Scandalo Junker, i politici non rubano solo in Italia

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    Scandalo Junker, i politici non rubano solo in Italia

    Jean-Claude Junker, neo presidente della Commissione Europea, è al centro di un nuovo caso politico che parte dal Lussemburgo e che rischia di far saltare, se non la sua poltrona a Bruxelles, almeno la sua credibilità. Il caso LuxLeaks, i dossier pubblicati dal consorzio di giornalisti investigativi ICJI, in Italia da l’Espresso, hanno mostrato come il Paese guidato per 18 anni dallo stesso Junker abbia stretto accordi fiscali segreti con grandi aziende e multinazionali per pagare meno tasse. Junker si è difeso, ha dichiarato la legittimità degli accordi e ha assicurato che non ci sono conflitti di interessi nelle indagini che la Commissione, da lui guidata, sta effettuando su eventuali aiuti di Stato.

    Le carte pubblicate su diversi giornali hanno portato al centro dell’attenzione una pratica che molti Paesi europei mettono in pratica da anni, la cosiddetta “tax ruling”, accordi per trattamenti fiscali agevolati tra Stato e imprese per attirare gli investitori. Ogni Paese membro ha libertà decisionale in materia fiscale e alcuni hanno attuato una politica di attrazione dei capitali, proponendo tassazioni molto vantaggiose. Il caso del Lussemburgo sembra però più complesso, tanto che la stessa Commissione sta indagando su presunti aiuti di Stato, vietati dai trattati europei.

    Il caso LuxLeaks

    Al centro del caso c’è l’ ex governo Junker, alla guida del Lussemburgo per 18 anni, tra il 1995 e il 2013. In questi anni ci sarebbero stati “accordi segreti tra le autorità e trecento aziende in tutto il mondo, tra cui 31 in Italia per spostare flussi finanziari enormi pagando tasse minime”, come scrive L’Espresso, giornale italiano che ha pubblicato l’inchiesta. Grandi colossi a livello mondiale avrebbero approfittato di tassazioni agevolate, con tassi minimi, incamerando così milioni di euro.

    Tra le aziende che ne hanno beneficiato ci sono dei veri e propri colossi come Amazon, Ikea, Deutsche Bank, Procter&Gamble, Pepsi e Gazprom, ma non mancano imprese italiane. Sono 31 le aziende nostrane che hanno approfittato delle agevolazioni fiscali lussemburghesi tra cui si contano alcune banche come Intesa San Paolo, Unicredit, Banca Marche e Sella; spiccano poi i nomi di alcune aziende di Stato come Finmeccanica. Nulla di illegale, si legge nell’inchiesta, ma un danno reale all’economia per quella che è a tutti gli effetti “un’emorragia di fondi che sottrae risorse al resto della UE”.

    Il tax ruling permette a uno Stato di concordare un particolare regime fiscale agevolato per “attirare investimenti delle imprese”, ma deve essere regolato in modo da non risultare “anticoncorrenziali”, a danno cioè di un’azienda rispetto alle altre. È questo il sospetto che l’inchiesta pone all’attenzione della stessa Commissione Europea: gli accordi del governo lussemburghese sembrano quasi degli aiuti di Stato. Per questo la nuova Commissaria per la Concorrenza, Margrethe Vestager, sta indagando.

    Secondo le carte pubblicate dai giornali, sarebbero 548 i ruling, cioè gli accordi segreti siglati dalla PriceWaterhouseCoopers (Pwc), uno dei quattro colossi mondiali in tema di consulenze fiscali. Lo scopo: attirare gli investimenti facendo pagare tasse molto basse, a volte al limite dello zero, a imperi globali. Il caso della Procter&Gamble è emblematico con quasi 80 miliardi di dollari “a suon di certificati che coinvolgono anche la filiale italiana di Roma”, scrive ancora l’Espresso.

    L’elenco è molto lungo: “Bayerische Landesbank: 500 milioni di euro; Carlyle Group: 240 milioni di sterline e 150 milioni di dollari; Eon Group: 2,55 miliardi di euro; Gazprom: 4 miliardi di dollari; Glaxo Smith Kline: 6,25 miliardi di sterline; Heinz: 5,7 miliardi di dollari; il fondo Permira, che controlla Hugo Boss insieme ad alcuni membri della famiglia Marzotto: 284 milioni di sterline”.

    La difesa di Junker

    Alla pubblicazione dell’inchiesta LuxLeaks, Junker ha reagito dapprima con il silenzio, per poi difendersi con forza. “Non ci sono conflitti di interesse fra la mia posizione di presidente della Commissione europea e le indagini aperte dalla Commissione”, ha dichiarato ai giornalisti.

    Dalle opposizioni sono arrivate richieste di chiarimenti e c’è chi come Marine Le Pen ha chiesto anche le dimissioni. Su questo Junker non ha intenzione di fare passi indietro. Quello che è successo in Lussemburgo non è illegale e comunque non è lui “l’architetto del sistema”. Gli accordi sono consentiti, anche se segreti. Da qui la sua apertura ai più critici con la proposta di un “ruling” che preveda lo scambio automatico di informazioni tra aziende e Fisco, in modo che tutti gli Stati possano vedere gli accordi e prendere le adeguate contromisure per attirare gli investitori.

    Il vero nodo rimane la politica fiscale europea, demandata ai singoli Stati Membri. A oggi l’Unione non ha una fiscalità condivisa, con regole uguali per tutti: l’unico limite è quello della libera concorrenza che vieta gli aiuti di Stato.

    Nel diritto comunitario sono state approvate solo 2 misure per l’armonizzazione fiscale, non c’è nulla che dice che devi avere che ne so, il 10% di tasse sulle imprese, ci sono Stati membri come l’Estonia in cui l’aliquota è zero”, ha ricordato Karel Lannoo, direttore esecutivo del think tank CEPS, Centre for European Policy Studies in un’intervista a L’Espresso.

    Forse è arrivato il momento che Junker si dia da fare per trasformare l’Europa in un’unione anche fiscale, senza concedere vantaggi milionari a chi ha già, lasciando solo ai cittadini l’onere delle tasse.