Jobs Act, il PD trova l’intesa ma il NCD non ci sta. Renzi: “Partita chiusa”

Jobs Act, il PD trova l’intesa ma il NCD non ci sta. Renzi: “Partita chiusa”
    Senato: un libro contro Grasso durante la fiducia

    Il PD trova l’intesa sul Jobs Act e avvia l’iter della riforma sul lavoro senza la fiducia, ma il NCD non ci sta e chiede chiarimenti, pena lo strappo della maggioranza. È quanto successo nelle ultime ore all’interno del governo sulla riforma voluta da Matteo Renzi e che lo stesso premier ha messo al centro dell’agenda dell’esecutivo, chiedendo un’accelerazione sulla sua approvazione. Se i dem hanno trovato un accordo su un tema che ha rischiato di dividere ancora più a fondo le diverse anime del partito, il governo si scontra con la contrarietà degli uomini e le donne di Angelino Alfano, pronti a dar battaglia.

    L’intesa verte sul documento approvato dalla Direzione PD dello scorso ottobre. Dopo trattative delicatissime e complesse l’accordo prevede che il governo non metterà la fiducia sul ddl Lavoro ma ci saranno delle modifiche su cui si voterà. Passa così il reintegro per i licenziamenti discriminatori e per i disciplinari senza giusta causa in determinate fattispecie, mentre il fondo per gli ammortizzatori viene aumentato.

    Se il testo è quello letto nelle agenzie è inaccettabile”, è il primo attacco di Maurizio Sacconi, presidente della Commissione Lavoro, e con Nunzia De Girolamo a colloquio a Palazzo Chighi nel pomeriggio. Un incontro informale, su cui non trapela nulla, se non che si è trattato di un “incontro per cortesia istituzionale”.

    Nel corso della giornata però gli animi del NCD si scaldano ed è la stessa De Girolamo a chiedere un vertice di maggioranza con urgenza “altrimenti la maggioranza si rompe”.

    Su Twitter la capogruppo alla Camera scrive che “Alfano chiederà il vertice ufficialmente”, e che “il Parlamento non è il luogo della ratifica della Direzione PD” ma dalla compagine di governo arriva il no. La ministra Maria Elena Boschi chiarisce infatti che “non sono necessari vertici di maggioranza. Qui stiamo discutendo con tutti i partner della maggioranza. È sufficiente il lavoro parlamentare”.

    Rincara la dose Renzi, appena rientrato dalla Romania dove era in visita ufficiale. “Il 1° gennaio entreranno in vigore le nuove regole sul lavoro. È un grandissimo passo in avanti. La partita è chiusa”, dichiara ai giornalisti.

    Il provvedimento è stato calendarizzato: si iniziata venerdì 14 novembre con la Commissione Lavoro alla Camera per l’ammissibilità dei 550 emendamenti presentati al testo. Si vota da domenica alle 16, proseguendo fino alla prossima settimana e con l’arrivo alla Camera per venerdì 21 novembre. L’ok a Montecitorio è previsto per mercoledì 26 per poi ritornare al Senato.

    Arriva all’una di notte il voto di fiducia al Senato per il Jobs Act.

    A Palazzo Madama la giornata si è conclusa secondo le aspettative del premier Matteo Renzi, impegnato al summit sul lavoro a Milano con Angela Merkel e Francois Hollande, ma non sono mancati momenti di tensione. Alla fine il governo ottiene la fiducia sulla legge delega sul lavoro con 165 sì, 111 no e 2 astenuti: vota a favore del governo anche la minoranza del PD, ma il senatore Walter Tocci, civatiano, ha poi annunciato le sue dimissioni. L’opposizione si è fatta più volte sentire, scatenando una vera e propria bagarre in Aula, con il M5S e la Lega Nord che hanno occupato i banchi, lanciando libri e fogli bianchi verso i banchi del governo e del presidente Pietro Grasso. La tensione era altissima già prima della votazione: i pentastellati hanno attaccato duramente il ministro Giuliano Poletti, interrompendo il suo discorso al Senato e costringendo Grasso a espellere il capogruppo Vito Petrocelli. Contestazioni anche per la ministra Maria Elena Boschi al momento di porre la fiducia, accolta con fischi e urla dai banchi dell’opposizione.

    La lunga giornata al Senato non distoglie però Renzi dal suo obiettivo: andare avanti sulla riforma del Lavoro a tutti i costi. Nel pomeriggio, il premier ha accolto la cancelliera Merkel e il presidente Hollande, discutendo di rilancio dell’economia e della necessità di flessibilità per far ripartire l’occupazione. “Se ogni volta che presentiamo delle riforme in Senato dobbiamo assistere a queste sceneggiate, non mi preoccupo. Mi preoccupa la disoccupazione, non l’opposizione“, chiarisce nella conferenza stampa finale. Replica anche per i sindacati e in particolare per la Cigl, scesa in piazza con la Fiom a Milano proprio mentre era in corso il vertice sul lavoro a Milano, con Landini che ha minacciato l’occupazione delle fabbriche e un autunno di fuoco. “Possono contestarci, ma la verità vera è che questo Paese lo cambiamo” – insiste Renzi – “Non molliamo di un centimetro“.

    Sul Jobs Act, Renzi incassa anche la fiducia della Merkel. “In Europa abbiamo il grande problema della disoccupazione giovanile. Con il Jobs Act l’Italia ha adottato misure molto importanti“, ha dichiarato la cancelliera che ha anche aperto a qualche concessione sulla flessibilità.

    Nel pomeriggio la minoranza PD ha presentato i suoi emendamenti al testo delega del governo, ricevendo molti sì da parte dell’esecutivo: un’apertura su diversi temi che ha incontrato il favore di 26 senatori dem che ora aspettano il passaggio alla Camera per le modifiche al testo.

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