Ballottaggi amministrative 2016, debacle del PD: i commenti dei big dem

Ballottaggi amministrative 2016, debacle del PD: i commenti dei big dem

Renzi ammette la vittoria del M5S, Bersani parla di 'amarezza'

    Ballottaggi amministrative 2016, debacle del PD: i commenti dei big dem

    Se il Movimento 5 Stelle è il vincitore della tornata dei ballottaggi alle amministrative 2016, il Partito Democratico è il vero sconfitto. Che “il vento stava cambiando“, per citare la neo sindaca di Roma Virginia Raggi, era già nell’aria anche prima delle elezioni del 5 giugno, tanto che il premier e segretario dem Matteo Renzi aveva messo le mani avanti parlando di elezioni di carattere locale e non nazionale. Lo stesso Renzi ha però dovuto cedere di fronte ai risultati delle urne e ammettere che la vittoria del M5S è stata netta. All’interno del partito però i toni sono molto più cupi con la minoranza dem sul piede di guerra e i fedelissimi che aspettano il “lanciafiamme” citato dal segretario. La ricerca del colpevole è partita, mentre da più parti si riprende l’idea che il doppio ruolo premier-segretario non sia più gestibile: vediamo chi ha detto cosa.

    Partiamo proprio da Matteo Renzi che ha aspettato molte ore per commentare il post voto. “Si è trattato di una vittoria netta e indiscutibile dei Cinque Stelle“, ha dichiarato ai giornalisti da Palazzo Chigi dove aveva appena ricevuto lo chef pluripremiato e pluristellato Massimo Bottura. La sua analisi parla di un “voto di cambiamento e non di protesta “e rimanda tutte le discussioni alla direzione nazionale anticipata a venerdì 24 giugno.

    Chi non mancherà a quella direzione è Pierluigi Bersani che, in un’intervista a Corriere, ha parlato di “profonda amarezza” per una “giornata amara, più o meno come quella dei 101” e chiede ora un confronto vero. “Se qualcuno pensa di edulcorare il dato, vuol dire che Dio lo sta accecando. E se vogliamo reagire non si parli per favore di voto locale e di fisionomie dei candidati“, dice dalle pagine del quotidiano di via Solferino e al Nazareno ci sarà perché “il PD è la mia vita“.

    Pierluigi Bersani ospite a Otto e Mezzo

    Che il problema sia il PD stesso lo ha detto anche Roberto Giachetti, candidato a Roma e renziano di ferro. Analizzando la sconfitta, ha indicato nel partito “una zavorra” che ha reso la scalata al Campidoglio, già di per sé difficile, quasi impossibile. “Dopo i cinque tremendi anni di Alemanno, ci hanno dato fiducia e noi li abbiamo ripagati con Marino. I romani erano e sono furibondi. La Raggi è stata la vendetta perfetta“.

    La sensazione che essere del PD sia un peso è arrivata anche a Savona dove, ancor prima della sconfitta al ballottaggio, il vice sindaco uscente Livio Di Tullo ha annunciato su Facebook di voler lasciare il partito che ormai “è un freno e non un’opportunità“.

    Anche Virginio Merola, che è riuscito a bissare a Bologna al secondo turno, si scaglia contro una gestione del partito che ha tradito le radici. Nel capoluogo emiliano il PD ha vinto “perché ha saputo interpretare una linea del centrosinistra unito e non del partito fai da-te“, ha dichiarato il sindaco bolognese che insiste sull’altro tema caldissimo di queste ore e dichiara che “Renzi deve occuparsi del partito”.

    Roberto Speranza, l’ex capogruppo dem alla Camera e bersaniano, ha definito il voto un “segnale politico chiaro al governo e a Renzi“, mentre Enrico Rossi, presidente della Toscana (dove il PD ha perso 5 ballottaggi su 6) parla di un “risultato elettorale molto negativo e doloroso. Il PD ha perso la connessione con una parte importante del suo popolo.

    Io dico che occorre unità, umiltà e ascolto della nostra gente per costruire insieme il cambiamento che è necessario. Voglio una discussione seria“, scrive su Facebook.

    Dal popolare social network arriva la stoccata a Renzi da parte di Gianni Cuperlo che definisce “la sconfitta severa“, chiede “risposte chiare” e mette in fila una serie di annotazioni: “Non mi convince l’idea che si perde perché non si è spinta la rottamazione fino in fondo. Non mi convince l’idea che si vince solamente con volti “giovani e belli” e che la battaglia politica possa ridursi a un fattore biografico o estetico. Non mi convince la sicurezza che porta alcuni a chiedere come primo atto la distinzione tra la carica di segretario e quella di premier“, si legge sul suo profilo.

    Infine, Matteo Orfini, presidente del PD e commissario del partito a Roma, colui che si è trovato a gestire forse la situazione più caotica, con i dem sommersi dallo scandalo di Mafia Capitale. “Chiunque abbia girato la città in questa campagna elettorale sa che i romani in periferia non ci criticavano per aver dimesso Ignazio Marino, ma per averlo eletto“, scrive in un lungo post su Facebook. Ora, continua, “serve consapevolezza, che in molti è mancata. Serve umiltà. Serve tempo. E serve un partito che sia strumento di questa battaglia“. In conclusione fa gli auguri a Virginia Raggi che “ha avuto un grande risultato e gliene diamo atto. Le faremo una opposizione dura e costruttiva, ma senza sconti“.

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