Reato di tortura, cos’è e cosa avrebbe dovuto prevedere il ddl

Reato di tortura, cos’è e cosa avrebbe dovuto prevedere il ddl

Il testo è fermo in Senato a data da destinarsi

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    Il Senato ha bloccato a data da destinarsi la discussione sul disegno di legge per l’introduzione del reato di tortura in Italia. Tradotto, il nostro paese rischia di non avere mai una legge sulla tortura. Tutto questo avviene proprio nel 15esimo anniversario dei fatti del G8 di Genova, evento che ha drammaticamente segnato la storia recente: nelle violenze alla scuola Diaz e alla caserma Bolzaneto la democrazia fu sospesa, i poliziotti abusarono del loro potere e sottoposero i fermati ad atti di vera e propria tortura, come accertato dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.
    La motivazione dell’ennesimo stop è tutta politica: il centrodestra compatto si è opposto al ddl nella sua interezza, come nel caso della Lega, o in singoli articoli, come Forza Italia e il Nuovo Centrodestra. In particolare è stato il partito di Angelino Alfano a bloccare tutto, adducendo come motivo la lotta al terrorismo. “Evitiamo messaggi fuorvianti nei confronti delle forze dell’ordine“, ha dichiarato il ministro degli Interni lasciando il vertice sulla sicurezza chiesto da Matteo Renzi. Per di più, la Lega ha disertato il vertice, creando un cortocircuito non da poco visto che il presidente del Copasir (il comitato parlamentare per la sicurezza) è il leghista Giacomo Stucchi. Si usa quindi la lotta al terrorismo e la questione sicurezza per bloccare una legge attesa in Italia dal 1988, anno della ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984: cos’è e cosa avrebbe dovuto prevedere il reato di tortura?

    Le motivazioni politiche sono all’origine dell’ennesimo stop all’introduzione del reato di tortura in Italia. Lo sono sempre state almeno dal 1988, quando si doveva scrivere una legge come richiesto dalla Convenzioni Onu, firmata e ratificata dal nostro paese. Dopo 25 anni tutto si è fermato a un passo dall’approvazione della legge: perché?


    Il disegno di legge fermo al Senato è già stato approvato due volte dai rami del Parlamento. Il testo è a firma del senatore del PD Luigi Manconi, presidente della Commissione per i Diritti Umani, e profondo conoscitore della materia. Dopo la prima approvazione a Palazzo Madama nel 2014, il ddl è stato modificato alla Camera nel 2015 in un testo che Manconi definì “mediocre”, ma comunque “meglio di niente”, tornando al Senato dove avrebbe dovuto essere approvato martedì 19 luglio.

    Il ddl della discordia introduce il reato specifico di tortura nell’ordinamento giuridico italiano. In prima lettura era di 8 articoli, passati a 7 dopo l’eliminazione dell’articolo 5 che prevedeva l’istituzione di un fondo per le vittime di tortura.

    Il reato viene punito con la reclusione da 4 a 10 anni, è qualificato come comune e quindi imputabile a qualunque cittadino, ma si prevede l’aggravante se commesso da pubblico ufficiale che rischia dai 5 ai 12 anni di carcere.

    Se dal fatto deriva una lesione personale le pene sono aumentate di un terzo se la “lesione personale è grave” e della metà “in caso di lesione personale gravissima”; se dal fatto deriva la morte “quale conseguenza non voluta”, la pena è la reclusione a trent’anni; se la morte è causata da un atto volontario, la pena è l’ergastolo.

    Il ddl introduce anche il reato di istigazione alla tortura: un pubblico ufficiale che istiga un collega rischia da sei mesi a tre anni, anche se non dovesse esserci la tortura. Se dalla tortura si ottengono informazioni, queste non possono essere utilizzate in un processo penale.

    La prescrizione ha un limite doppio e vengono stabilite tutele per gli stranieri che rischiano pene corporali e persecuzioni nel caso di respingimento in Stati dove non esiste il reato di tortura.

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    L’Italia è in ritardo di 28 anni sul reato di tortura. La ratifica della Convenzione ONU contro la tortura è del 1984 ed è stata ratificata nel 1988: ciò significa che il nostro paese ha accettato di perseguire penalmente gli atti di tortura delineati all’art.

    1 della Convenzione stessa: fino a oggi questo non è avvenuto. Per di più, nell’aprile 2015 l’Italia è stata condannata dalla Corte dei Diritti Umani di Strasburgo per i fatti della scuola Diaz al G8 di Genova. Fu tortura perché la polizia agì come “rappresaglia, per provare l’umiliazione e la sofferenza fisica e morale delle vittime” e venne violato l’articolo 3 della convenzione sui diritti dell’uomo (“nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”). Quanto accaduto la notte dell’irruzione, il 21 luglio 2001, “deve essere qualificato come tortura”, scrisse la Corte che invitò l’Italia a “dotarsi di strumenti giuridici” per “punire adeguatamente i responsabili“. Con il reato di tortura si aprirebbero nuovi spiragli per alcuni casi di cronaca che continuano a indignare come la morte di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva e molti altri.

    Il ddl è necessario perché manca il reato specifico di tortura da parte di pubblici ufficiali. Il codice prevede articoli sulle “misure di rigore” per gli agenti delle forze dell’ordine (art. 608) che indicano fino a dove ci si può spingere con l’uso della violenza in caso di fermi o arresti, ma senza riferimenti a tutele o garanzie; gli articoli sulle minacce su lesioni, danni fisici o psichici che persone comuni possono infliggere (581, 582 e 612) non valgono per pubblici ufficiali e forze di polizia. Questo ha permesso che un agente di Polizia sia stato sanzionati con una multa di 47,57 euro per i fatti della Diaz.

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    Il ddl sul reato di tortura si è bloccato perché al Senato si rischiava di non avere la maggioranza per approvarlo. Tutto è iniziato quando il relatore del PD Enrico Buemi ha accolto la proposta del M5S di eliminare l’espressione “violenze reiterate” per configurare il reato. L’aggettivo era stato aggiunto durante la discussione e modificava molto il testo: così com’è, il reato di tortura può essere contestato se le violenze avvengono nel tempo più e più volte e non in un singolo episodio, svuotando di significato tutto il ddl. Inoltre, è stato inserita la dicitura “verificabile trauma psichico“, mentre nella prima stesura si parlava di “acute sofferenze psico-fisiche“: in questo modo le vittime devono dimostrare di avere subìto il trauma che spesso emerge molto dopo il fatto.

    Di fronte a queste modifiche, il centrodestra si è schierato compatto contro il ddl: Forza Italia ha minacciato ostruzionismo, la Lega era da tempo sulle barricate, l’NCD e ALA hanno fatto dietrofront dopo le parole di Alfano, lasciando il PD senza i numeri per approvarlo. Da qui la decisione, presa in accordo con il ministro della Giustizia Andrea Orlando, di rimandare la discussione per evitare il ritorno in Commissione e quindi un allungamento dei tempi anche di mesi.

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