Amnistia e indulto: significato e differenze

Amnistia e indulto: significato e differenze
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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 27/04/2016 13:16

    Negli ultimi tempi si sente parlare spesso di indulto e amnistia, ma cosa significano esattamente? Si tratta, in entrambi i casi, di provvedimenti legati alla detenzione carceraria: il primo agisce sulla pena, mentre il secondo sul reato. Attualmente il sovraffollamento delle carceri e le condizioni dei detenuti sono arrivati a un punto di non ritorno, per cui, come spiega Giorgio Santacroce, primo presidente della Cassazione, in attesa di ‘riforme di sistema‘ non c’è ‘altra via che l’indulto per ridurre subito il numero dei detenuti‘, scarcerando chi ‘non merita di stare in carcere ed essere trattato in modo inumano e degradante‘. E’ proprio da qui che nasce l’espressione ‘svuota carceri’. Ma andiamo a scoprire nel dettaglio il significato di amnistia e cosa comporta, l’indulto e il suo significato con il suo ambito di intervento, e diamo anche uno sguardo veloce al concetto di grazia.

    Da un lato dunque, c’è l’amnistia: qual è il significato del termine? Dal greco amnestìa, vuol dire dimenticanza. Come indica la parola stessa, il provvedimento cancella il reato, lo estingue e per questo fa cadere anche la pena. È un atto di clemenza generale, una specie di sinonimo del perdono: si cancella un determinato reato commesso in un certo periodo, aprendo così le porte delle prigioni per i condannati.

    In Italia, l’amnistia è prevista dall’articolo 79 della Costituzione e determinata dall’articolo 151 del codice penale: estinto il reato, viene a cessare la condanna e con essa le pene accessorie. Il provvedimento è destinato ai reati commessi prima del decreto e non si applica ai recidivi o ai ‘delinquenti abituali’ come ad alcuni tipi di reati.

    Dal 1992, l’amnistia deve essere disposta con una legge dello Stato con un voto a maggioranza dei due terzi di Camera e Senato, mentre prima era una prerogativa del Presidente della Repubblica. Nella storia recente, l’amnistia è stata utilizzata diverse volte, l’ultima nel 1990, per reati non superiori ai 4 anni e non attinenti alla sfera tributaria. Dai primi anni Quaranta a oggi, l’amnistia è intervenuta sui reati comuni e su quelli legati alla storia, come quella decisa nel 1945 per i ‘reati politici antifascisti’, ma in molti casi, specie nei primi anni della repubblica, si è usata per reati finanziari.

    L’indulto invece va a toccare la pena, estinguendola. Il reato viene mantenuto, ma con un atto di clemenza generale viene modificata o conclusa la pena a cui si è stati condannati. L’indulto è previsto dall’articolo 174 del codice penale: anche in questo caso è necessario un voto a maggioranza di due terzi da parte del Parlamento che annulla o modifica parte o tutta la pena per determinati reati.

    L’ultimo indulto del 2006 ha riguardato le condanne non superiori a tre anni e le pene pecuniarie per 10mila euro. Dall’indulto sono esclusi alcuni reati come il terrorismo (compresa l’associazione eversiva), strage, banda armata, schiavitù, prostituzione minorile, pedo-pornografia, tratta di persone, violenza sessuale, sequestro di persona, riciclaggio, produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti, usura e quelli di mafia. Per legge, l’indulto non si applica alle pene accessorie, come l’interdizione dai pubblici uffici.

    Prima Napolitano, poi Santacroce hanno chiesto con insistenza che il Parlamento valuti misure di amnistia o indulto, ma perché? Tutto verte sulla situazione carceraria italiana, messa sotto accusa dall’Europa e dalla Corte di Strasburgo per il sovraffollamento che porta a condizioni di vita dei detenuti definite ‘disumane’ in più occasioni, anche dalle massime cariche dello Stato e della giustizia. In Italia ci sono 206 istituti di pena, in cui sono presenti 65.891 detenuti, a fronte di una capienza di 47.040: questo significa che ci sono 18.851 detenuti in più rispetto al numero di posti disponibili. Questi i dati ufficiali, che secondo l’associazione Antigone non rispecchiano la realtà, con 37mila posti reali, circa 100 ogni 180 detenuti. L’Italia è terza in Europa, dopo Serbia e Grecia, per il sovraffollamento delle carceri.

    Dei carcerati però 40.118 sono condannati in via definitiva, mentre un terzo della popolazione carceraria è costituita da persone in attesa di giudizio: 24.691 sono in carcere preventivamente o per richiesta del gip e gup o perché stanno scontando la pena, in attesa di processi d’appello e Cassazione. Le richieste di indulto e amnistia sarebbero quindi le sole a porre un freno a una situazione ormai ingestibile, con persone stipate in celle sempre più affollate, in condizioni di vita che ledono i diritti dell’uomo, come ricordato da Napolitano e Santacroce.

    Infine esiste la grazia: è definita un provvedimento di clemenza individuale, perché a beneficiarne è un singolo condannato detenuto. Si differenzia dall’indulto e dall’amnistia, in quanto non viene applicata a una determinata categoria di reati, bensì a un singolo soggetto che si trovi in specifiche condizioni, atte a comportare l’estinzione della pena. Generalmente, a decidere della grazia è il Capo di Stato.

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