Impeachment: cos’è e quando si applica

Impeachment: cos’è e quando si applica

Cosa c'è dietro alla procedura di impeachment

    Impeachment: cos’è e quando si applica

    Facciamo chiarezza perché non tutti sanno cos’è l’impeachment, cosa significa e quale è la procedura con cui si esegue. Partiamo dal principio: cosa significa impeachment? E’ un termine del linguaggio anglosassone che si riferisce alla messa in stato di accusa, ovvero all’imputazione e al conseguente rinvio a giudizio di politici o altri esponenti che ricoprono incarichi pubblici

    Il significato della parola Impeachment lo abbiamo già accennato. Il termine impeachment è stato preso in prestito direttamente dal sistema politico americano, la cui Costituzione prevede questo tipo di procedura per figure istituzionali come giudici, ma anche per i componenti dell’esecutivo.

    Quando si applica la procedura di impeachment? La messa in stato di accusa d esponenti pubblici e politici si applica nel caso in cui abbiano commesso determinati illeciti nell’esercizio delle loro funzioni. Un esempio è accaduto in Brasile, dove è stata destituita la presidente Dilma Rousseff.

    Nel sistema italiano la procedura di impeachment non esiste. O meglio, nel nostro Paese esiste solo nel linguaggio giornalistico. Se ad esempio prendiamo in mano la Costituzione, possiamo leggere che, a carico dei presidenti della Repubblica, qualora abbiano commesso determinati illeciti – nell’esercizio delle loro funzioni, ovviamente – prevede invece la messa in stato d’accusa del capo dello Stato. Per chiarire ancora di più questo tema, ci viene in aiuto l’articolo 90 della Costituzione, in cui possiamo leggere: “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri“.

    In Italia, quindi, una eventuale “sfiducia” al presidente della Repubblica potrebbe partire solo dal Parlamento, che dovrebbe presentare una apposita richiesta.

    Successivamente un comitato di deputati e senatori componenti delle Giunte di Camera e Senato per le autorizzazioni a procedere è chiamato a svolgere un primo esame delle accuse. A questo punto si decide se archiviarle o sottoporre la questione al Parlamento in seduta comune. In questo caso servirà la maggioranza assoluta dei parlamentari, per decidere la messa in stato d’accusa.

    Ma il Parlamento non è chiamato a giudicare il Presidente. Infatti, in caso di voto favorevole a maggioranza assoluta, la Costituzione italiana dice chiaramente (art. 134 e 135) che è la Corte Costituzionale a poter giudicare, e in questo caso ai componenti togati si vanno ad unire altri sedici membri “tratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore, che il Parlamento compila ogni nove anni mediante elezione con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici ordinari“, e uno o più commissari d’accusa eletti dal Parlamento. In altre parole questa metodologia prevede la celebrazione di un vero e proprio processo, al termine del quale la Corte emette una sentenza inappellabile.

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