Nemici di Matteo Renzi: tutti gli avversari del premier

Nemici di Matteo Renzi: tutti gli avversari del premier

Dall'Europa ai dissidi interni, chi è pronto a far saltare il governo

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    Nemici di Matteo Renzi: tutti gli avversari del premier

    La lista di nemici per il premier Matteo Renzi si allunga ogni giorno, con nuovi antagonisti e nuovi scontri. Alcuni sono di lunga data, a partire da Beppe Grillo, altri sono nuovissimi, mentre altri ancora sono insospettabili. Il presidente del Consiglio li ha definiti “gufi“, riunendoli tutti in una sola categoria: quelli che vogliono opporsi al cambiamento e sperano che fallisca. Rimane il fatto che Renzi ha collezionato oppositori da moltissime parti. Come è possibile? É per via della forza dell’azione del governo “che dialoga con tutti ma non si fa fermare da nessuno”, come ha detto in più occasioni il premier? Può darsi, ma parte della responsabilità ricade proprio sullo stesso Renzi.

    Quello che è la sua forza maggiore, la capacità di parlare a una vasta platea di elettori e cittadini, di essere incisivo e di saper muoversi con agilità tra le nuove tecnologie, è anche un punto debole. Per sua natura, Renzi è sempre apparso un “comunicatore moderno”, diretto e senza troppi giri di parole. Se è vero che la sua azione di governo sembra distante anni luce dalle vecchie regole di palazzo, è anche vero che un approccio così diretto nei confronti di interlocutori istituzionali (e quindi abituati alla concertazione e a toni più morbidi) crea più occasioni di scontro.

    Renzie”; “Ebetino di Firenze”; “Invidia Penis”; “Arlecchino, una maschera vuota, il servo di due padroni”; “un Buffone”; “Qualsiasi cosa tu dica, non sei credibile”; “Rappresenti un potere marcio”. Sono solo alcune delle espressioni rivolte da Beppe Grillo a Renzi. Il loro rapporto non è mai stato idilliaco, nemmeno quando era sindaco di Firenze. Per l’ex comico, Renzi rappresenta “il male assoluto” come uomo politico e come segretario del PD, vero avversario politico del M5S. Quello che Grillo contesta è che Renzi si proclami “il nuovo che avanza”, mentre rappresenta la continuità con la vecchia politica. Un altro terreno di scontro è quello della comunicazione. Prendiamo l’ormai storico streaming delle consultazioni. Con Bersani, il M5S aveva avuto vita facile; con Letta si erano intraviste le prime crepe; con Renzi, se non si vuole parlare di sconfitta, di certo è un pareggio. “Esci da questo blog” è diventato un tormentone tanto quanto il “Renzie” grillino.

    Con l’andare del tempo (e del governo), il PD renziano è diventato il nemico n.1 del M5S: con Berlusconi fuori dai giochi, il centrodestra disgregato in una miriade di partitini da 4% e l’avvento della Lega di Matteo Salvini, i grillini rappresentano l’opposizione “senza se e senza ma”. La differenza, rispetto agli inizi, è che ora hanno imparato i giochi della politica e sono disposti a disconoscere la stessa base pur di fare lo sgambetto a Renzi, come dimostra la vicenda delle unioni civili gay.

    Matteo Renzi però non può stare tranquillo neanche in casa sua. La minoranza dem è una spina nel fianco e il rischio scissione aleggia ancora nei corridori in via del Nazareno, nonostante le ripetute dichiarazioni di fedeltà. Esponenti del PD che sono andati in piazza con la Cgil, tra cui Rosy Bindi che ha definito la Leopolda “imbarazzante”; deputati che votano contro i provvedimenti del governo, fino all’addio di esponenti chiave del dissenso interno come Pippo Civati e Stefano Fassina. Le tensioni sono più forti soprattuto al Senato dove i numeri sono risicati e un voto contro potrebbe essere fatale. Se nei primi tempi di governo era la sinistra dem a scontrarsi con i renziani per il Jobs Act, oggi sono i cattodem per il ddl Cirinnà. Ovunque si giri, trova nemici all’interno del suo stesso partito.

    Mario Draghi al parlamento Europeo di Strasburgo

    Anche fuori dall’Italia, Renzi sta perdendo alleati. All’inizio, la sua ascesa a Palazzo Chigi era stata salutata come una sana ventata di novità dalle istituzioni europee; ora, a distanza di 2 anni, il vento è cambiato. Gli scontri con Bruxelles e la Commissione Junker su economia, deficit, bilancio, riforme e immigrazione si sono fatti più frequenti, la distanza con la Germania di Angela Merkel è aumentata e la situazione non promette nulla di buono. La questione profughi rischia di lasciare sola l’Italia, con il blocco dei Paesi del Nord e dell’Est che di accoglienza non ne vogliono sentir parlare. In tutto questo, la ripresa economica non è stata sufficiente a rassicurare gli animi e in Europa si inizia a mettere i puntini sulle i. Il primo è Mario Draghi, a capo della Bce, che da anni sta risollevando (da solo) le sorti della finanza europea: quando il senatore Mario Monti si è scagliato contro Renzi sul tema riforme e regole europee, più d’uno ha visto dietro di lui l’establishment BCE-UE.

    Il rapporto con i sindacati e in particolare con la Cgil è sempre più compromesso. Susanna Camusso, leader del sindacato di sinistra, lo ha attaccato in più occasioni, arrivando a tirare in ballo Margaret Thatcher per descrivere le sue politiche sul lavoro. D’altro canto, il premier non ha mai nascosto una certa avversione per il sindacato “vecchio stile”, che si sarebbe dimenticato dei precari e dei giovani, abbarbicato nella difesa di un posto fisso “che non c’è più”. Il governo ha riaperto la Sala Verde per poi chiuderla, la Cgil è scesa in piazza contro il Jobs Act e la modifica dell’articolo 18, mentre il termine “surreale” rimbalza come un’accusa da una parte all’altra. Il motivo del dissenso è la poca, quasi nulla, propensione alla concertazione di Renzi con i sindacati. Dopo gli scontri per il Jobs Act e la riforma della Buona Scuola, i toni si sono raffreddati, ma solo per il momento.


    Ormai il Patto del Nazareno non c’è più, ma i nemici di Renzi in Forza Italia rimangono.

    Il primo è Renato Brunetta, esponente di punta della corrente più ostica al governo delle larghe intese, che non si è mai risparmiato duri attacchi. “Renzi vuole distruggerci”, è la tesi esposta a Denis Verdini, fautore, con Silvio Berlusconi, degli accordi. E ancora: “Renzi è la negazione della democrazia, il suo consenso è figlio delle apparizioni in tv”. Una logica di berlusconiana memoria che oggi diventa l’arma per contrapporsi alla sinistra renziana.


    Con la legge di stabilità, le Regioni, guidate dal renziano Sergio Chiamparino, si sono mosse sul piede di guerra. I tagli da 4 miliardi imposti dal governo non sono andati giù ai governatori. “Non c’è spazio per una mediazione, i miliardi sono quattro. Da qui due strade: o lo scontro o proposte alternative”, ha chiarito subito il premier alla vigilia dell’incontro. “Non dicano che non possono tagliare gli sprechi”, ha rincarato la dose. La tensione si è poi stemperata: si è raggiunto l’accordo sul cosiddetto “lodo Chiamparino”: i tagli si possono fare razionalizzando insieme all’apparato centrale, modulando diversamente i Fondi e attuando politiche di risparmio. Al momento, lo scontro è rientrato, in attesa dei prossimi tagli.

    C’è ancora la legge di stabilità 2015 dietro lo scontro tra Renzi e i Comuni, anche in questo caso rappresentanti dal sindaco di Torino del PD (e renziano) Piero Fassino. I tagli previsti dal governo di 1,2 miliardi sono “proporzionali e sopportabili”, secondo il premier, mentre per il numero uno dell’Anci non solo rischiano di bloccare i servizi, ma avrebbero un impatto di 2,7 miliardi. Le posizioni al momento rimangono distanti: unico punto di accordo è l’introduzione della “local tax” promessa da Renzi per accorpare le tasse comunali e che potrebbe partire dal 2015 con l’unione di Imu e Tasi.

    Con la riforma della giustizia si è aperto lo scontro anche con l’Associazione Nazionale Magistrati che la definisce come una “falsa rivoluzione”, fatta di “slogan e dichiarazioni pubbliche” che raccontano “favole e falsità sull’inefficienza delle toghe”. Rodolfo Sabelli, presidente Anm, non si risparmia e attacca Renzi per le “inutili provocazioni” tra cui spicca il “ritornello” secondo cui “l’Anm avrebbe protestato contro il tetto stipendiale massimo e avrebbe considerato la riduzione delle ferie alla stregua di un attentato alla democrazia: favole che non diventano più vere solo perché raccontare più spesso”. Questo perché Renzi, al no arrivato dall’associazione dei magistrati sulla riforma del ministro Andrea Orlando che prevede, tra le altre cose, tetto degli stipendi e riduzione delle ferie, non le ha mandate a dire. Ora, i toni si sono abbassati in vista dell’arrivo della riforma alle Camere: la situazione è però ancora tesa.

    Molti grandi imprenditori italiani hanno da subito appoggiato Renzi nella sua corsa politica: tra questi Diego Della Valle che oggi è entrato nella lista dei nemici del premier. Dopo aver condiviso idee e palcoscenici pubblici (a Firenze i due erano molto spesso vicini a seguire le partite della Fiorentina), oggi il patron di Tod’s potrebbe addirittura fondare un suo partito per opporsi al PD renziano. La sua principale colpa? Essere vicino a Sergio Marchionne, ad di FCA, con cui tra l’altro ha avuto degli screzi non da poco (“Renzi? Il sindaco di una piccola città” lo definì tempo fa). “Sono due sòle, persone che non portano a compimento quello che dicono. Due lupetti scout che possono cantare attorno a un fuoco di quanto sono bravi”, dichiara l’imprenditore in un’intervista a Otto e mezzo su La7. Per di più Renzi “non ha mai lavorato, non può parlare di lavoro come noi che lo conosciamo ogni giorno. Ha sempre fatto il politico”. Uno scontro ancora in atto di cui si attende la seconda parte.

    È bastato un tweet per scatenare contro il premier, tifosissimo della Fiorentina, tutti i club di serie A.Gli straordinari delle forze dell’ordine impegnate negli stadi devono essere pagati dalle società di calcio, non dai cittadini”, scriveva a ridosso del voto di fiducia sul decreto legge contro la violenza negli stadi. Da subito si alza la protesta della Lega, senza alcuna eccezione. “Che c’entriamo noi con la sicurezza fuori dagli impianti? Non dovrebbe essere già contemplata nelle tasse?”, è la replica secca, mentre anche il presidente federale Carlo Tavecchio si schiera a fianco dei club e chiede un incontro. Nulla da fare: il decreto passa l’esame della fiducia a Camera e Senato e diventa legge. “Confermo l’apprezzamento per i contenuti del provvedimento sicurezza, anche perché sostanzialmente concordati tra le istituzioni e le componenti dello sport, ma quella imposta per coprire i costi è iniqua”, è il commento di Maurizio Beretta, presidente della Lega di A.

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