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Giorgio Napolitano, perchè sarà ricordato come Presidente della Repubblica?

Giorgio Napolitano, perchè sarà ricordato come Presidente della Repubblica?
da in Giorgio Napolitano, Politica, Presidente della Repubblica
Ultimo aggiornamento: Martedì 13/01/2015 17:53

    Giorgio Napolitano lascia il Quirinale dopo 9 anni. Lo fa per motivi personali, con una scelta maturata “in piena autonomia“, come ha specificato il Colle quando la notizia ormai iniziava a circolare. Lo fa dopo aver lanciato l’ennesimo richiamo all’unità nazionale in un momento difficile in cui le riforme sono essenziali per uscire dalla crisi economica. Il mandato di Napolitano, che si è detto “contento di tornare a casa”, sarà ricordato a lungo per diversi motivi. Il doppio mandato, le stesse dimissioni, l’essere il primo appartente al PCI ad aver ricoperto la massima carica dello Stato: vediamo quali sono i principali motivi per cui ricorderemo la Presidenza di Napolitano.

    Napolitano entra di diritto nella storia della Repubblica Italiana come il primo Presidente a essere rieletto. Le elezioni di febbraio 2013, con la “non” vittoria del PD di Pierluigi Bersani e una maggioranza azzoppata, mostrano il loro limite nella rielezione del Capo dello Stato dopo il primo settennato di Napolitano. I candidati dei dem, Franco Marini e Romano Prodi vengono bruciati (i famosi 101 del PD), le forze politiche non trovano un accordo per un candidato alternativo e gli chiedono di accettare la rielezione.

    Napolitano acconsente, non senza far pesare questa scelta in un duro discorso di insediamento: chiarisce che lo fa per non lasciare l’Italia in balia degli eventi (crisi economica, attacco dei mercati, disoccupazione), per garantire continuità e solidità. Sarà un mandato a tempo, con l’obiettivo di far partire le riforme.

    La rielezione è permessa dalla Costituzione, ma nessuno prima di lui aveva fatto più dei sette anni canonici. Solo Carlo Azeglio Ciampi ci andò vicino, ma il suo rifiuto fu netto.

    Giorgio Napolitano è stato anche il primo comunista salito al Colle. Esponente di spicco dell’ex PCI, della corrente “migliorista”, era riuscito a stringere forti alleanze con le socialdemocrazie europee quando ancora in Italia vigeva la politica di esclusione per i comunisti. Primo esponente del PCI a essere invitato negli USA (1978) ed europeista convinto, Napolitano è il primo rappresentante dello storico partito della sinistra italiana a diventare la prima carica dello Sato.

    Nel 2011 il Paese celebra il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, in un clima di polemiche e scontri politici che colpiscono anche le celebrazioni. Tocca a Napolitano sfrondare i festeggiamenti da ogni polemica e portarli avanti con orgoglio e con passione. Il Presidente gira per lo Stivale, racconta e illustra soprattutto ai giovani cosa significa l’anniversario, cercando di costruire una base comune per il dialogo tra le forze politiche. La sua presenza costante ha dato senso a un avvenimento storico per l’Italia intera.

    Le riforme sono il cardine dell’azione politica di Napolitano come Presidente della Repubblica. Lo sono nel primo settennato quando sprona il Parlamento a dare un nuovo volto alle leggi italiane, adeguandole alla situazione attuale del Paese. La riforma elettorale, le pensioni e il mercato del lavoro sono temi che tratta in misura ancora maggiore a partire dal 2008, allo scoppio della crisi economica. Lega il suo secondo mandato al piano delle riforme, decidendo di rimanere per garantire stabilità istituzionale in un momento in cui le forze politiche devono trovare una via comune per riformare il Paese.

    Legata alla stabilità istituzionale di cui si fa garante, Giorgio Napolitano sostiene e anzi, per alcuna parte politica, crea, tre governi detti “delle larghe intese”. Lo fa con il governo Monti, esecutivo tecnico che porta l’economista a Palazzo Chighi dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi nel pieno della tempesta economico-finanziaria.

    Lo fa anche con i governi Letta e Renzi, entrambi con maggioranza e parte dell’opposizioni sugli scranni dell’esecutivo, quando lo stallo politico, dovuto alle elezioni del febbraio 2013, rischia di minare la già delicata situazione. Non sono mancate le critiche da parte di chi ha ritenuto la sua azione non più sopra le parti, pur agendo nel solco della Costituzione e delle sue prerogative.

    Nei rapporti con la magistratura, di cui come Capo dello Stato presiede il CSM, Napolitano ha usato toni anche aspri, mettendo in chiaro come l’indipendenza delle toghe, baluardo assoluto, non debba essere minato da protagonismi. Molte le critiche che ha rivolto agli organi giudicanti, cercando anche in questo caso di spingere per un rinnovamento.

    Il picco della tensione si ha con le intercettazioni delle telefonate con l’ex ministro Nicola Mancino nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia. La Corte Costituzionale ordina la distruzione delle intercettazioni, la Procura di Palermo non arretra, ancor di più dopo la morte per infarto del suo consigliere Loris d’Ambrosio. Napolitano viene chiamato a testimoniare: il Presidente risponde alle domande della corte e pubblica l’intera deposizione, per fugare dubbi e insinuazioni.

    L’opera di Napolitano si inserisce nel solco dell’unificazione e della politica come unica leva per cambiare il mondo. In questo senso si leggono due aspetti opposti dei suoi 9 anni. Da una parte l’iniziale sottovalutazione e gli attacchi all’antipolitica; dall’altra la ricerca costante di dialogo anche tra storici “nemici”. Il fenomeno del M5S viene infatti inizialmente sminuito (il noto “boom” che non avrebbe sentito); poi la presa di coscienza e l’incontro al Colle con Beppe Grillo. Gli attacchi dei pentastellati alla sua Presidenza e in generale l’azione contraria alla politica tradizionale del movimento non piacciono molto e Napolitano spesso torna sull’importanza del dialogo e della politica, quella con la P maiuscola.

    Altro passaggio storico è l’incontro avvenuto nel 2009 tra Licia Rognini, vedova di Giuseppe Pinelli e Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi, da lui fortemente volut in occasione della commemorazione delle vittime del terrorismo. Lo stesso Presidente ricorda la figura dell’anarchico, “vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine“.

    Europeista convinto, conoscitore degli Stati Uniti e non solo, Giorgio Napolitano si è distinto anche per i tanti viaggi all’estero e per la sua azione in politica estera. Pur rientrando nelle sue competenze, è però il primo a viaggiare in lungo e in largo per il mondo, ricevendo anche moltissimi Capi di Stato.

    D’altra parte, sono in tanti a vedere in lui il punto di riferimento “morale” dell’Italia e non nei premier che si sono succeduti negli ultimi 9 anni. Barack Obama non ha mai nascosto la “sintonia” con il “grande vecchio” della politica italiana, la Regina Elisabetta II lo ha incontrato più e più volte e sempre con grande piacere. La stessa Angela Merkel ha visto in lui un interlocutore di grande rilievo, a cui rivolgersi in diverse occasioni.

    In ogni discorso di Napolitano, emerge una caratteristica unica nel suo genere: la cultura della precisione. In 9 anni, il Presidente ha abituato gli italiani a discorsi pacati, anche se duri nei toni, con una scelta dei termini quasi maniacale, per stemperare quella passione che lo muove da oltre settant’anni. Conscio del suo ruolo, Napolitano non si è mai lasciato andare a parole troppo forti, pur lanciando moniti di grande impatto politico.

    La passione però ha fatto capolino, specie negli ultimi anni trascorsi al Colle, quando la commozione gli ha spesso rotto la voce. Napoletano atipico, il Presidente ha mantenuto sobrietà e aplomb istituzionale in ogni contesto, lasciando trasparire ogni tanto anche la parte più emotiva.

    Uomo di grandissima cultura, profondo conoscitore dall’interno della storia italiana ed europea, si è appellato ai principi del “dialogo a ogni costo“. Il segno di questa sua assoluta precisione quasi anglosassone sono le “virgolette” che apre e chiude a ogni citazione.

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