Crolli a Pompei: continua lo scempio della nostra cultura

Crolli a Pompei: continua lo scempio della nostra cultura
da in Archeologia, Beni Culturali, Politica, Scavi di Pompei
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    Emergenza maltempo, nuovo crollo a Pompei

    Nuovi crolli a Pompei e nuovi, vecchi problemi per il neo ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini. Con le piogge incessanti che stanno interessando l’area, pezzi dell’area archeologica si sgretolano, lasciando vuoti sempre più difficili da colmare. Nell’arco di tre giorni, dallo scorso sabato fino a lunedì mattina, Pompei ha registrato tre crolli, uno al giorno: prima è toccato al Tempio di Venere e alla tomba di Lucius Publicius Syneros, situata nella necropoli di Porta Nocera, ora a una bottega chiusa al pubblico nella regione V, insula 2, civico 19. A lanciare l’allarme sono stati in tutti i casi i custodi che hanno scoperto i crolli nei loro giri di controllo: ora le aree sono state interdette al pubblico e sono iniziati i primi lavori di puntellamento delle strutture, mentre il ministro Franceschini ha indetto una riunione d’urgenza con il soprintendente incaricato Massimo Osanna, il direttore generale delle antichità, Luigi Malnati, e il direttore generale del Grande Progetto Pompei, Giovanni Nistri.

    La situazione meteo non sta aiutando: in queste ultime settimane nell’area archeologica ha piovuto come se fosse novembre, mese in cui negli ultimi anni si sono registrati numerosi crolli, ultimi quelli dello scorso anno che avevano fatto scattare l’ultimatum dell’Unesco.

    Il mese di marzo si è aperto nel peggiore dei modi per il tesoro unico al mondo di Pompei. Il crollo di sabato mattina, con la caduta di alcune pietre dalla spalletta del quarto arcone sottostante il tempio di Venere; quello di domenica di una parte del muro della tomba di Lucius Publicius Syneros nella necropoli di Porta Nocera, prospiciente l’antica strada, per fortuna senza le iscrizioni funerarie; infine il costone della bottega nella regione V, insula 2, civico 19, lungo via Nola, anche in questo caso fortunatamente senza iscrizioni e senza affreschi.

    Il ministero si trova ora a far fronte all’ennesima emergenza che continua a colpire un patrimonio non solo dell’Italia ma dell’intera umanità: il piano di gestione messo a punto dall’ex ministro Massimo Bray con le soprintendenze e gli esperti, hanno rimandato l’esclusione di Pompei dalla lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, ma le condizioni del sito archeologico, dopo decenni di mala gestione, incuria e disinteresse da parte della politica sono ancora gravi.

    Il più celebre sito archeologico al mondo aveva infatti ricevuto un umiliante ultimatum da parte dell’Unesco: entro il 31 dicembre 2013 vanno adottate misure per salvare Pompei, mentre l’ente si era preso fino al 1° febbraio 2014 per “valutare ciò che farà il governo italiano e rinviare al prossimo Comitato mondiale 2014 ogni decisione”. Il Bel Paese, che vanta il maggior numero di siti patrimonio dell’Umanità (49) ha rischiato di perdere il suo fiore all’occhiello, Pompei: l’ennesimo scempio che la politica ha compiuto sulle bellezze nazionali che non sono solo patrimonio italiano ma dell’uomo, della sua storia e memoria.

    L’ultimatum dell’Unesco è arrivato a ridosso del “venerdì nero” del turismo culturale quando i lavoratori del terziario hanno scioperato, chiudendo ai turisti le principali attrazioni artistiche e culturali su tutto il territorio, da Milano a Selinunte.

    Carenze strutturali, mancanza di personale, fondi sempre più esigui e una politica di conservazione del tutto inesistente: l’Italia paga gli errori dei politici da anni, decenni, lasciando nella totale incuria alcune delle perle assolute come Pompei.

    La situazione del sito archeologico è ormai un disastro completo. Il rapporto dell’Unesco segnala che 50 domus su 73 sono chiuse al pubblico, compresa quella dei Vettii, chiusa per restauri dal 2003, mancano custodi e personale specializzato con l’ultimo mosaicista andato in pensione nel 2001, mentre anche il più famoso dei mosaici pompeiani, il “cave canem” sulla domus del Poeta Tragico, è sfigurato dall’incuria, come la maggior parte dei mosaici presenti nelle domus. Le infiltrazioni d’acqua rendono le stesse case degli antichi romani dei ruderi pericolanti, con crolli che minano l’esistenza stessa di Pompei. Mancano servizi, i percorsi tra le antiche strade sono ricoperte di erbacce: un vero scempio.

    Fosse solo Pompei il problema sarebbe circoscritto all’incapacità degli amministratori locali. Invece, la Reggia di Caserta cade a pezzi, Brera aspetta da anni l’avvio del progetto Grande Brera mentre le piogge allagano le sale dove sono conservate opere inestimabili, castelli e chiese sono lasciati a loro stessi o alla volontà di associazioni private che cercano di rimediare, per quando possibile, ai disastri.

    Pompei è uno dei casi più gravi
    : quello che il passato ci ha conservato dopo l’eruzione del 79 d.C. rischia di andare perduto per sempre per l’incapacità della politica. “Carenze strutturali (infiltrazioni d’acqua, mancanza di canaline di drenaggio) e danni apportati dalla luce agli affreschi, costruzioni improprie non previste dal precedente piano, mancanza di personale”, scrive l’Unesco nel suo rapporto, stanno minando dalle fondamenta l’esistenza stessa del sito.

    Non ci sono soldi per la cultura in Italia e, negli ultimi anni, sono stati sempre meno: si fanno i condoni per chi porta i soldi all’estero, facendo pagare una misera rispetto al dovuto e poi si abbandonano bellezze uniche come Pompei perché si tagliano i fondi alla cultura. Nel 2010 la domus del Gladiatori è crollata a causa delle piogge: l’allora ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, riferendo in aula, parlò di altri crolli possibili (che puntualmente arrivarono). Non aveva colpe dirette lui, anche in passato ci furono crolli, i soldi sono stati sempre male gestiti: alla fine si dimise a marzo 2011 dopo una mozione di sfiducia dell’opposizione.

    Uno degli ultimi atti del governo Monti fu la messa in opera di cantieri per salvare Pompei. Andrea Carandini, ex presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, ha ricordato in questi giorni che il piano d’intervento è pronto dal marzo 2012: una volta varato, si è bloccato tra le pieghe della burocrazia.

    Gli ispettori dell’Unesco a luglio dello scorso anno hanno constatato l’apertura dei primi cantieri, ma i problemi sono tutti lì, ancora, come il personale. “Nel 2012 solo grazie a una deroga il ministero ha potuto assumere 23 funzionari: 14 archeologi, 8 architetti e un amministrativo”, aveva chiarito l’ex ministro Bray al Corriere della Sera. Negli ultimi cinque anni i fondi per le emergenze di Pompei sono calate del 58% . Il ministero dei Beni Culturali dispone di 90 milioni nel 2013 quando ne servirebbero 500 per la tutela e la conservazione: secondo Bray, “i cantieri da avviare sono 39 entro il 2015“.

    Pompei potrebbe trainare l’economia del napoletano e salernitano, insieme a Paestum ed Ercolano o la reggia di Caserta potrebbe essere una meraviglia unica al mondo, dare il là alla riscossa di un territorio piagato dalla criminalità. Invece si tagliano i fondi, non si gestisce in maniera professionale l’accoglienza turistica, le infrastrutture sono scadenti o preda della camorra.

    Non è un problema solo del Sud: Milano è alle prese con la decadenza di Brera da decenni. L’ex sindaco Letizia Moratti varò il piano Grande Brera, mentre si tagliavano i fondi per il museo e l’Accademia: nel 2011 le infiltrazioni per la pioggia bagnarono la parete del loggiato, filtrando fino alla parete interna dove era esposto il capolavoro di Raffaello “Lo sposalizio della Vergine”. Anche qui sono le mancanze strutturali a spaventare: solo per fare un esempio, nel 2013 la biglietteria di Brera non aveva un pos per i pagamenti la carta di credito.

    Ogni muro che crolla a Pompei, dovrebbe essere un colpo al cuore per tutti gli italiani, i primi che dovrebbero ergersi a difensori del proprio Paese, indignandosi e chiedendo alla politica di fare ciò che è giusto. Più soldi (dal 2001 gli investimenti sulla cultura sono calati dal 39% al 19% del Pil), una gestione professionale delle bellezze, investimenti sull’ambiente (come un piano antisismico e antismottamento su scala nazionale), e soprattutto sulle persone, senza lasciare i laureati e gli esperti a casa o con contratti a 600 euro al mese con “finte partita Iva”.

    Più arte a scuola, più consapevolezza delle grandezze italiane, più amore per questo paese. “La bellezza salverà il mondo”, scriveva Fedor Dostoevskij. La bellezza salverà l’Italia.

    Il caso dei Bronzi di Riace

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