Burqa vietato in Italia? Ecco come funziona negli altri Paesi

Burqa vietato in Italia? Ecco come funziona negli altri Paesi
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    Burqa vietato in Italia? Ecco come funziona negli altri Paesi

    Nel nostro paese manca un riferimento legislativo preciso sull’uso del burqa e niqab nei luoghi pubblici, ma esiste una legge, la cosiddetta legge Reale, che vieta di indossare caschi o altri mezzi che non permettano il riconoscimento del volto nei luoghi pubblici. Il dibattito è ancora in corso: la legge del 22 maggio 1975, n. 152 non parla esplicitamente di velo integrale islamico è per questo che nel 2009 è stato presentato un Ddl, il 2422, che ha visto un primo sì alla Camera nel 2011 per poi perdersi tra cambi di governi e priorità diverse. Al momento dunque, in Italia non è vietato indossare burqa o niqab, a differenza di altri Paesi europei. Ma come funziona nel resto del mondo?

    Il burqa è l’abito azzurro delle donne afghane, che copre integralmente corpo e volto, a parte una reticella davanti agli occhi. Il niqab è invece il velo nero che copre capo e volo, lasciando gli occhi scoperti: chi lo indossa, porta anche i guanti poiché nessuna parte del corpo deve essere visibile. Entrambi gli indumenti, secondo alte autorità islamiche, non sono prescritti nel Corano, ma nascondo come interpretazioni restrittive di alcuni paesi o comunità che hanno voluto interpretare alcune sure in maniera letterale. Come già nella Bibbia, anche nel testo sacro dell’islam si consiglia di indossare un fazzoletto sul capo, e come per i cristiani, il velo è un segno d’appartenenza religiosa.

    Come anticipato, in Italia non c’è una legge specifica sull’uso del burqa o niqab nei luoghi pubblici: in linea di principio non c’è alcun divieto e le donne musulmane possono indossarlo se lo desiderano.

    In realtà indossare un indumento che copre il volto nei luoghi pubblici potrebbe andar conto un articolo già presente nell’ordinamento, la legge del 22 maggio 1975, n. 152, detta anche legge Reale-Mancino in materia di ordine pubblico. All’articolo 5, la legge dispone che è “vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino”.

    Per la legge italiana non si possono indossare caschi o altri “mezzi” che nascondano il volto: da qui la modifica che il Ddl 2422 vorrebbe apportare, ossia l’inserimento della parola indumento o, nello specifico, dei termini burqa e niqab. La proposta di legge ha come prima firmataria nel 2008 Paola Binetti, sostenuta poi da Daniela Santanchè e portata alla Camera dalla relatrice del PdL di origine marocchina Souad Sbai. Dopo il primo sì a Montecitorio, con il voto contrario di PD, la legge si è fermata.

    Il burqa torna protagonista con una sentenza della Procura di Torino del giugno 2012. Il pm Paolo Borgna archivia infatti la questione, sollevata da esposti e denunce di un cittadino di Chivasso nei confronti di una donna di origine egiziana. Il niqab o burqa, scrive il magistrato, appartiene alla tradizione di alcuni Paesi islamici e non viola la legge Reale a condizione che, se richiesto dalle autorità, la donna si scopra almeno il volto. La donna lo indossa “ in ossequio, secondo un’interpretazione diffusa, ai principi della religione islamica”; in osservanza dei diritti costituzionali di “manifestare in qualsiasi forma, anche attraverso la propria immagine esteriore, la propria fede e la propria appartenenza religiosa”, non può essere vietato.

    La sentenza prende a riferimento quella già espressa dal Consiglio di Stato, la 3076 del 19 giugno 2008 che recita: “Il nostro ordinamento consente che una persona indossi il velo per motivi religiosi o culturali; le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni e dall’obbligo per tali persone di sottoporsi all’identificazione e alla rimozione del velo, ove necessario”.

    L’Europa è divisa tra paesi che ammettono l’uso del burqa e del niqab nei luoghi pubblici e altri che lo hanno vietato per legge. È il caso della Francia, del Belgio e in alcuni casi in Germania.

    Apripista il parlamento francese che approva a settembre del 2010 la legge fortemente voluta da Nicolas Sarkozy: divieto di indossare il velo integrale su tutto il territorio nazionale, incluse strade e piazze. La pena è una multa di 150 euro e/o un corso di educazione civica; chi obbliga una donna a indossare il burqa rischia un anno di carcere e una multa da 30mila euro, pena raddoppiata in caso di minori.

    Il Belgio segue l’esempio: già varata nell’aprile del 2010 ma entrata in vigore solo nel luglio 2011 per la crisi di governo, la legge vieta il velo integrale in tutti i luoghi pubblici. In Germania invece la scelta spetta ai singoli Lander: al momento sette su diciassette li hanno vietati nelle scuole pubbliche. Infine il Canton Ticino, che non è nell’eurozona ma sempre Europa è, come la Bosnia-Erzegovina, paese che ha vietato il velo integrale islamico da tempo.

    Negli altri Paesi del mondo il burqa e il niqab viene espressamente vietato: in nessun caso viene reso obbligatorio, a eccezione dell’ex Afghanistan dei talebani, che lo misero per legge. La legislazione più severa in questo ambito spetta all’Arabia Saudita, seguiti da Iran e da alcune zone dell’attuale Afghanistan e in Indonesia.

    Qui le donne sono obbligate a indossare non solo il hijab, ossia il velo che copre i capelli e cinge il volto, ma anche una tunica, detta abaya, per coprire il corpo. Velare il viso non è obbligatorio, anche se qui sono molte le donne che indossano il niqab. Nel 2010 è arrivata anche una prima apertura da parte dello sceicco Aaidh al-Garni, una delle massime autorità religiose del paese: le donne arabe che vivono o visitano paesi non musulmani possono, se necessario, scoprire il volto, ammonendo allo stesso tempo a evitare il più possibile viaggi all’estero per non doversi trovare nella situazione.

    Leggi contrarie esistono però anche in paesi musulmani come la Turchia e la Tunisia, dove il velo è vietato. Nel primo caso però la battaglia è al contrario, ossia per poter indossare il velo islamico. La prima apertura alle istanze religiose è arrivata dal premier turco Recp Tayyip Erdogan che nel 2012 ha voluto l’uso del velo per le agazze turche che frequentano le scuole religiose (le cosiddette imam-hatip), aprendo poi alle professoresse, le hostess della compagnia aerea Turkish Airlines, le ragazze delle scuole elementari e medie durante le ore di Corano e le avvocate, mentre è confermato il divieto per le dipendenti pubbliche e le deputate.

    Infine uno sguardo all’altra sponda dell’oceano. Gli Stati Uniti non hanno mai vietato l’uso del velo integrale islamico, anche dopo gli attacchi dell’11 settembre.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN LeggiPoliticaReligione Ultimo aggiornamento: Mercoledì 16/03/2016 09:25
     
     
     
     
     
     
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