Matteo Renzi: il programma politico ed economico. Più lavoro e lotta alla mafia

Matteo Renzi: il programma politico ed economico. Più lavoro e lotta alla mafia
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    Una tabella di marcia serratissima con un programma politico ed economico con tempi strettissimi, con l’idea di portare a casa una riforma al mese. Matteo Renzi sembra non aver perso la spinta e la velocità che hanno caratterizzato la sua ascesa a Palazzo Chigi e ha dettato un piano di lavoro per il governo serratissimo. Riforme e lavoro, con quest’ultimo al centro dell’agenda del nuovo esecutivo, almeno nelle intenzioni del neo Presidente del Consiglio. Si parte dalle riforme istituzionali con la legge elettorale e si passa a lavoro, Pubblica Amministrazione e fisco.

    Renzi ha promesso al Capo dello Stato e ai suoi di dare una scossa definitiva al pantano della politica, portando al centro i temi chiave delle riforme e del lavoro. I dati allarmanti sulla disoccupazione, specie quella giovanile, pesano come un macigno: se Letta ha lavorato per ridare credibilità all’Italia e ridare fiato alla crisi, con quel + davanti al Pil nell’ultimo trimestre che mancava da anni, Renzi si pone l’obiettivo di superare la crisi del lavoro e di risollevare l’economia reale del Paese. Un programma molto ambizioso per il neo premier incaricato che parte dalla legge elettorale e arriva al fisco; il tutto in quattro mesi.

    Matteo Renzi inserirà, tra le priorità del nuovo Governo, anche la lotta alla mafia. Il Presidente del Consiglio ha voluto rispondere ad uno specifico appello di Roberto Saviano e ha scritto una lettera a Repubblica, con la quale ha detto di voler assumere questo impegno. Il tema, secondo Renzi, deve essere portato anche in Europa, perché, secondo il Premier, non si tratterebbe più solo di un problema italiano. Contro la criminalità organizzata Matteo Renzi vorrebbe predisporre diversi interventi. Innanzi tutto pensa all’istituzione del reato di autoriciclaggio. Poi, secondo il Premier, bisognerebbe ripensare lo strumento della certificazione antimafia, grazie all’introduzione di nuovi strumenti di controllo.

    Nella sua lettera, Renzi parla anche della necessità di “assicurare alle aziende confiscate agevolazioni fiscali e creditizie”, perché “un’impresa sottratta alle mafie che fallisce è una sconfitta che lo Stato non dovrà più permettersi”. Inoltre l’impegno del Premier si tradurrà anche in una riforma dell’Agenzia Nazionale Beni Confiscati e nella nomina del Commissario anticorruzione, come prevede una legge del 2012.

    La prima azione del governo Renzi riguarda la legge elettorale e le riforme a essa legata. Entro febbraio il governo ha voluto dare una forte accelerata all’iter della legge che ha subito un primo stop nel passaggio alla Camera. La riforma elettorale è strettamente legata a quella costituzionale del Titolo V da cui dipendono anche aspetti del piano sul lavoro. Da qui i tempi stringenti dettati da Renzi e il richiamo a tutte le forze politiche perché si assumano le responsabilità su tutti i passaggi necessari alla loro approvazione.

    Incentivi per l’assunzione degli under 30, specie nel settore della ricerca e dell’innovazione, niente articolo 18 per i neo assunti nei primi tre anni, riforma dei centri per l’impiego e degli ammortizzatori sociali.

    Sono i punti chiave del Job Acts di Renzi sul tema del lavoro e il rilancio dell’occupazione. Incentivi fiscali per le aziende che assumono i giovani sotto i trent’anni, soprattutto nel campo della ricerca e innovazione, ma solo se sono aggiuntive, cioè se le aziende non licenziano prima di assumere.

    Non solo defiscalizzazione ma un contratto con inserimento delle tutele progressive: senza articolo 18 per tre anni, con la possibilità per le aziende di licenziare, ma l’indennizzo in base all’anzianità del lavoratore in azienda a compensare.

    A cambiare volto sarà soprattutto la ricerca del lavoro con la creazione di un’Agenzia federale dell’occupazione che dà allo Stato e non più alle Regioni la formazione e la ricerca di nuovi posti di lavoro, unendo pubblico e privato. Riforma degli ammortizzatori sociali con meno sussidi per i lavoratori delle grandi aziende e la conseguente estensione anche alle fasce che ne sono state escluse fino a oggi.

    La cassa integrazione resta solo per i lavoratori delle aziende che possono uscire dalla crisi; niente più ammortizzatori da 4-7-10 anni per il sussidio ai dipendenti di aziende senza futuro. Tutela e sostegno a chi perde il lavoro con un percorso di formazione da seguire e l’accettazione delle occupazioni che verranno trovate dall’Agenzia, pena la perdita dei sussidi che comunque rimarranno a sostenere i redditi più deboli.

    Niente più dirigenti pubblici inamovibili, pubblico equiparato a privato e semplificazione informatica. L’idea cardine delle riforme sulla PA è l’equiparazione dei dipendenti pubblici a quelli privati con tutto quello che ne consegue, con mobilità interna, flessibilità, ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà in caso di esuberi. Il Tar dunque verrebbe svuotato dalle sue prerogative, visto che la giurisdizione passerebbe al giudice ordinario. Fine dei dirigenti pubblici eterni, con un massimo di sei anni, rotazioni di competenze e possibilità di licenziamenti come accade per i manager e i dirigenti del privato. Fine anche delle doppie competenze per i magistrati che non potrebbero più essere consulenti o avere incarichi extragiudiziali. Informatizzazione obbligata con la posta certificata per tutti gli enti pubblici, pena sanzioni molto pesanti per i dirigenti; niente più Camere di Commercio ma nuove agenzie speciali per i rapporti burocratici tra pubblico e privato.

    Meno tasse ma a livello strutturale e non una tantum: l’ambizioso programma sulla riforma del Fisco passa dalla consapevolezza che bisogna trovare molte risorse. Se quelle dalla lotta all’evasione non possono essere certe, lo sarebbero quella della spending review, affidata a Carlo Cottarelli (in foto) da Letta e che Renzi vorrebbe confermare, visti i risultati. Il taglio di 3 miliardi nel 2014 dovrebbe essere alla portata, e il lavoro di Cottarelli fa ben sperare per l’entrata a regime di quelli strutturali sulla spesa pubblica del valore di 32 miliardi dal 2016.

    Tassazione più alte per le rendite finanziarie e tutti i ricavi della lotta all’evasione nel fondo della riduzione delle tasse sul lavoro già messo in piedi da Letta. Questo dovrebbe portare ad avere i fondi per il taglio dell’Irap e dell’Irpef.

    A beneficiarne nel primo caso sarebbero i lavoratori con un taglio del 10% sull’Irap, puntando soprattutto sui redditi più bassi, come quelli sotto gli 8mila e i 15mila con un risparmio di 450 euro per le famiglie più in difficoltà. Riduzione in un punto per le prime due aliquote dell’Irpef per le imprese, cosa che andrebbe anche a modificare la curva delle altre aliquote.

    Nato a Firenze l’11 gennaio 1975, Renzi muove i primi passi nella politica nel solco del Partito Popolare, vicino all’area prodiana, diventando nel 1999 segretario provinciale e poi coordinatore provinciale e segretario fiorentino della Margherita. Nel 2004 la prima carica arriva come candidato del centrosinistra alla Provincia di Firenze, vinte con il 58,8%, che lo catapultano alla guida della provincia; nel 2008 si candida alle primarie del PD per il sindaco di Firenze che vince, come vince le elezioni cittadine l’anno successivo

    Da primo cittadino del capoluogo toscano, inizia a costruire la corrente dei “rottamatori”: fin dal 2010, anno della prima Leopolda, lancia la proposta di cambiare la classe dirigente del partito. Nel 2012 arriva anche la prima candidatura a livello nazionale alle primarie di coalizione del centrosinistra: la sfida al ballottaggio è contro Pierluigi Bersani, segretario del PD di allora che batte il primo cittadino fiorentino. “Torno a fare il militante”, disse nel suo discorso della sconfitta.

    Con la caduta della vecchia segreteria dopo la “non vittoria” delle politiche 2013 e il nuovo congresso dei democratici, si candida alla guida del PD: alle primarie dell’8 dicembre il trionfo. Il 17 febbraio, a seguito della sfiducia a Enrico Letta arrivata dalla Direzione PD, riceve da Giorgio Napolitano l’incarico per la formazione del nuovo governo.

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