un voto per determinare la sfiducia e la caduta. Il risultato è un governo debole, incapace di portare avanti un percorso legislativo deciso e coerente. Alcuni esempi? I tanti governicchi della durata media di otto mesi della Prima Repubblica. O i governi di Romano Prodi.

    A volte per salvare un governicchio si finisce per formare un altro governicchio. Ad esempio quando alcuni parlamentari dell’opposizione decidono di sostenere la maggioranza singolarmente o formando nuovi gruppi. Ne deriva un esecutivo di inciuci e intrallazzi. Un governicchio che, proprio perché frutto di decisioni prese dall’alto o di compromessi tra partiti, non si pone come un buon governo. Serve per tirare avanti e non sciogliere subito le Camere in attesa di nuove elezioni. Il governicchio si rivela in questo caso un esecutivo rattoppato, fatto di personalità più neutre, che non dispiacciono a nessuno e che per questo mettono d’accordo le principali forze politiche. Le quali, mentre si continua a governare (magari con scelte impopolari o facendo appena il minimo sindacale) si mettono d’accordo per la data delle elezioni.

    Diversi sono i casi dei governi tecnici e di larga intesa, che spesso sono la conseguenza dei governicchi. Pensiamo al governo tecnico di Mario Monti (novembre 2011–aprile 2013). Si è trattato di un governo forte, seppure impopolare per alcune riforme prese in una situazione di emergenza economica. Quel governo è stato formato da figure di spicco, lontane dalla logica dei partiti, da tecnici chiamati a governare con l’appoggio di quasi tutti i partiti. Quel governo tecnico fu incaricato dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano proprio per scongiurare un governicchio (dopo la caduta di Silvio Berlusconi) o una lunga fase di stallo in un periodo di forte crisi.

    Discorso ancora diverso per i governi di larghe intese. Un esempio è quello nato attorno a Enrico Letta (aprile 2013 – febbraio 2014), a causa dell’impossibilità di un esecutivo guidato da Pier Luigi Bersani, capo della coalizione di centrosinistra vincitrice dalle elezioni, ma priva della maggioranza al Senato. Il governo Letta venne formato con esponenti di diversa provenienza politica. Un governo di larghe intese, appunto. Un tipo di esecutivo che può nascere come conseguenza di un governicchio ma che con il tempo può finire per trasformarsi in esso. Quando si mettono insieme forze politiche eterogenee, infatti, il rischio è proprio che a stabilire l’agenda politica siano compromessi e decisioni che, per accontentare tutti, finiscono con lo scontentare molti. Quello che succede proprio con i “pasticci” dei governicchi.

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