Riforma del Senato italiano: come funziona il disegno di legge di Renzi?

Riforma del Senato italiano: come funziona il disegno di legge di Renzi?
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    Dopo l’approvazione all’unanimità, da parte del Consiglio dei Ministri, del Dl sulla riforma del Senato, Matteo Renzi presenta il disegno di legge che ha come obiettivo la fine del bicameralismo perfetto e la revisione del Titolo V della Costituzione, fermi restando i 4 paletti fondamentali voluti dal governo: non elettività dei senatori, nessuna indennità, non più voto sulla fiducia e sul bilancio. Renzi continua il suo crono-programma e lo fa dopo il botta e risposta con il presidente del Senato Pietro Grasso, e con l’ex premier Mario Monti, dribblando le polemiche di una parte dello stesso PD, ma anche da Forza Italia, e le critiche dei costituzionalisti come Gustavo Zagrebelsky. Vediamo il Testo Integrale del DDL del 31 marzo: come funziona il nuovo Senato italiano?

    LEGGI IL TESTO DEL DDL del 31 marzo 2014

    Matteo Renzi delinea la sua riforma del Senato. Un’assemblea composta tra sindaci delle grandi città e Presidenti di Regione, oltre a esponenti dello stato civile scelti direttamente dal Presidente della Repubblica. Componenti che in ogni caso avranno lo scopo primario di rappresentare le autonomie locali, affiancando la Camera dei Deputati senza più sovrapporsi, in modo da diventare una Camera delle Autonomie: tutto senza percepire indennità.

    La proposta renziana, avvallata da Forza Italia, prevede la fine del bicameralismo perfetto, con due Camere che svolgono la stessa funzione e doppi passaggi parlamentari per ogni legge. Il futuro Senato “si chiamerà Senato delle autonomie” e sarà composto da 148 persone; 21 nominati dal Quirinale e 127 rappresentanti dei Consigli Regionali e dei Sindaci, che non avranno alcuna indennità. Renzi ha escluso la proposta di arrivare a 630 parlamentari, divisi in 420 deputati e 210 senatori (fermo restando il superamento del bicameralismo perfetto), in quanto uno degli obiettivi prioritari è ridurre i costi della macchina dello Stato. Il ddl prevede una composizione paritaria di tutte le Regioni e tra Regioni e Sindaci, ma, secondo la Boschi, c’è “la disponibilità a esaminare una composizione proporzionale al numero degli abitanti di ciascuna Regione“.

    Sulle prerogative della nuova Camera delle Autonomie chiarisce che nel suo progetto Palazzo Madama non dovrà più votare il bilancio e dare la fiducia, ma parteciperà all’elezione del Presidente della Repubblica e dei rappresentanti europei. Un breve passaggio anche sulle Province: il segretario ammette che non c’è l’accordo con tutti, ma sottolinea che il PD non vuole il voto del prossimo 25 maggio sulle province.

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    I motivi dell’abolizione del Senato sono essenzialmente due: snellire le procedure della politica italiana e tagliarne i costi.Il sistema bicamerale perfetto, con due Camere che svolgono le stesse funzioni è pesante: senza il Senato, sarebbe solo la Camera a discutere l’iter delle leggi, accelerando di fatto le operazioni legislative. Meno soldi alla politica, come si è detto: oggi Palazzo Madama costa 1 miliardo di euro l’anno.

    Secondo la proposta del governo, il bicameralismo perfetto sarà superato perchè il nuovo Senato delle autonomie avrà meno poteri rispetto a quello attuale, primo fa tutti il voto di fiducia, poi il voto sul bilancio, l’elezione diretta dei senatori, e, cosa più importante, l’indennità. Il ministro delle Riforme Boschi ha assicurato, tuttavia, che “il bicameralismo perfetto resterà solo in materia costituzionale, come previsto ad esempio in Germania. Su quelle che sono le regole fondamentali del nostro vivere insieme rimane una doppia lettura come maggiore garanzia“.

    Gli uffici operanti nel nuovo Senato delle autonomie saranno di meno. Matteo Renzi ha parlato di “una riduzione e una cura dimagrante anche per gli uffici“, senza fornire altri dettagli. In sostanza – ha fatto capire il premier – con la fine del bicameralismo i compiti e gli oneri degli uffici si ridurranno enormemente. I senatori a vita e gli ex presidenti della Repubblica faranno comunque parte del nuovo Senato delle autonomie “in quanto figure super-partes e non legate al vincolo della fiducia“.

    Cavallo di battaglia di Matteo Renzi, il “nuovo Senato” vede al momento il PD favorevole, come ha ricordato anche dalle pagine del Corriere il capogruppo a Palazzo Madama, Luigi Zanda. Siglato l’accordo, anche Forza Italia è a favore. La Lega Nord si è più volte espressa a favore della creazione della Camera delle Autonomie.

    Il M5S non dovrebbe avere grossi problemi a eliminare la seconda Camera, ma chiede più una revisione del Senato che la sua abolizione in toto: i pentastellati premono anche e soprattutto per eliminare i senatori a vita e modificare la seconda parte della Costituzione per la riduzione degli eletti anche alla Camera.

    Scelta Civica guarda con sospetto l’abolizione del Senato e punta più a una modifica ma con il mantenimento delle cariche elettive, con riduzione dei senatori, posizione condivisa con il NCD: da qui erano nate scintille tra Angelino Alfano e Renzi. Sulla stessa linea d’onda c’è anche SEL.

    La proposta di Renzi ha sollevato dei dubbi. Bisognerà capire quali saranno le funzioni del nuovo Senato: Zanda ha ipotizzato, come parere personale, la possibilità di partecipare alle “modifiche costituzionali, alla ratifica dei trattati internazionali, ai rapporti con le Autonomie, ai rapporti con l’Unione europea, alle politiche culturali”. In ogni caso, non avrebbe più le attuali funzioni di discussione legislativa. Un punto senza dubbio a favore dello snellimento, ma con un rischio. Il bicameralismo permette un doppio controllo sui dispositivi di legge: con una sola Camera, in caso di errori non si avrebbe l’occasione di rimediare.

    Capitolo tagli alla spesa: davvero si risparmia un miliardo di euro? Il costo totale si ottiene sommando gli emolumenti dei senatori, i rimborsi ai gruppi e ai partiti, a cui si aggiungono i vitalizi per gli ex senatori, i costi del personale in attività e il personale in quiescenza. Tra emolumenti e altro i senatori costano in totale 479 milioni di euro: questa voce dovrebbe sparire.

    Se ci sarà una Camera delle Autonomie, ci saranno anche dei dipendenti che dovranno essere pagati (159 ml per il personale in attività, 108 per quello in quiescenza il costo attuale). Ci sono poi i vitalizi degli ex senatori su cui intervenire (74 milioni di euro), e i costi di gestione di Palazzo Madama che, supponiamo, rimarrà la sede della Camera delle Autonomie (Franco Bechis ha calcolato una spesa di 309 milioni l’anno tra bollette e manutenzione). Insomma, un risparmio potrà esserci, ma difficile che sia davvero di 1 miliardo netto.

    Lo scontro è aperto anche all’interno del PD. Sono diversi gli esponenti politici che non sono d’accordo su una riforma di questo tipo. Vannino Chiti ha spiegato: “Se sui senatori si riversa la sensazione che saranno irrilevanti, ci si complica la vita anche sulle riforme. Ridurre il numero dei senatori e lasciare 630 deputati porterebbe a uno squilibrio, è il Parlamento che bisogna riformare”. Anche dal Nuovo Centrodestra arrivano le critiche. Renato Schifani ha chiarito che bisognerebbe essere prudenti sulla velocità, per lasciare spazio al dibattito.

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