Le frasi celebri di Carlo Azeglio Ciampi

Le frasi celebri di Carlo Azeglio Ciampi

Dalle stoccate a Berlusconi alle raccomandazioni ai giornalisti

da in Politica, Presidente della Repubblica
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    Le frasi celebri di Carlo Azeglio Ciampi


    Ricordiamo le frasi celebri di Carlo Azeglio Ciampi, morto all’età di 95 anni. È stato il decimo presidente della Repubblica, dal 18 maggio 1999 al 15 maggio 2006. Tante le frasi e le dichiarazioni, forti e passionali, che hanno fatto di lui un presidente coraggioso e benvoluto dagli italiani. Partiamo con la raccomandazione fatta a noi giornalisti.

    Il 9 giugno del 2005, durante la consegna dei diplomi ai vincitori di un concorso per giornalisti al Quirinale, disse loro:

    “Mi raccomando, la spina dorsale e la schiena sempre dritta”.

    Schiena dritta, come quella che ha mantenuto durante il suo mandato. Nei confronti di Silvio Berlusconi, innanzitutto. Ciampi è infatti ricordato per essersi rifiutato di firmare leggi ad personam o incostituzionali. Al contrario del successore Giorgio Napolitano, criticato per l’atteggiamento opposto. A proposito riportiamo delle frasi che Ciampi rilasciò durante un’intervista a La repubblica, il 23 novembre 2009. Frasi dure, piene di passione verso le istituzioni, importante testimonianza storica del periodo in cui alloggiava al Quirinale:

    “La mia amarezza deriva dalla constatazione ormai quotidiana di quanto sta accadendo sulla giustizia, ma non solo sulla giustizia. È in corso un vero e proprio degrado dei valori collettivi, si percepisce un senso di continua manipolazione delle regole, una perdita inesorabile di quelli che sono i punti cardinali del nostro vivere civile”.

    “Mi ricordo un bel libro di Marc Lazar, uscito un paio d’anni fa, nel quale io e Berlusconi venivamo raccontati come gli estremi di un pendolo: da una parte Ciampi, l’uomo che difende le istituzioni, e dall’altra parte Berlusconi, l’uomo che delegittima le istituzioni. Mai come oggi mi sento di dire che questa immagine riassume alla perfezione quello che penso”.

    “Le riforme si fanno per i cittadini, non per i singoli. L’ho sempre pensato, ed oggi ne sono più che mai convinto: basta con le leggi ad personam, che non risolvono i problemi della gente e non aiutano il Paese a migliorare”.

    “Ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura: la Costituzione prevede espressamente questa prerogativa presidenziale. La si usi: è un modo per lanciare un segnale forte, a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica”.

    “Credo che per chi ha a cuore le istituzioni, oggi, l’unica regola da rispettare sia quella del ‘quantum potes’: fai ciò che puoi. Detto altrimenti: resisti”.

    Questo il messaggio di cordoglio dopo gli attentati alle Torri Gemelli dell’11 settembre 2001:

    “Sgomento, esecrazione, orrore, sono questi i sentimenti che come me provano tutti gli italiani. L’Italia è in lutto. Questi attentati contro gli Stati Uniti colpiscono e offendono l’intera comunità internazionale. Richiedono una lotta senza quartiere contro il terrorismo. Sappiamo di difendere in questo modo i valori che sono alla base della civiltà e della convivenza tra i popoli. I popoli liberi devono essere uniti e compatti nella risposta a questo atto di guerra contro il mondo civile”.

    Nel discorso di fine anno del 31 dicembre 2003 un inno alla natura:

    “A voi giovani ancora un pensiero. So quanto amate l’ambiente, quanto vi adoperate per salvaguardarlo. Cercate di vivere in armonia con i ritmi della natura.

    Fa bene. Ci si sente più forti, si può dare il meglio di noi stessi. Provate qualche volta, già molti di voi lo fanno, ad alzarvi all’alba, a vivere il miracolo quotidiano del risveglio della natura”.

    Agli studenti dell’Università di Enna, 17 novembre 2004, si rivolse così:

    “Mi chiedo se abbiamo fatto abbastanza per voi. Penso che avervi assicurato il dono della pace in Europa, che noi nella nostra gioventù non abbiamo conosciuto, non è poco. Ma penso alle vostre speranze, alle vostre delusioni, alla vostra ansia di dimostrare che cosa siete capaci di fare e allora sento che dovremmo fare di piu. [...]. Il primo dei nostri doveri è di darvi scuole di ogni grado che vi consentano di sviluppare tutto il potenziale della vostra intelligenza, della vostra voglia di fare. Rendere più facile l’accesso a una educazione universitaria, o comunque professionalmente elevata, è un dovere. E poi sta a voi impegnarvi cari giovani con tutte le vostre forze e la vostra fantasia. Ho incontrato tanti giovani nei miei viaggi in Italia: e da questi incontri ho tratto sempre motivi di speranza. In voi ho fiducia”.

    Il 27 settembre del 2005, durante il conferimento della cittadinanza onoraria romana, lodò la Capitale:

    “Siamo romani. Siamo italiani. Essere nati e vivere in Italia è un dono: a Roma, è un privilegio. Chi mai potrà dimenticare, fra coloro che ebbero la fortuna di vivere quella giornata, quel 2 giugno del 1946, in cui il popolo italiano, tornando alle urne in libertà, ritrovò, pur nel forte confronto tra forze politiche diverse, la sua unità nel quadro della democrazia risorta. Come non ricordare il giorno in cui un’Assemblea Costituente liberamente eletta, riunita a Roma, diede vita a quella Carta Costituzionale che è ancora oggi guida, ispirazione e fondamento delle nostre istituzioni democratiche”.

    Dal messaggio di fine anno del 31 dicembre 2005, l’ultimo da presidente della Repubblica:

    “Più volte mi sono riletto il testo dell’impegno preso in Parlamento il 18 maggio 1999, il giorno del mio giuramento. Quell’impegno si ispirava alle iscrizioni scolpite sui frontoni del Vittoriano, l’Altare della Patria: Per la libertà dei cittadini, per l’unità della Patria’. Non è retorica, è l’essenza stessa del nostro convivere civile”.

    Il 3 maggio del 2006, a meno di due settimane dalla fine del mandato, con una nota rese ufficiale l’intenzione di non ricandidarsi:

    “Confermo la mia non disponibilità a candidarmi per un secondo mandato. Nessuno dei precedenti nove presidenti della Repubblica è stato rieletto. Ritengo che questa sia divenuta una consuetudine significativa. È bene non infrangerla. A mio avviso, il rinnovo di un mandato lungo, qual è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato”.

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