Le auto sportive più pericolose: le ‘bare’ degli anni ’80

Le compatte spinte che tutti ricordiamo con nostalgia ma la vera pericolosità era sempre in chi non le guidava nel modo giusto

da , il

    Le auto sportive più pericolose: le ‘bare’ degli anni ’80

    Le chiamavano “le bare“. Sono le auto sportive più pericolose, legate ad una storia piuttosto ristretta e recente, perché ci siamo limitati agli anni ’80. Non sono nemmeno le sportive in generale. Ma quella tipologia di vetture derivate da modelli di piccole dimensioni e larga diffusione, utilitarie o medie, in cui gli ingegneri avevano schiaffato nel cofano motori maledettamente aggressivi e potenti, intorno a cui c’erano delle scatole di lamiera dal peso paurosamente ridotto. Erano quelle piccole belve la cui genesi cominciò sul finire degli anni ’70 in chiave più piccola (una su tutte, la A112 Abarth), ma è negli esuberanti ed esagerati anni Ottanta che conobbero la loro esplosione, quasi letteralmente.

    LA PERICOLOSITA’ E’ RELATIVA

    L’affermazione secondo cui quelle auto erano pericolose va interpretata in termini relativi. Innanzitutto è totalmente sbagliato confrontare la sicurezza di un’auto del passato con quella di un modello attuale. L’evoluzione tecnologica non si può certo tralasciare. Ad esempio, negli anni ’20 un’auto era definita sicurissima semplicemente se montava freni anche all’avantreno, cosa non precisamente diffusa, soprattutto nei modelli più economici. Ma l’efficacia della frenata, anche se applicata alle quattro ruote, era sempre infima.

    Grazie soprattutto (anche se non solo) alla sofisticata gestione elettronica, oggi un’auto media frena meglio di una supercar di quarant’anni fa, soprattutto sul bagnato. La resistenza e la rigidità dei telai contemporanei fa sembrare delle bazzecole i tubolari delle GT degli anni ’50 e ’60 che tutti amiamo. La progettazione delle scocche per assorbire un elevato grado di energia cinetica, in abbinamento all’uso generalizzato di cinture di sicurezza e airbag, ha drasticamente abbattuto la gravità delle conseguenze fisiche da impatto, entro limiti ragionevoli.

    I LIMITI SONO SOPRATTUTTO UMANI

    Appunto, quali sono questi limiti ragionevoli? Sempre quelli del guidatore. E’ più pericoloso schiantarsi a 200 Km/h su una scatoletta nata per portare i bambini a scuola o a 300 Km/h su una Ferrari, tutta un’altra macchina? Ci si sfracella comunque senza rimedio. Perché chi stava al volante ha commesso un errore fatale in entrambi i casi: ha superato i limiti della vettura, della strada e di se stesso.

    Guidare un’auto ad alte prestazioni, oggi come ieri, richiede soprattutto buon senso, oltre ad esperienza e conoscenza adeguata delle tecniche e delle dinamiche di guida. Anche il mezzo va studiato. Non ci si può lanciare senza criterio, solo per vedere l’effetto che fa. Non si deve imitare il cinema o la televisione, perché quella è totale finzione. Nemmeno si possono imitare i campioni delle corse, perché loro sono professionisti di alto livello che corrono in situazioni controllate; tuttavia neanche loro sono esenti da rischi.

    Tutto questo per dire che gli incidenti in cui erano coinvolte quelle “bare” degli anni ’80 nascevano, nella maggior parte dei casi, da tragiche sottovalutazioni da parte di chi guidava dei limiti propri, della macchina e delle circostanze della circolazione. Esattamente come un incidente che coinvolge una normale utilitaria. Con tutto il rispetto per la Panda, se si pretende di percorrere una curva veloce con quella macchina alla stessa velocità di una supercar dotata di appendici aerodinamiche e fondo piatto che consentono l’effetto suolo, si andrà incontro a sgradevoli sorprese. E non sarà colpa della Panda. Così come se si cerca di affrontare un tornante sulla neve come farebbe Sebastién Ogier, nessun’auto al mondo potrà evitare un brutto incidente, nemmeno quella di Ogier, perché non sarà stato lui al volante.

    Terminata questa lunga ma doverosa introduzione, è il momento di riscoprire cinque di quelle “bare” degli anni ’80 che tutti ricordiamo con nostalgia, se siamo abbastanza vecchi, oppure osserviamo con stuzzicante curiosità, se siamo ancora giovani. Ordine alfabetico.

    AUTOBIANCHI Y10 TURBO

    Fu l’erede dell’A112 Abarth. Esordì nel 1985. Il motore 1.050 Fire fu portato ad 85 cavalli che su un peso a secco di soli 790 Kg erano tantissimi. Il turbocompressore giapponese IHI spingeva forte abbastanza in fretta (per essere l’epoca del famigerato turbo-lag), tanto da far raggiungere la coppia massima già a 2.750 giri. Bastavano per raggiungere i 180 Km/h e accelerare da 0 a 100 in 9″5. Una piccola bomba, degna erede della mitica 112. Successivamente l’Autobianchi Y10 Turbo venne commercializzata col marchio Lancia, insieme al resto della serie. Apparteneva ad una categoria inferiore a quella delle utilitarie più rinomate, anche perché andrebbe considerata praticamente un segmento A. Ma il suo sangue era aristocratico, della più alta nobilità automobilistica. Un peso piuma, però sempre combattente coi fiocchi.

    FIAT UNO TURBO

    Era l’epoca delle grandi sfide con Peugeot 205, Renault 5 e Volkswagen Golf. Le rivali avevano già in listino la versione spinta, mancava solo la casa torinese. Siamo nel 1985, due anni dopo l’introduzione del modello base che sostituì la 127. Nacque la Fiat Uno Turbo i.e., questa era la scritta che campeggiava sul posteriore che si allontanava velocissimo e in un attimo diventava invisibile. Sopra l’inossidabile motore 1.3 derivato ancora dalla 128 venne applicata un’iniezione elettronica multipoint; soprattutto venne aggiunto un furioso turbocompressore IHI con valvola wastegate (per impedire che esplodesse) ed intercooler; la potenza di 0,6 bar regalava al propulsore la bellezza di 105 cavalli a 5.750 giri. La coppia massima di 147 Newton metri si raggiungeva a 3.750 giri, ma già intorno ai 2.500 si cominciava a sentire la spinta poderosa. Perché in quell’epoca le automobili erano ancora leggere: con un peso di 845 Kg la Uno Turbo volava, quasi letteralmente. Grazie a questa spinta poderosa si potevano raggiungere 200 Km/h e accelerare da 0 a 100 in meno di 9 secondi. Quanto bastava per battere la concorrenza.

    PEUGEOT 205 GTI

    Un autentico simbolo. Era il 1984 e l’arrivo di questa macchina fece molto rumore. Differente in tante cose, innanzitutto non aveva il turbo, a differenza delle altre (a parte la Golf). Non aveva nemmeno quattro valvole per cilindro. La prima Peugeot 205 GTI uscì con un motore 1.6 ad iniezione elettronica che sfornava 105 cattivissimi cavalli. Successivamente arrivò la 1.9 che arrivò a 130 cavalli, 206 Km/h e 7″8 nello 0-100. Sportiva per sportivi, andava domata ma trattata con rispetto, perché se si esagerava ci si trovava in un attimo in situazioni spiacevoli; era del resto una caratteristica comune di tutte quelle auto. Un cavallo selvaggio, nato per galoppare senza limiti, non si comporta come un ronzino buono solo per tirare il carretto. Ma trattata nel modo giusto, la 205 GTI diventava qualcosa d’indimenticabile, in un’epoca in cui si poteva ancora guidare.

    RENAULT 5 GT TURBO

    Sono esistite diverse della R5 turbocompressa, che risale alla metà degli anni ’70. Tuttavia la Renault 5 Turbo originaria (e soprattutto la Turbo 2, una versione rivista e corretta) era una macchina da corsa omologata per uso stradale, che nulla aveva in comune col modello da cui prendeva il nome, basti ricordare il motore centrale. La vera sportiva accessibile era la R5 Alpine Turbo. Fu sostituita dalla Renault 5 GT Turbo, uscita nel 1985; derivava dalla Supercinque, cioè la seconda serie della popolarissima utilitaria della régie. Il motore era sempre quello della Alpine, un 1.4 a carburatore doppio corpo sovralimentato da un turbocompressore Garrett. Potenza di 155 cavalli a 5.750 giri, coppia di 165 Nm a 3.000 giri. 201 Km/h e 7″6 nell’accelerazione 0-100. Comportamento nervoso ed esuberante, come le rivali aveva una sua personalità precisa che andava capita “cavalcandola” a lungo, altrimenti poteva scaraventarvi “dalla sella”; ma poi cominciava il bello. Ebbe un ottimo successo anche in Italia, dove venne utilizzata da molti come base per le corse in gruppo N.

    VOLKSWAGEN GOLF GTI

    La Volkswagen Golf GTI esiste fin dalla prima serie, nel lontanissimo 1976. Noi vogliamo parlare della seconda, cioè Golf II o Mark 2. La GTI associata a quella generazione uscì nel 1984. Motore 1.8 aspirato a due valvole per cilindro, iniezione elettronica, 112 cavalli a 5.500 giri, 158 Nm a 3.100 giri, 191 Km/h. Nel 1986, insieme al doppio faro, arrivarono le 16 valvole che fecero salire la potenza a 139 cavalli. La velocità salì a 220 Km/h, 0-100 in 8″. Era un segmento C, quindi superiore alle altre notissime pepate. Potente e imponente, da vera tedesca.