Prescrizione in Italia, cos’è e come funziona

Prescrizione in Italia, cos’è e come funziona
da in Corte di Cassazione, Diritto penale, Magistratura, Politica, Reati
Ultimo aggiornamento: Martedì 10/05/2016 14:55

    La prescrizione è, ancora oggi, uno dei grandi temi della giustizia italiana: da istituto giuridico nato per alleggerire i tribunali, negli anni si è trasformato in una sorta di salvacondotto universale. La prescrizione riguarda gli effetti giuridici del tempo: in pratica, con il passare degli anni, si perde il diritto di esercitare una richiesta giuridica, che sia civile o penale. Alcuni reati non vengono toccati dalla prescrizione, ma l’elenco di quelli in cui interviene è lunghissimo e con tempi dimezzati rispetto al passato dopo l’approvazione della ex Cirielli nel 2005. Si ha quindi un limite temporale massimo per arrivare a sentenza definitiva, dopo di che un colpevole non viene punito, anche se vengono accertate le sue colpe. Cerchiamo di capire più a fondo cos’è prescrizione e come funziona.

    La prescrizione è prevista nell’ordinamento giuridico italiano in sede civile e penale. In entrambi i casi regola il tempo massimo entro cui si può esercitare un diritto: a livello personale nel primo caso, a livello statale nel secondo. Il motivo principale è di alleggerire il lavoro dei tribunali e non lasciare l’imputato nella condizione di essere processabile per un tempo indeterminato. Tutela dello Stato da una parte, tutela della persona dall’altra: eppure la prescrizione è diventata la via di scampo per eccellenza.

    In ambito civile la prescrizione indica il periodo di tempo entro il quale esercitare un diritto, passato il quale si perde la possibilità di andare a giudizio. I casi in cui non interviene sono: i diritti della personalità, gli status familiari e la potestà dei genitori sui figli, la proprietà, la qualità dell’erede e l’accertamento della nullità di un contratto. Il conteggio della prescrizione inizia nel giorno in cui il diritto viene fatto valere: in linea generale, la prescrizione avviene in dieci anni, ma ci sono moltissimi casi in cui i tempi sono notevolmente ridotti, a cinque (richieste di risarcimento del danno per fatto illecito), due (danni derivanti dalla circolazione dei veicoli) e un anno (diritti verso gli esercenti pubblici servizi di linea). Il periodo può però essere interrotto o sospeso nel corso del dibattimento.

    C’è poi la prescrizione presuntiva che stabilisce il termine entro cui si presume che si sia esercitato il diritto. È il caso, per esempio, del pagamento delle parcelle agli avvocati. La prescrizione presuntiva è di tre anni: se entro tale data non viene fatto, l’unico modo per dimostrarlo è chiedere un giuramento decisorio al debitore che può essere così accusato di falso.

    In ambito penale, la prescrizione è la rinuncia dello Stato a perseguire un reato dopo un tempo prestabilito. Da un lato si tutela la persona: chi viene indagato non rischia di subire un processo per un fatto, comunque non grave, avvenuto in passato e per il quale sia difficile trovare prove d’innocenza. Dall’altro è un modo per evitare che i tribunali vengano intasi. Per i reati penali, la prescrizione può avvenire durante tutte le fasi del processo fino alla Cassazione. Con l’approvazione da parte della maggioranza di centrodestra nel 2005 della ex Cirielli, i termini temporali sono stati modificati, andando ad aumentare per i recidivi e a diminuire (fino alla metà) per gli incensurati. Il reato quindi si prescrive in un tempo pari alla pena massima stabilita: i termini minimi rimangono sei anni per i delitti e quattro per le contravvenzioni. Anche in questo ambito la prescrizione può essere interrotta o sospesa: in questi casi, non si può comunque andare oltre il termine base più un quarto. Per i reati per cui è previsto l’ergastolo non viene considerata. Quando sopraggiunge la prescrizione, il processo viene chiuso: non è un’assoluzione, anche se gli effetti sono gli stessi, ed è per questo che l’imputato può rinunciarvi per arrivare a sentenza in giudicato e dimostrare la sua innocenza.

    Da quello che abbiamo visto, la prescrizione accorcia i tempi dei processi: non si può rimanere per un tempo infinito sotto processo e lo Stato non può ingolfare i tribunali con procedimenti eterni. Tutto bene, se non fosse che è proprio la macchina della giustizia italiana a vanificare tutti gli aspetti positivi. La riforma dei processi penali ha cambiato il volto delle aule: oggi le prove si costruiscono nel dibattimento, il che significa che entrambe le parti possono produrre tantissimi testimoni e la difesa può smontare le indagini della Procura. I tempi si sono dilatati tanto che l’Italia vanta il primato in Europa del maggior numero di estinzione del reato per prescrizione, circa 130mila nel 2012, come ricordò il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giovanno Canzio, durante l’intervento di apertura dell’Anno giudiziario a Milano.

    Quello che doveva diventare un’arma contro gli sprechi e la lentezza della giustizia è invece l’asso nella manica per migliaia di imputati: si allungano i tempi del dibattimento perché tanto, prima o poi, il reato va prescritto. Lo Stato spende per le indagini, forze di polizia e magistrati lavorano per anni e alla fine tutto si ferma. “Essa si rileva come un agente patogeno: scoraggia, mediante una sorta di premialità di fatto, le premialità legali dei diritti alternativi, incentiva strategie dilatorie e implementa strumentalmente le impugnazioni”, disse l’alto magistrato. La soluzione da lui indicata non è allungare i tempi della prescrizione, quanto di favorire soluzioni alternative, come il patteggiamento, e di interrompere in maniera definitiva la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, come avviene in Germania. Appello caduto nel vuoto: a troppi fa comodo l’attuale sistema della prescrizione.

    Imbastire un processo costa decine di migliaia di euro, e a volte anche centinaia. I costi di un processo non comprendono solo gli stipendi di magistrati, avvocati d’ufficio, cancellieri e personale di segreteria. Bisogna considerare anche altre voci, come i compensi dei periti e la spesa delle indagini effettuate dalle forze di Pubblica Sicurezza. Un esempio molto banale: la polvere per rilevare le impronte digitali costa 600 euro al grammo. Quando un processo va in prescrizione si bruciano in un attimo migliaia di euro spesi in indagini. Niente male in un Paese come il nostro, in cui a volte alla Polizia mancano i fondi anche per rifornirsi di pallottole e benzina. Al di là dello spreco economico, la prescrizione, per come è attuata in Italia, è intollerabile e immorale perché rimette in circolazione, senza comminare alcuna pena, migliaia di imputati riconosciuti colpevoli.

    L’attuale sistema della prescrizione conviene agli imputati, ma anche agli avvocati, più che una casta un vero esercito. Due anni fa in Italia si contavano 213mila avvocati, e ogni anno se ne aggiungono 15mila: una schiera che ha bisogno di guadagnare e lavorare, portando a processo anche i casi che potrebbero chiudersi con un patteggiamento (e sono tanti). Conviene arrivare in aula e tirare il più a lungo possibile perché così si viene pagati per lungo tempo, fino a quando non arriva la prescrizione a salvare il cliente. La politica potrebbe mettere a posto l’ennesima stortura del sistema giudiziario. Davvero? Solo nell’ultima legislatura, sono stati eletti in Parlamento 110 avvocati, 72 alla Camera e 38 al Senato. Qualche nome? I ministri Angelino Alfano, Dario Franceschini; Ignazio La Russa, Laura Ravetto, Jole Santelli, Niccolò Ghedini (il legale di Berlusconi). Non c’è da meravigliarsi che una casta, entrata nella Casta, non voglia rovinarsi con le sue stesse mani.

    1643