Referendum costituzionale, come cambia l’iter delle leggi

Referendum costituzionale, come cambia l’iter delle leggi

I tempi e le modalità della funzione legislativa non paritaria con il monocameralismo

    Referendum costituzionale, come cambia l’iter delle leggi

    La riforma costituzionale cambia l’iter delle leggi. Cadendo il bicameralismo perfetto, spetta alla Camera il ruolo pienamente legislativo. L’iter parlamentare non diventa più bicamerale ma monocamerale, visto che è una sola la Camera chiamata a esprimersi. Delle eccezioni (cioè della funzione paritaria e del doppio voto) ne abbiamo già parlato e ne parleremo ancora più a fondo quando tratteremo le nuove competenze tra Stato e Regioni. Ora vediamo come il ddl Boschi intende cambiare la normale attività del Parlamento nel pieno della sua funzione legislativa.

    Un breve ripasso: a oggi in Italia vige il bicameralismo perfetto. Entrambi i rami del Parlamento hanno gli stessi poteri, possono cioè proporre leggi che devono essere discusse, emendate (cioè cambiate) e approvate da tutte e due le Camere. Facciamo un esempio. La Camera discute e approva un disegno di legge che va al Senato. Qui viene discusso e viene richiesto un emendamento che, votato dalla maggioranza, passa. A quel punto, la legge deve ritornare alla Camera per essere nuovamente discussa e approvata. In teoria, questo rimpallo potrebbe andare avanti all’infinito, l’importante è che Camera e Senato approvino lo stesso identico testo, senza neanche una virgola diversa. In gergo, quando una legge passa da un ramo all’altro del Parlamento si parla di “navetta parlamentare“.

    IL NUOVO PROCEDIMENTO: Con la riforma costituzionale è la Camera a legiferare ed è sempre la Camera a discutere e approvare i disegni di legge, mentre al Senato rimane un ruolo consultivo. Una volta che viene dato il sì, Montecitorio passa il testo al Senato che può decidere di vagliarlo e, nel caso, di proporre delle modifiche: per farlo è necessario che un terzo dei senatori proponga modifiche ma entro trenta giorni. A quel punto, la Camera può scegliere di accoglierle (e quindi ridiscutere il testo), oppure le più ignorare se le modifiche sono richieste a maggioranza semplice. Per le leggi che riguardano competenze esclusive delle Regioni e per le leggi di bilancio è sempre chiesto il voto del Senato ed è richiesta la maggioranza assoluta.

    Qui entra in gioco un altro elemento: la clausola di supremazia.

    LA CLAUSOLA DI SUPREMAZIA: Si parla di clausola di supremazia quando “per garantire l’unità giuridica o economica del paese o l’interesse nazionale, su proposta del governo, la legge può intervenire in materie non attribuite dalla Costituzione alla competenza esclusiva dello stato“. Questo significa che il governo può intervenire per tutelare l’unità giuridica o economica o per l’interesse nazionale in quelle materie che sono di competenza delle Regioni, e lo fa con una legge che deve essere approvata con il sistema del “monocamerale rinforzato“. Secondo questa modalità, dopo il sì della Camera, il testo ritorna in automatico al Senato senza la richiesta di un terzo dei senatori. In caso in cui Palazzo Madama approvi delle modifiche a maggioranza assoluta, la Camera può bocciarle solo a maggioranza assoluta.



    Il primo tema richiamato dai sostenitori del sì è la semplificazione dell’iter legislativo e la riduzione dei tempi per l’approvazione delle leggi. La priorità spetta sempre e comunque alla Camera che diventa l’organo della rappresentanza politica: il Senato non perde del tutto i suoi poteri, visto che può richiamare tutte le leggi, nel caso volesse impedire colpi di mano della maggioranza, ma è sempre la Camera ad avere l’ultima parola. Il bicameralismo, secondo di dati del comitato del sì, rimane solo sul 3% delle leggi, mentre i procedimenti legislativi sono due, quello pariTario e quello della supremazia della Camera con “piccole varianti, chiarissime e semplici da applicare“. Le leggi, per chi sostiene il sì, smetteranno di passare da una Camera all’altra, riducendo burocrazie e tempistiche e aumentando l’efficacia del Parlamento stesso, rinforzato nel suo doppio ruolo di organo politico (Camera) e rappresentanza degli enti locali (Senato).



    Chi è contrario alla riforma ribatte che non c’è semplificazione: si arriverebbe fino a 10 procedimenti legislativi, andando a creare più confusione ancora. Anche la soppressione delle stesse “navette”, il rimpallo cioè di un ddl da una Camera all’altra, non sarebbe reale. “I passaggi tra le due camere sono in genere sintomo di difficoltà politiche nella maggioranza, che – se ci fossero – si manifesterebbero anche con una sola camera decidente“, scrive il manifesto del no. Di contro, il Senato rimane con gli stessi poteri di oggi su materie di grande rilievo, come le riforme costituzionali, il che creerebbe un problema di rappresentanza politica. Quale sarebbe la legittimazione sostanziale, si chiedono i sostenitori del no, visto che i nuovi senatori sono nominati con elezioni indirette (vengono eletti tra i consiglieri regionali e i sindaci) e non più diretta, come invece rimane alla Camera?

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