Adozioni gay in Italia: cosa prevedeva la stepchild adoption del ddl Cirinnà?

Adozioni gay in Italia: cosa prevedeva la stepchild adoption del ddl Cirinnà?
da in Angelino Alfano, Chiesa cattolica, Leggi, Omosessualità, PD – Partito Democratico, Politica, Unioni civili
Ultimo aggiornamento: Giovedì 25/02/2016 11:33

    L’articolo più controverso del ddl Cirinnà sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso è il quinto, che riguardava l’adozione per le coppie gay, la cosiddetta stepchild adoption. I giochi di potere politico hanno portato alla cancellazione dell’articolo dal testo, con la promessa, da parte del PD, di inserirlo al più presto nella riforma della legge sull’adozione, ferma al 1983. Cos’è la stepchild adoption? Perché è stata al centro delle polemiche. L’espressione inglese altro non è che l’adozione del figliastro, istituto giuridico anglosassone in vigore in 29 Paesi nel mondo per le coppie gay. L’articolo ha scatenato polemiche feroci tra la maggioranza e all’interno dello stesso PD. Di cosa parliamo in concreto quando ci riferiamo alla stepchild adoption? Vediamo cosa diceva il ddl Cirinnà e cosa è cambiato ora.

    L’articolo 5 del ddl Cirinnà recitava che “si modifica la lettera ‘b’ del comma 1 dell’art.44 della legge 184 del 1983, secondo cui i minori, in deroga alle disposizioni generali, “possono essere adottati, dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell’altro coniuge“. La stepchild adption altro non è che l’adozione del figlio biologico o adottato di uno dei componenti la coppia da parte del partner, estendendo la responsabilità genitoriale a entrambi i partner. In Italia esiste già: le coppie eterosessuali sposate o conviventi hanno la possibilità di adottare il figlio del partner, in modo che entrambi siano genitori davanti alla legge. Il ddl Cirinnà estende questo diritto anche alle coppie gay che contraggono l’unione civile. Non si tratta quindi di un’adozione nel senso classico del termine: una coppia omosessuale non può adottare un bambino terzo (nato cioè al di fuori della coppia). Se uno dei componenti ha già un figlio, biologico o adottato, il partner potrebbe adottarlo, diventandone così genitore sociale.

    Senza la stepchild adoption, il ddl Cirinnà perde molto. Le associazioni LGBT hanno protestato per una legge a metà, che riconosce sì l’esistenza delle coppie omosessuali, ma toglie il diritto di essere genitori anche dei figli che già stanno crescendo. Per portare al voto il disegno di legge, la maggioranza ha stralciato l’articolo ma ha inserito, nel maxi emendamento, la dicitura “Resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti“. Il passaggio è un punto chiave. Le coppie omosessuali possono continuare a rivolgersi alla magistratura per chiedere l’adozione del figlio del partner, come già sta avvenendo da anni nel nostro Paese. Insomma, quello che la politica non fa, la fa la magistratura. Mentre i politici parlavano di utero in affitto, che non era presente nel disegno di legge, coppie eterosessuali italiane, che hanno usato la maternità surrogata all’estero, hanno visto riconosciuto il diritto genitoriale dai tribunali italiani. La stepchild adoption ha già dei precedenti in Italia. Il primo risale al 2014 quando il Tribunale dei minori di Roma ha riconosciuto quella che è di fatto la prima adozione gay in Italia, dando a una donna la possibilità di adottare la figlia naturale della compagna. La coppia si è sposata in Spagna e, sempre all’estero, era ricorsa all’inseminazione eterologa assistita. Il Tribunale si è basato sulla legge italiana per le adozioni e in particolare sull’articolo 44 che dà la possibilità di adottare i figli del partner alle coppie eterosessuali non sposate. La Corte ha riconosciuto che è “nel superiore e preminente interesse del minore a mantenere anche formalmente con l’adulto, in questo caso genitore sociale, quel rapporto affettivo e di convivenza già positivamente consolidatosi nel tempo”. È dunque nell’interesse del bambino riconoscere la genitorialità di chi lo ama e lo cresce ogni giorno, anche se non è il genitore biologico. A ottobre 2015, è stato il Comune di Napoli a trascrivere l’atto di nascita di un bimbo, nato all’estero da una coppia di donne sposate in Spagna. Diverso il caso della Consulta che si è espresso contro la richiesta di adozione da parte di una coppia sposata negli States. La bimba, nata statunitense, negli USA risultava figlia di entrambe, mentre in Italia solo della mamma biologica. La Corte ha rigettato il ricorso non perché si parlava di due madri, ma perché era il “riconoscimento di una sentenza straniera, pronunciata tra stranieri”. [multipage]

    La stepchild adoption avrebbe dato copertura giuridica a situazioni che già esistono nel nostro Paese. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, i bambini cresciuti da genitori omosessuali in Italia sono 100mila. Si tratta di famiglie gay italiane a tutti gli effetti che per la legge non esistono. In alcuni casi, i bambini sono frutto di precedenti relazioni eterosessuali, poi concluse e in cui un genitore ha formato una nuova coppia omosessuale. In altri casi, sono stati concepiti all’interno della coppia gay, grazie alla fecondazione assistita eterologa nei paesi esteri dove è legale. Le persone omosessuali hanno già le loro famiglie e sono già genitori. Uno studio condotto nel 2005 da Arcigay con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità, evidenzia che il 17,7 per cento dei gay e il 20,5 delle lesbiche con più di 40 anni hanno almeno un figlio; prendendo tutte le fasce d’età, i genitori gay sono 1 ogni 20.

    La stepchild adoption è stata contestata dal NCD e dai partiti di centrodestra perché, a loro dire, aprirebbe la strada all’adozione per i gay e all’utero in affitto. Come abbiamo già detto, il ddl Cirinnà vietava l’adozione di figli terzi, nati cioè al di fuori della coppia. La pratica dell’utero in affitto in Italia è vietata per legge; lo è sia per le coppie eterosessuali sia per le coppie omosessuali. Ciò non toglie che coppie etero sterili vadano all’estero per usare la maternità surrogata. Il ddl Cirinnà e la stepchild adoption non prevedevano l’utero in affitto, ma solo l’adozione del figliastro anche per le coppie gay.

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