Casi diplomatici e pasticci internazionali: dall’Egitto e la Libia ai marò

Casi diplomatici e pasticci internazionali: dall’Egitto e la Libia ai marò
da in Politica, Politica estera
Ultimo aggiornamento: Martedì 22/11/2016 16:05

    L’Italia della diplomazia non sta facendo belle figure. I casi diplomatici e i pasticci internazionali con protagonista il corpo diplomatico e le più alte autorità, fino ai ministri, sembrano ripetersi senza soluzione di continuità: pensiamo al pasticcio kazako del caso Shalabayeva , ai 22 tifosi della Lazio, fermati e processati in Polonia in una situazione con ombre e fatti poco chiari, alla morte di Giulio Regeni e alla vicenda degli italiani rapiti in Libia. Senza contare che il caso marò non è ancora risolto e ogni tanto ci si ricorda dei due fucilieri di Marina per le notizie che giungono dall’India e non dalla Farnesina. Ecco alcuni dei casi più imbarazzanti per il corpo diplomatico nostrano.

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    Salvatore Failla e Fausto Piano Dopo quasi 8 mesi di silezio, il 3 marzo 2016 in Italia arriva la notizia della morte di Salvatore Failla e Fausto Piano, due dei quattro italiani rapiti in Libia il 19 luglio 2015. Degli altri due ostaggi, Filippo Calcagno e Gino Pollicardo non si sa nulla, fino al giorno successivo quando vengono liberati. Sul profilo Facebook del Sabratha Media Center vengono pubblicate le foto e il video dei due tecnici: chiedono di tornare a casa. Mentre in Italia si organizza il loro rientro, in Libia si decide del destino delle salme dei due italiani uccisi, non si sa come e da chi. Le famiglie chiedono che non venga fatta l’autopsia in Libia, vogliono verità e giustizia per la loro morte. Per tutta risposta, le autorità di Tripoli si tengono le salme ed eseguono gli esami autoptici in loco, alla presenza di un medico italiano. La vedova di Failla, informata dai media, chiama l’Unità di crisi della Farnesina che le assicura si tratti solo di un esame superficiale, mentre le autorità giudiziarie libiche chiariscono che è stato fatto un esame completo, anche per cercare i proiettili che li ha uccisi. “Non è stato pagato alcun riscatto“, ribadisce alle Camere il ministro Paolo Gentiloni, che definisce “penose le modalità del rientro delle salme“. Tanti i punti oscuri di una vicenda che ancora non ha fine.

    Giulio Regeni, il ragazzo trovato morto in Egitto

    Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni, ricercatore di 28 anni originario di Fiumicello (UD) presso l’Università di Cambridge in Egitto, al Cairo, scompare, nel giorno dell’anniversario delle rivolte di Piazza Tahrir. Quella sera doveva andare a un compleanno di un professore amico: non arriverà mai. Il 4 febbraio 2016 il suo corpo viene ritrovato sul ciglio di una strada alla periferia della città: ha subito torture di ogni tipo e i segni sono ancora visibili. L’autopsia certifica che è morto dopo sette giorni di torture. Le autorità egiziane iniziano subito a depistare le indagini: parlano di incidente stradale, poi di una vendetta personale per una presunta omosessualità prima o per questioni di droga poi. Dimenticano anche dettagli importanti sull’autopsia e danno ogni giorno una versione diversa sul movente. Le autorità italiane chiedono tabulati telefonici (il cellulare è scomparso), vogliono le immagini delle telecamere di sicurezza nel giorno del rapimento, insistono per avere tutti i fascicoli e le carte. Dal Cairo non arriva nulla, se non una montagna di bugie precostituite. Regeni indagava il mondo dei sindacati anti governativi e le autorità italiane sospettano sia questo il vero movente. Di fronte agli enormi interessi italiani in Egitto, la morte di Giulio sembra svanire, in attesa della verità.

    Più che un pasticcio internazionale, il caso di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo ha messo in chiaro i limiti di una diplomazia alle prese con l’Italia dei social network e della continua battaglia elettorale. Le due ragazze erano state rapite in Siria, dove si trovavano come cooperanti, e liberate il 15 gennaio 2015 dopo 150 giorni di prigionia. Ad attenderle all’aeroporto anche l’attuale ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni (PD). Tutto bene, si dirà: due giovani italiane, prese ostaggio in uno dei Paesi più a rischio del mondo, tornano a casa sane e salve. Passa poco tempo quando filtra la notizia del presunto pagamento del riscatto pari a 12 milioni di euro: a diramarla per prima è il profilo Twitter di un sedicente appartente alla jihad islamica. Subito si scatena la polemica, con esponenti politici che soffiano sul fuoco, giornali che insinuano, ex uomini dei Reparti Speciali che rilasciano interviste in cu affermano che l’Italia ha sempre pagato riscatti. L’apice si raggiunge con un tweet dell’onorevole Maurizio Gasparri in cui insinua che le due ragazze abbiano avuti rapporti sessuali con i rapitori. Un caos mediatico (e politico) a cui il ministro Gentiloni cerca di porre rimedio con un’informativa quando ormai la fiamma si è tramutata in incendio. Il governo nega di aver pagato un riscatto e afferma di essersi attenuto alle regole dei maggiori Paesi europei e occidentali, senza però chiarire quali. Quello che doveva essere un successo della diplomazia, si trasforma in un mezzo disastro.

    Giovedì 28 novembre 2013, giornata di Europa League per la Lazio, chiamata in trasferta in Polonia per giocare contro il Legia-Varsavia. Qualche ora prima della partita, arrivano notizie di scontri tra gruppi di tifosi italiani e polacchi nei pressi di un albergo, poi il lancio di oggetti verso un blindato delle forze dell’ordine da parte di qualche tifoso laziale. A quel punto scatta un maxi blitz della polizia polacca nelle strade della città nei confronti di circa 250 tifosi biancocelesti e arrivano i fermi e gli arresti per 149 ragazzi che vengono portati in Questura. Ha inizio una vera odissea per i ragazzi italiani che vengono arrestati e processati per direttissima con accuse diverse tra cui quella di disturbo alla quiete: la maggior parte viene rilasciata dietro il pagamento di un’ammenda, per 22 di loro però la situazione si complica. I ragazzi, d’età compresa tra i 17 e i 22 anni, rimangono in cella in attesa del processo, fioccano le prime condanne: per una persona viene stabilita la pena di sei mesi, con la condizionale, altre tre sono state condannate a tre mesi di reclusione e le altre 18 a due mesi, sempre con la condizionale. Le prime testimonianze dei ragazzi svelano una situazione quasi paradossale: arrestati in massa senza un motivo, messi in celle al freddo e senza acqua e senza aver la possibilità di chiamare un avvocato, costretti a firmare presunte confessioni in polacco senza l’aiuto di un traduttore. La testimonianza di una ragazza raccolta da Radio Capital è terribile: la giovane era a Varsavia per vedere la partita con il fidanzato e aveva organizzato una mini vacanza. Invece è finita in cella, da sola, senza nessuno che le desse da mangiare e da bere per due giorni. L’ambasciata si attiva per il loro rilascio e il rientro in Italia: stando alle testimonianze, i ragazzi erano senza documenti, cellulari e soldi, sequestrati al momento del fermo. Alcuni di loro raccontano di aver fatto la colletta per tornare a casa. L’allora ministra Emma Bonino interviene di persona chiedendo al collega polacco Radoslaw Sikorski di “adoperarsi affinché vengano messi in libertà, anche dietro cauzione, in attesa del processo”. I tempi però si dilatano, mentre dei cittadini italiani rimangono in carcere in un altro paese europeo. Gli ultimi tifosi vengono rilasciati nel gennaio 2014, dopo 61 giorni.

    Mukhtar Ablyazov, dissidente kazako, e la moglie Alma Shalabayeva entrano nelle pagine della cronaca nostrana a fine maggio 2013, tra il 28 e il 30, quando la donna, insieme alla figlia di 4 anni, viene espulsa dall’Italia con l’accusa di possedere un passaporto falso. Ex banchiere ed ex ministro dell’Energia, Ablyazov è ricercato in Kazakistan per frode fiscale, ma la sua opposizione al presidente Nursultan Nazarbayev lo ha portato a chiedere e ottenere asilo politico in Gran Bretagna. Nel suo paese, l’uomo e i membri della sua famiglia rischiano molto, eppure le forze dell’ordine italiane, la diplomazia e soprattutto le autorità autorizzano l’estradizione della moglie e della figlia di 4 anni ad Astana. Diplomatici kazaki che entrano in Questura e chiedono l’arresto dell’uomo, il blitz nella villa romana della famiglia nel quale vengono fermate la donna e la piccola; funzionari che non solo non sanno dello status di rifugiata politica della Shalabayeva, ma che l’accusano di falso passaporto e ne ordinano l’espulsione: un vero caos. Ablyazov chiede chiarimenti all’allora premier Enrico Letta che annuncia l’apertura di un’indagine: Palazzo Chigi revoca l’espulsione della donna, Astana dichiara che la signora e la figlia non sono in arresto o ai domiciliari e che comunque non saranno rimandate in Italia. Sulla graticola finisce Angelino Alfano, ministro degli Interni, chiamato a riferire con la Bonino alle Camere. Il pasticcio è palese: Alfano legge la relazione della Polizia dove è scritto che “in nessuna fase della vicenda i funzionari italiani hanno avuto notizia del fatto che Ablyazov fosse un dissidente politico fuggito dal Kazakistan, possibile oggetto di ritorsioni”. I ministri non saltano, si dimette il Capo di Gabinetto Giuseppe Procaccini, si riorganizza la Direzione Centrale Immigrazione e Polizia di frontiera, ma il risultato non cambia: l’Italia è riuscita a estradare la moglie e la figlia piccola di un rifugiato politico nel Paese da cui la famiglia era fuggita. Il 30 luglio 2014 la Corte di Cassazione conferma che Alma Shalabayeva non doveva essere espulsa dall’Italia e che il provvedimento di rimpatrio è viziato da “manifesta illegittimità originaria”.

    Il 15 febbraio 2012 Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati in India, appena sbarcati nel porto di Kochi, nello stato del Kerala: su di loro pende l’accusa di aver ucciso due pescatori scambiandoli per pirati nel corso delle operazioni antipirateria a bordo della petroliera Enrica Lexie. L’Italia interviene con l’invito del sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura: l’India non ha giurisdizione per il processo visto che il fatto è avvenuto in acque internazionale ed è da dimostrare che a sparare siano stati di due marò. I fucilieri però vengono arrestati e trasferiti in carcere: la tensione tra i due Paesi sale, fino al 22 dicembre quando i due fucilieri di Marina ottengono un permesso speciale per rientrare in Italia per le festività. Il 4 gennaio 2013 tornano in India, come da accordi, in India viene istituito un tribunale speciale: l’Italia ottiene un permesso per i marò che tornano per votare alle elezioni di febbraio, ma l’11 marzo l’allora ministro degli Esteri Terzi annuncia che i due militari rimarranno in Italia. Scoppia il caos: una settimana dopo viene fermato l’ambasciatore italiano in India, Daniele Mancini. Per il rilascio dell’ambasciatore l’Italia deve far rientrare in India i due marò. A fine marzo il ministro Terzi si dimette: il caso passa nelle mani della Bonino, nuova titolare degli Esteri con il governo Letta, ma la situazione non si sblocca. I fucilieri rimangono in India, in attesa del processo, su cui l’Italia non è riuscita a far valere la sua posizione né le perizie che scagionerebbero i militari. Le uniche notizie arrivano dall’India, come quella del rischio della pena di morte per Latorre e Girone. La Bonino chiarisce di aver già ottenuto rassicurazioni a tal proposito, spiegando che i fucilieri non rischiano la pena capitale. La grande paura sembra passata, ma i due fucilieri rimangono ancora in attesa di processo, a oltre 3 anni di distanza: nessuna novità di rilievo nel loro caso arriva anche dall’attuale governo, nonostante le promesse.

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    3 febbraio 1998. Un caccia americano trancia il cavo della funivia di Cavalese facendo precipitare nel vuoto una cabina piena di sciatori. Muoiono 20 turisti provenienti da 6 paesi europei. Il più giovane ha 14 anni, il più anziano 61. La tragedia passerà alla storia come la “strage del Cermis”. I piloti vengono rispediti in patria per essere giudicati da un tribunale a stelle e strisce. Nonostante in aula venga dimostrato che l’aereo EA-6B stesse volando troppo veloce e a quota troppo bassa rispetto a quanto previsto dalle norme militari i piloti vengono assolti, suscitando lo sdegno dell’opinione pubblica italiana ed europea. La giustizia viene sacrificata sull’altare della politica. Con 20 morti sulla coscienza, i due militari furono semplicemente degradati e condannati per intralcio alla giustizia, per aver distrutto un video registrato durante il volo: “Ho bruciato la cassetta. Non volevo che alla Cnn andasse in onda il mio sorriso e poi il sangue delle vittime”, così disse uno di loro.

    Rimanendo in tema di impunità degli Stati Uniti per fatti commessi contro cittadini italiani, non si può dimenticare la morte di Nicola Calipari, l’agente del Sismi ucciso durante la liberazione in Iraq della giornalista Giuliana Sgrena. Era il 4 marzo 2005: l’agente ha appena liberato l’inviata de Il Manifesto e si sta dirigendo in auto con lei verso l’aeroporto di Baghdad quando incontra un posto di blocco statunitense. I soldati USA sparano contro la vettura, uccidendolo: poco prima l’agente aveva avvisato Roma della riuscita del piano per riportare a casa la giornalista. Per la sua morte viene incriminato il soldato Mario Lozano, ma gli Stati Uniti fanno quadrato intorno al loro uomo. Oltre alle diverse ricostruzioni dei fatti (la Sgrena parlò di spari partiti all’improvviso, mentre l’auto si avvicina a 50 km/h con i fari accesi; per l’esercito USA l’auto andava a 100 km/h e aveva i fari spenti), gli States hanno fatto valere una consuetudine internazionale per cui il fatto avvenne in una zona di guerra sotto controllo statunitense su cui l’Italia non aveva giurisdizione. Nei tre gradi di processo, la magistratura italiana si è trovata di fronte all’impossibilità di processare Lozano: la morte di Calipari aspetta ancora giustizia.

    Il caso di Cesare Battisti è un’altra pagina nera della diplomazia italiana. L’ex terrorista rosso è stato condannato in contumacia in tutti i gradi di giudizio all’ergastolo per omicidio e concorso in omicidio, con sentenza passate in giudicato, per i delitti commessi nel 1978. Arrestato l’anno dopo, riesce a fuggire nel 1981 riparando in Francia dove vive prima in clandestinità e poi alla luce del sole grazie alla dottrina Mitterrand sul diritto d’asilo. Quando nel 2004 le autorità italiane chiedono l’estradizione, Battisti approda in Brasile dove ottiene lo status di rifugiato politico grazie all’intervento dell’ex presidente Lula: da allora vive come un qualsiasi cittadino, godendosi il successo della sua nuova carriera da scrittore, pur con la condanna all’ergastolo per 4 omicidi. La diplomazia italiana non è mai riuscita a farlo rientrare in Italia.

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