Elezioni comunali, perché candidarsi anche con la certezza di perdere?

Elezioni comunali, perché candidarsi anche con la certezza di perdere?

Non è solo per la poltrona: vediamo i motivi

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    Elezioni comunali, perché candidarsi anche con la certezza di perdere?

    (Antonio Iannetta, candidato PD a Milano nel 2016: ottiene solo lo 0,73% dei voti alle primarie)

    Perché alle elezioni comunali ci si candida anche con la certezza di perdere? Non parliamo di candidati che partono sfavoriti ma puntano alla vittoria, ma di chi sa già in partenza che raccoglierà al massimo il 6% dei voti o, peggio, che sarà già tanto ottenere un solo seggio. In molti se lo chiedono, guardando certi nomi in lizza alle primarie o le lunghe liste con i candidati sindaco: ma che si candida a fare?

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    Sono diversi i motivi che spingono un politico a presentarsi alle urne a tutti i costi: si va da chi vuole misurare il proprio peso politico a chi vuole fare uno sgambetto agli avversari; da chi vuole prepararsi il terreno per il futuro a chi vuole mettersi solo in mostra. Non dimentichiamo inoltre che la poltrona fa gola, chi più e chi meno, a tutti. Valutiamo i diversi casi facendo alcuni esempi.

    È il ragionamento che fanno alcuni candidati che non possono vincere ma che hanno buone probabilità di entrare in consiglio comunale. Come Stefano Fassina (al momento escluso dalle elezioni di Roma, in attesa del responso del Tar). In base al consenso raccolto può innanzitutto misurare le ambizioni future (diventare un partito di sinistra forte alternativo al Pd). E in base al numero di seggi ottenuti può rivendicare il proprio peso nella legislatura, esercitando pressioni e risultando decisivo nella vita o nella caduta della giunta. Non fu la minoranza di sinistra a far cadere, nel ’98, il Governo Prodi?

    È il ragionamento fatto, ad esempio, dai candidati di estrema destra, come Forza Nuova e Casapound a Roma. L’obiettivo è misurare il proprio peso politico, controllando se è in crescita o meno, sperando di superare la fatidica soglia per entrare in Campidoglio. Questi partiti, che contano già su una base di elettori, coltivano ambizioni per il futuro, vogliono crescere a livello nazionale. Sperano nell’exploit, come successo in alcuni Paesi europei (Grecia o Austria) o in città italiane come Bolzano, dove Casapound ha superato il 6%.

    È un discorso che può valere per le minoranze estreme e non solo. Casapound e Forza Nuova, ad esempio, sono rivali da sempre. Se i gruppi neofascisti unissero le forze potrebbero entrare in Parlamento. Divisi, invece, ne restano fuori. Ma non dimentichiamo la rivalità tra i partiti di sinistra e il Partito Democratico. Pensiamo a Roma: la lista civica di Fassina sembra nata proprio per togliere voti a Roberto Giachetti (e quindi a Matteo Renzi). Se venisse esclusa definitivamente dalla competizione, il candidato Pd avrebbe paradossalmente chance di vittoria. Stesso discorso si potrebbe fare con Basilio Rizzo a Milano, anche lui candidato di sinistra.

    Mario Adinolfi, candidato sindaco di Roma con il Popolo della Famiglia, sa benissimo che non ha speranze di vincere, e che anche superare la soglia del 3% per entrare in Comune è un miraggio. Inoltre, considerando i principi fondanti del suo partito cattolico, avrebbe più senso correre alle politiche. Allora perché si candida a Roma? Per costruire le basi per le prossime elezioni politiche. Facendo campagna elettorale nella Capitale può crearsi una rete di attivisti, circoli e potenziali futuri esponenti del partito. Se il Popolo della Famiglia può avere un futuro, si capirà anche da Roma. Stesso ragionamento si può fare per Alessandro Mustillo, il 26enne candidato sindaco del Partito Comunista, e per tutti gli altri partiti neonati.

    Tra i candidati a Roma c’è Carlo Rienzi, presidente del Codacons (Coordinamento delle Associazioni per la Difesa dell’Ambiente e dei Diritti degli Utenti e dei Consumatori). Che senso ha? Autopromozione, probabilmente, con l’intento di gridare all’Italia: “Noi del Codacons ci siamo e siamo influenti”. Così come il mitico Partito dei Pensionati.

    Antonio Razzi, colui che vuole portare a Roma il dittatore della Corea del Nord e 500mila gatti per eliminare i topi, la candidatura l’ha ritirata. Probabilmente già dall’inizio era solo una provocazione, una goliardata, un modo per fare parlare di sé. Esibizionismo puro. Come i fantomatici partiti tipo “Forza Roma” che puntualmente provano a entrare nella scheda elettorale.

    Pensiamo a quella di Chiara Ferraro, la studentessa autistica che ha corso alle primarie del Pd di Roma. Ma la candidatura era solo simbolica.

    Anche nelle primarie possono presentarsi casi di candidature improbabili e velleitarie. Spesso, più che per togliere voti ai candidati più quotati, la loro presenza serve a misurare il peso delle correnti interne a un partito. L’esempio più lampante, come sempre, sono le primarie Pd in cui entrano in competizione candidati filorenziani, antirenziani, un po’ renziani un po’ antirenziani, ambientalisti, radicali, filocomunisti.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN Candidati sindaciElezioniElezioni amministrativeElezioni amministrative 2016Politica Ultimo aggiornamento: Mercoledì 11/05/2016 16:56
     
     
     
     
     
     
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