Caso Aldo Moro, i misteri irrisolti: dal memoriale alla seduta spiritica

Caso Aldo Moro, i misteri irrisolti: dal memoriale alla seduta spiritica
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Ultimo aggiornamento: Giovedì 01/12/2016 07:17

    Aldo Moro

    Sono tanti i segreti attorno al caso di Aldo Moro, uno dei politici che ha fatto la storia d’Italia, la cui fine rappresenta una delle pagine più oscure. Rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 a Roma, in via Fani, il leader della Democrazia Cristiana fu ucciso il 9 maggio. Il suo cadavere fu trovato in un’auto. La sua morte, a pochi mesi dal centenario dalla nascita del 23 settembre 2016, ha alimentato una serie di misteri rimasti ancora irrisolti. Ecco i principali.

    Misteri attorno a ciò che Radio Città Futura, emittente comunista, rivelò poche ore prima del rapimento: fu ipotizzato un attentato contro un personaggio politico di spicco. Renzo Rossellini, direttore della radio, ammise di aver accennato solo a un’ipotesi, perché “negli ambienti dell’estrema sinistra circolava la notizia che, in occasione della formazione de nuovo governo di unità nazionale, le Brigate Rosse stessero per tentare, molto prossimamente, forse lo stesso giorno, un’azione spettacolare, forse contro Aldo Moro”. Una coincidenza? Pochi anni fa fu trovato anche un documento, datato 18 febbraio 1978 e proveniente da Beirut, con cui i palestinesi avrebbero avvertito l’Italia di un grosso atto terroristico in progetto contro un politico.

    Durante l’agguato del 16 marzo in via Fani circolava una moto di grossa cilindrata con due uomini a bordo. Uno sparò dei colpi di mitra contro due testimoni. Chi erano? I due non sono stati mai identificati. Nel 2014, 36 anni dopo, l’ex poliziotto Enrico Rossi raccontò che i due non erano brigatisti o autonomi, ma due agenti del Sismi, il servizio segreto militare a guida piduista. In via Fani poco prima si trovava anche il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, ufficialmente lì per caso. Servizi segreti e Loggia P2 erano al corrente del rapimento e non hanno fatto niente per evitarlo? Perché?

    Il Memoriale Moro è un insieme di scritti dell’ostaggio durante la prigionia. Fu ritrovato nel 1990 nell’appartamento di via Monte Nevoso a Milano, uno dei covi delle BR. Eppure non è mai stato divulgato in versione integrale: mancano alcune lettere di Moro e i nastri degli interrogatori a cui i terroristi lo sottoposero. Perché? Che fine hanno fatto le rivelazioni integrali? Contenevano materiale scottante e compromettente? Chi l’ha occultato? La politica?

    Un mese dopo il sequestro di Moro fu trovato, nel cestino dei rifiuti di un bar, il comunicato n. 7 delle Brigate Rosse in cui si annunciava la morte dell’ostaggio e la sepoltura vicino al Lago della Duchessa. Due giorni dopo le BR fecero trovare le copie del vero comunicato, in cui si dava al governo un ultimatum di 48 ore e si allegava la foto di Moro con la copia della Repubblica, per dimostrare che era ancora vivo. La notizia dell’uccisione era falsa così come il comunicato n.7., scritto da Antonio Chichiarelli, falsario legato alla Banda della Magliana, amico di neofascisti dei NAR e confidente dei servizi segreti. Le BR interpretarono il falso comunicato come un messaggio da parte dello Stato sull’impossibilità di effettuare scambi di prigionieri: “Secondo le Brigate rosse, il comunicato del Lago della Duchessa era un falso del governo, della polizia, insomma del potere… ed era il segnale chiaro e inequivocabile che nessuna trattativa era possibile… che lo Stato non avrebbe mai trattato per Moro”.

    Romano Prodi, insieme alla moglie Flavia e personaggi come Mario Baldassarri e Alberto Clò, ha avuto un ruolo misterioso nel reperimento di informazioni del covo di via Gradoli. Resta oscura la vicenda della presunta seduta spiritica con il piattino del 2 aprile 1978, da cui sarebbero scaturite informazioni che avrebbero portato al covo. Ecco cosa raccontò Prodi nel 1981 alla Commissione Moro: “Era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino, termine che conosco poco perché era la prima volta che vedevo cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli. Nessuno ci ha badato: poi in un atlante abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Abbiamo chiesto se qualcuno sapeva qualcosa e visto che nessuno ne sapeva niente, ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, come mi sento in questo momento, di riferire la cosa. Se non ci fosse stato quel nome sulla carta geografica, oppure se fosse stata Mantova o New York, nessuno avrebbe riferito. Il fatto è che il nome era sconosciuto e allora ho riferito”. Nel borgo medioevale di Gradoli, in provincia di Viterbo, non fu trovato niente. Si scoprì in seguito che il riferimento era a una via della periferia della Capitale.

    Nel 2013 ha parlato Steve Pieczenik, consulente del Dipartimento Usa nel 1978 in materia di terrorismo, componente del comitato di crisi creato dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga per il caso Moro. L’americano, intervistato da Giovanni Minoli, svelò una “manipolazione strategica al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia”. Moro, secondo lui, doveva essere sacrificato per scacciare lo spauracchio comunista dall’Italia: “Quando sono arrivato in Italia c’era una situazione di disordine pubblico: c’erano manifestazioni e morti in continuazione. Se i comunisti fossero arrivati al potere e la democrazia cristiana avesse perso, si sarebbe verificato un effetto valanga. Gli italiani non avrebbero piu controllato la situazione e gli americani avevano un preciso interesse in merito alla sicurezza nazionale. Mi domandai qual era il centro di gravità che al di la di tutto fosse necessario per stabilizzare l’Italia. A mio giudizio quel centro di gravita si sarebbe creato sacrificando Aldo Moro” .

    Pochi mesi prima del rapimento, Aldo Moro fu avvicinato da uno studente russo de La sapienza, che gli chiese di poter frequentare le sue lezioni. Col tempo iniziò a fare domande indiscrete sulla scorta e la sicurezza di Moro. Si scoprì che non era uno studente ma Sergej Fedorovich Sokolov, uomo del KGB, una spia sovietica. Cossiga, alla Commissione Stragi, sostenne che all’inizio fu ipotizzato che il rapimento fosse stato effettuato ordine dei servizi segreti degli Stati del Patto di Varsavia (a influenza russa). Ipotesi poi scartata perché il comando NATO non riteneva che Moro potesse conoscere informazioni riservate sull’Alleanza Atlantica. Il dubbio resta, anche perché alcune azioni terroristiche delle Brigate Rosse, come hanno rivelato testimoni e studiosi, sarebbero state richieste proprio dal KGB.

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