Grazia, amnistia e indulto: significato e differenze

Grazia, amnistia e indulto: significato e differenze

Guida alle differenze tra i possibili atti di clemenza in favore dei detenuti

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    Grazia, amnistia e indulto: significato e differenze

    Qual è il significato di grazia, indulto, amnistia? E quali sono le differenze? Sono tutti e tre provvedimenti legati alla detenzione carceraria, ma differiscono per alcuni dettagli. Negli ultimi tempi si sente parlare spesso di indulto, amnistia e grazia, anche in seguito alle parole di papa Francesco che celebrando la messa per il Giubileo dei carcerati ha lanciato una sorta di appello alla clemenza e al perdono: “Desidero ribadire l’importanza di riflettere sulla necessità di una giustizia penale che non sia esclusivamente punitiva, ma aperta alla speranza e alla prospettiva di reinserire il reo nella società”. “In modo speciale, sottopongo alla considerazione delle competenti autorità civili di ogni Paese la possibilità di compiere, in questo Anno Santo della Misericordia, un atto di clemenza verso quei carcerati che si riterranno idonei a beneficiare di tale provvedimento”, sono state le parole del Pontefice che hanno suscitato non poche polemiche, soprattutto nella politica ”a destra”. La deputata di Forza Italia Daniela Santanché ha infatti commentato duramente: “Questa volta la politica non deve rispondere all’appello del Papa. Troppe sono state le amnistie e gli indulti con un unico risultato: uccisa la certezza della pena”. Per capire meglio quali sono i possibili atti di clemenza per i detenuti invocati da papa Bergoglio, vediamo di seguito le differenze tra grazia, indulto e amnistia.

    “Nessuna cella è così isolata da escludere il Signore: il suo amore arriva dappertutto. Prego perché ciascuno apra il cuore a questo amore”, ha scritto papa Francesco su Twitter nel giorno del Giubileo dei carcerati, rilanciando anche un appello ”in favore del miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri in tutto il mondo, affinché sia rispettata pienamente la dignità umana dei detenuti”.


    Iniziamo dal significato del termine Amnistia, che deriva dal greco amnestìa, che vuol dire dimenticanza. Come indica la parola stessa, il provvedimento cancella il reato interamente, cioè lo estingue e per questo fa cadere anche la pena. È un atto di clemenza totale, paragonabile a livello religioso ad una specie di perdono. Quali sono le conseguenze dell’indulto? In pratica al condannato viene cancellato il determinato reato commesso in un certo periodo, così da permettergli di uscire di prigione.

    In Italia, l’amnistia è prevista dall’articolo 79 della Costituzione e determinata dall’articolo 151 del codice penale: estinto il reato, viene a cessare la condanna e con essa le pene accessorie. Il provvedimento è destinato ai reati commessi prima del decreto e non si applica ai recidivi o ai ‘delinquenti abituali’ come ad alcuni tipi di reati. Dal 1992, l’amnistia deve essere disposta con una legge dello Stato con un voto a maggioranza dei due terzi di Camera e Senato, mentre prima era una prerogativa del Presidente della Repubblica. Nella storia recente, l’amnistia è stata utilizzata diverse volte, l’ultima nel 1990, per reati non superiori ai 4 anni e non attinenti alla sfera tributaria. Dai primi anni Quaranta a oggi, l’amnistia è intervenuta sui reati comuni e su quelli legati alla storia, come quella decisa nel 1945 per i ‘reati politici antifascisti’, ma in molti casi, specie nei primi anni della repubblica, si è usata per reati finanziari.

    L’indulto invece va a toccare la pena, estinguendola. Il reato viene mantenuto, ma con un atto di clemenza generale viene modificata o conclusa la pena a cui si è stati condannati. L’indulto è previsto dall’articolo 174 del codice penale: anche in questo caso è necessario un voto a maggioranza di due terzi da parte del Parlamento che annulla o modifica parte o tutta la pena per determinati reati. Spesso l’indulto viene utilizzato per ”svuotare le carceri” sovraffollate, cioè per ridurre immediatamente il numero dei detenuti presenti nelle strutture di detenzione scarcerando coloro che più degli altri non meritano più di stare in carcere ed essere trattati in modo inumano e degradante. Ad esempio l’indulto del 2006 ha riguardato le condanne non superiori a tre anni e le pene pecuniarie per 10mila euro.

    Dall’indulto sono esclusi alcuni reati come il terrorismo (compresa l’associazione eversiva), strage, banda armata, schiavitù, prostituzione minorile, pedo-pornografia, tratta di persone, violenza sessuale, sequestro di persona, riciclaggio, produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti, usura e quelli di mafia. Per legge, l’indulto non si applica alle pene accessorie, come l’interdizione dai pubblici uffici.

    In cosa consiste la grazia? In sostanza siamo davanti a un provvedimento di clemenza individuale, perché a beneficiarne è un singolo condannato detenuto. Si differenzia dall’indulto e dall’amnistia in quanto non viene applicata a una determinata categoria di reati, bensì a un singolo soggetto che si trovi in specifiche condizioni, atte a comportare l’estinzione della pena. Generalmente, a decidere della grazia è il Capo di Stato.

    Ciclicamente si chiede con insistenza che il Parlamento valuti misure di amnistia o indulto, ma perché? Per capirne le ragioni bisogna prendere in considerazione la situazione carceraria italiana, messa sotto accusa dall’Europa e dalla Corte di Strasburgo per il sovraffollamento che porta a condizioni di vita dei detenuti definite ‘disumane’ in più occasioni, anche dalle massime cariche dello Stato e della giustizia.

    Negli istituti di pena in Italia, secondo il Rapporto Antigone del 30 giugno del 2016, ci sono oltre 54 mila presenze (54.072 per la precisione) di detenuti, 1.318 in più rispetto a giugno dell’anno precedente (2015). E l’incremento è dovuto all’aumento delle misure di custodia cautelare, invece la capienza regolamentare – secondo il ministero della Giustizia – è ancora insufficiente ed è pari a 49.701 posti, mentre gli istituti di pena diminuiscono: infatti in 6 anni il numero delle carceri italiane è passato da 209 a 193 per esigenze di razionalizzazione.

    Complessivamente sono 18.908 i detenuti in custodia cautelare, pari al 34,9 per cento della popolazione detenuta. Secondo il rapporto di Antigone, inoltre, al 30 giugno 2016 erano 9.120 i detenuti in attesa di primo giudizio. Di questi 4.566 sono i detenuti appellanti e 3.841 i ricorrenti in Cassazione. Cresce anche il numero dei detenuti con più posizioni giuridiche contemporanee, 1.381 contro i 1.227 dell’anno precedente. Sebbene i numeri parlino di un trend in crescita per quanto riguarda le misure alternative, in termini assoluti si tratta di dati non ancora soddisfacenti. Secondo Antigone al 30 giugno 2016 erano 23.850 le persone in misura alternativa. “La detenzione domiciliare è la misura alternativa che comporta meno impiego di risorse da parte dell’amministrazione – spiega Antigone -, ma è anche quella dal minor valore in termini di reintegrazione sociale. È necessario che si investa maggiormente nel sistema delle misure alternative alla detenzione come autentica alternativa a una visione carcerocentrica”.

    Sono però in crescita i dati dello strumento della messa in prova, che dal 2014 è stato esteso anche agli adulti mentre prima era applicabile solo per i minorenni: vedeva coinvolte allo scorso 30 giugno 2016 ben 8.560 persone adulte (contro 3.969 del 30 giugno 2015). Altre 10.773 erano sotto indagine da parte dei servizi sociali per decidere l’applicabilità dell’istituto (contro 9.633 un anno prima). Secondo il rapporto, infine, sono 19.812 detenuti che devono scontare una pena residua inferiore ai tre anni e dunque potrebbero accedere alle misure alternative che non mettono a rischio la sicurezza dei cittadini.

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