Inchiesta Grandi opere: come funziona il sistema della corruzione?

Inchiesta Grandi opere: come funziona il sistema della corruzione?
da in Governo italiano, Imprenditori, Maurizio Lupi, Ministro delle Infrastrutture, Politica
Ultimo aggiornamento: Lunedì 23/03/2015 13:07

    Un “sistema” per gestire da almeno 15 anni gli appalti delle Grandi opere tra favori e soldi pubblici sperperati, con costi aumentati a dismisura pur di favorire i “soliti amici” e che oggi ha portato alle dimissioni di Maurizio Lupi da Ministro delle Infrastrutture. Le carte della Procura di Firenze, da cui tutto è partito, rivelano una rete di interessi tra aziende e alti funzionari dello Stato che ha portato a deliberare in 15 anni 25 miliardi di euro per opere pubbliche che riguardano tutta Italia, dall’Alta Velocità Milano-Verona, al porto di Ostia, il valico di Giovi e l’ormai eterna Salerno-Reggio Calabria. Dalla struttura tecnica di missione, la “centrale operativa” del ministero, sono state gestiti tutti i lavori legati alle Grandi opere dati sempre alle stesse, poche imprese.

    Le indagini sono partite da Firenze ma, come si suol dire, tutte le strade portano a Roma. Qui, nei palazzi del potere, si è sviluppato un intreccio tra alti burocrati e imprenditori che ha portato a uno sperpero di soldi pubblici dalle cifre impressionanti. Tutti gli appalti delle Grandi Opere passano per gli uffici tecnici del ministero e così, da Firenze sono partiti i fascicoli per la Procura di Roma: le indagini hanno portato allo scoperto anche l’appalto per il prolungamento della Metro C capitolina, andata a Stefano Perotti, imprenditore finito agli arresti insieme a Ercole Incalza, il super dirigente del ministero. I magistrati romani hanno già lanciato un allarme sui costi della metropolitana che nel 2011 avevano una spesa di 3,4 miliardi di euro e che invece ora potrebbero salire fino alla cifra record di 6 miliardi. Un’intercettazione potrebbe spiegare come sia possibile che i lavori per la metropolitana riescano quasi a raddoppiare in meno di tre anni. Protagonisti, l’ex presidente di Italferr, Giulio Burchi e il manager Giovanni Gaspari: i due parlano dei lavori affidati a Perotti che ha avuto l’appalto per “un lotto che non volevano dargli a tutti i costi quando c’era ancora Bortoli di Roma Metropolitane”. Basta chiedere alle persone giuste e i lavori arrivano.

    I due sono indagati oggi dalla Procura, insieme ad altre 50 persone per quel “sistema” che i magistrati definiscono senza mezzi termine “un’organizzazione criminale di spessore eccezionale, che ha condizionato per almeno un ventennio la gestione dei flussi finanziari statali destinati alla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali” grazie a “una sorta di filtro criminale all’ordinario accesso ai grandi appalti pubblici da parte delle imprese private”. Imprenditori, alti funzionari e politici hanno tessuto una rete di interessi a spese dello Stato: appoggi politici in cambio di aiuti “per sistemare” i figli di qualcuno, deroghe e appalti in mano a dirigenti statali, lavori ai soliti “amici”. Il risultato? “La lievitazione abnorme dei costi, della devastante distorsione delle regole della sana concorrenza economica, di efficienza e trasparenza e non da ultimo dell’aumento esponenziale del debito pubblico nazionale”, scrivono i pubblici ministeri.

    Al centro c’è soprattutto Ercole Incanza, il dirigente che “predispone le bozze della legge Obiettivo” e che “di anno in anno, individua le grandi opere da finanziare e sceglie quali bloccare e quali mandare avanti”: è l’uomo da cui chi vuole lavorare alle Grandi opere non può prescindere, chiariscono gli inquirenti. Il “sistema” ha così portato l’amico e socio Perotti ad avere direzioni tecniche o di programmazione per appalti in 10 opere con “importi stratosferici in forza del suo speciale rapporto con Incalza”: le cifre snocciolate dagli investigatori parlano di 70 milioni di euro in 8 anni solo per l’Alta velocità di Firenze. Uno dei modi per far “ingrassare” il portafoglio degli amici, secondo i Pm, era semplice quanto devastante: al ministero si decidono le cosiddette opere accessorie, quelle varianti, valutazioni di impatto ambientale e altro che fanno lievitare i costi fino al 40% dell’opera, come racconta l’imprenditore Massimo Fiorini, intercettato dai Carabinieri. Incalza, che nell’interrogatorio ha negato tutto, ha deciso per anni chi doveva avere i lavori, di quanto far aumentare i costi perché gli “amici” si potessero intascare i proventi, anche grazie a “capitolati” truccati ad arte: i Carabinieri hanno trovato una perizia contraffatta nell’arbitrato tra Perotti e Fiat per la Tav che ha fatto intascare al manager 68 milioni di euro.

    Secondo i magistrati c’è stato un “patto tra professionisti nominati direttori dei lavori e gli stessi funzionari dello Stato, parte di un’unica compagine criminale che condivide strategie, azioni, proventi illeciti” che ha portato a gestire 25 miliardi di euro di appalti in 15 anni. Oltre a Perotti e Incalza, c’è anche un terzo uomo chiave nella gestione del “sistema” ed è Francesco Cavallo, indicato dai due nelle intercettazioni come “l’uomo di Lupi”. Secondo i magistrati, “ha un rapporto contrattuale per l’erogazione di servizi professionali in favore della società Ingegneria Spm riferibile a Perotti Stefano”, cosa che lo porta a “intrattenere nel suo interesse una serie di rapporti con soggetti istituzionali”. È lui che si muove quando c’è da fare un favore a monsignor Francesco Gioia: insieme a Perotti, si attiva perché venga trovato un lavoro al nipote del prelato e il ragazzo viene assunto da Ferrovie del Sud-Est. É sempre Cavallo a far da tramite tra i politici e gli imprenditori: elargire favori vuol dire portare voti ai politici e a ingraziarseli per aiutare gli “amici”.

    Si apre così un altro capitolo, quello relativo ai politici con cui è necessario intrattenere rapporti solidi per poi spartire gli appalti. Burchi chiarisce per esempio l’importanza di avere un dialogo costante con Riccardo Nencini (in foto), sottosegretario alle Infrastrutture che non è indagato, per “discutere delle nomine da fare” e “sistemare due o tre persone”. È necessario avere sempre un occhio di riguardo per chi ha il potere di decidere. Sempre Burchi, per esempio, svela come Enrico Maltauro, imprenditore coinvolto nelle tangenti per Expo, ha dato lavoro al figlio di Antonio Acerco, ex responsabile del padiglione Italia indagato per gli scandali a Milano. È ancora il manager che dice di essere diventato “un ufficio di collocamento”: intercettato dagli inquirenti, Burchi lo dice in merito a se stesso quando si attiva per trovare lavoro a persone segnalate da Ugo Sposetti, ex tesoriere dei DS. Un intreccio di favori e raccomandazioni che ora gli inquirenti vogliono sbrogliare.

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