Italicum, Renzi incastra i dissidenti del PD: chi sono?

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    Lo strappo sull’Italicum all’interno del PD è stato certificato, ma Matteo Renzi non cambia rotta. 38 (o 36 a seconda delle fonti) sono stati i deputati dem che non hanno votato la fiducia chiesta dal governo, dichiarazioni di fuoco da parte degli esponenti della minoranza più illustri, a partire dall’ex segretario Pier Luigi Bersani. Quello che conta, per il premier e segretario, è che, nonostante i “pesi massimi” scesi contro di lui, i numeri siano ancora dalla sua. Le indiscrezioni raccolte dopo il voto alla Camera raccontano di un Renzi sereno, che attendeva di capire la portata dello strappo. “Letta, Bindi, Bersani ed Epifani, messi insieme, hanno aggiunto alla minoranza solo loro stessi“, è stato il commento del premier.

    Dopo il voto, Renzi ha ringraziato la maggioranza che ha votato la fiducia. “La strada è ancora lunga ma questa è la #volta buona“, scrive su Twitter.

    Sulla carta, il segretario ha i numeri per poter continuare; a livello politico però la tensione cresce di ora in ora. “Davanti ai problemi del Paese, da questo momento Renzi sarà solo“, dichiara Bersani a ridosso del voto, avvisando di non voler lasciare il PD perché “è lui che, con la fiducia, ha fatto lo strappo“.

    Si è parlato di dignità politica, di democrazia interna e il dialogo tra maggioranza e minoranza dem sembrava acceso ma ancora possibile: con la fiducia Renzi ha voluto chiarire che quel tempo è finito, che si deve passare all’azione e che non ci saranno mediazioni, costi quello che costi, anche le dimissioni.

    Renzi: “A rischio dignità del PD”

    LaPresse

    Non approvare l’Italicum metterebbe a rischio la dignità e il futuro del PD, rendendolo il “partito che blocca il cambiamento e non la forza che cambia il Paese”. Matteo Renzi aveva avvisato i suoi con toni chiari e netti in una lettera: se la legge elettorale non verrà votata da tutti, si metterà in crisi la stessa esperienza di governo e la sua segreteria. In gioco c’è il futuro del partito, la “dignità” dello stesso progetto politico: bloccare la legge elettorale significa fare “il più grande regalo ai tanti che credono nel potere dei tecnici: quelli che pensano che la parola politica sia una parolaccia”. Nel merito, scrive ancora Renzi, l’Italicum si potrà anche migliorare, ma è ciò che permette di rottamare il Porcellum e il Consultellum. C’è poi un problema tutto interno al PD: il voto alla legge non è una prova di lealtà ma di democrazia e su questo il segretario dem non vuole sentire scuse.

    La prima regola della democrazia è rispettare, tutti insieme, la regola del consenso interno”, scrive Renzi. “Quando ho perso le primarie, ho riconosciuto che la linea politica doveva darla chi aveva vinto. Adesso non sto chiedendo semplicemente lealtà; sto chiedendo rispetto per una intera comunità che si è espressa più volte su questo argomento, a tutti i livelli. Perché questa legge elettorale l’abbiamo cambiata tre volte per ascoltare tutti, per ascoltarci tutti. Ma a un certo punto bisogna decidere”.

    I toni sono chiari. Si cerca di ricucire lo strappo, anche perché la parola “dignità” ha scatenato l’ennesima polemica con la minoranza dem. “Dignità è un concetto profondo ed è offensivo usarlo a fini di polemica interna”, risponde in una nota la componente interna che fa capo a Gianni Cuperlo. “Nessuno può dire che chi esprime un’opinione diversa colpisce la dignità di una comunità come il PD”. Un’apertura alla possibile mediazione è già arrivata. Difficile che si mandi tutto all’aria, ma Renzi vuole avere dietro di sé un partito compatto e unito perché le insidie sul cammino delle riforme sono tante.

    Renzi precetta i suoi

    Per questo, non sono concessi cambi di percorso. Il premier e segretario ha così mandato un sms ai deputati dem in vista delle prime votazioni sull’Italicum alla Camera per precettarli. Si chiede la “presenza obbligatoria, senza eccezione alcuna. Annullare ogni impegno e missione”. La partita sulla legge elettorale è anche interna e c’è bisogno di compattezza e unità di fronte agli attacchi che arrivano da Forza Italia. Qualche aiuto insperato arriva da parte di SEL, con il deputato Toni Mattarelli che ha dichiarato su Facebook il suo voto favorevole, ma i contrari potrebbero crescere di numero se gli onorevoli vicini a Denis Verdini si accodassero alla politica di FI.

    Renzi sostituisce i ‘ribelli’

    Il dibattito intorno alla nuova legge elettorale si era già surriscaldato quando la segreteria dem ha deciso di sostituire 10 deputati della minoranza del PD in commissione affari costituzionali. La sostituzione è stata fatta appositamente per l’esame dell’Italicum. Gli esponenti della minoranza, tuttavia, fanno notare che non si tratta di un passaggio indolore. Stefano Fassina ha parlato di “un nuovo arretramento pericoloso della nostra democrazia”.

    A essere sostituiti sono stati Bersani, Cuperlo, Giorgis, Lattuca, D’Attorre, Pollastrini, Fabbri, Agostini, Meloni, Bindi, mentre Giuseppe Lauricella, esponente della minoranza che, pur essendo critico nei confronti dell’Italicum, ha detto che seguirà il gruppo. Cuperlo ha lanciato un avvertimento al governo, perché ritiene che questa situazione possa costituire una base molto seria, che metterebbe a rischio la prosecuzione della legislatura.

    Le dimissioni di Roberto Speranza

    Sono stati 190 i sì a favore dell’Italicum. Non ci sono stati astenuti e nessun contrario. E’ costata cara, comunque, la questione, perché Roberto Speranza si è dimesso da capogruppo del PD alla Camera e i deputati di minoranza hanno deciso di abbandonare l’aula. Lo stesso Renzi ha dovuto constatare che all’interno della maggioranza c’è una profonda divisione sui singoli punti della legge elettorale. Proprio questo sarebbe il motivo che avrebbe condotto alle dimissioni di Roberto Speranza, il quale ha dichiarato: “Non cambiare la legge elettorale è un errore molto grave che renderà molto debole la sfida riformista che il PD ha lanciato al Paese. C’è una contraddizione evidente tra le mie idee e la funzione che svolgo e che sarei chiamato a svolgere nelle prossime ore”.

    I dissidenti di minoranza hanno preferito lasciare la riunione e Pippo Civati e Stefano Fassina sono sul piede di guerra. Piuttosto decisi sul da farsi anche Alfredo D’Attorre e Pierluigi Bersani. Il premier ha provato fino all’ultimo a scongiurare che avvenisse uno strappo, spiegando ai dissidenti che le sorti dell’esecutivo sono proprio legate a questa legge elettorale. Renzi è deciso ad andare avanti senza modificare l’Italicum, ma allo stesso tempo vorrebbe evitare il voto di fiducia, che è guardato con una certa preoccupazione.

    La trattativa

    Si cerca di trattare e si spera da Renzi un’apertura sulla riforma del Senato. Il problema è costituito anche dal fatto che un’intesa di questo genere non sta bene neanche a Bersani. L’ex segretario, infatti, ha detto chiaramente che non è possibile mettere insieme la legge elettorale e la riforma del Senato. Il peso di una rottura potrebbe ricadere direttamente su Renzi.

    Renzi potrebbe provare a “minacciare” tutti con l’arma delle urne anticipate. Ma Gianni Cuperlo ha già messo le mani avanti e ha detto: “Bisognerebbe smetterla di minacciare pistole e scendere tutti dal ring”. Alcuni intravedono uno strappo fatale, in grado di mettere fine alla legislatura.