Auto connessa: quando si scambiano i desideri per fatti concreti

Auto connessa: quando si scambiano i desideri per fatti concreti

Uno studio afferma che nel 2020 il 30% delle auto in circolazione sarà connesso ma non si capisce a cosa e come

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    Auto connessa: quando si scambiano i desideri per fatti concreti

    Auto connessa e guida autonoma sono parole oggi molto di moda, ma la realtà pratica è sempre più complessa dei desideri o degli interessi di alcune categorie. Prevedere il futuro è sempre un esercizio molto difficile che spesso porta a colossali errori. Quando si diffondono previsioni che snocciolano certezze come se fossero analisi di qualcosa già accaduto, c’è da nutrire qualche dubbio sulla loro attendibilità.

    Come ad esempio lo studio diffuso dalla società di consulenza AlixPartners durante il forum automotive, un convegno tenuto a Milano l’11 ottobre. Senza accennare minimamente ai criteri seguiti per creare tale analisi, si sparano cifre da spot pubblicitario. Secondo tale studio, entro il 2020 il 30% del parco circolante mondiale sarà costituito da connected cars. Ora, nel 2020, secondo le previsioni della società specializzata IHS, il parco circolante di autoveicoli leggeri (quindi escludendo camion e autobus) dovrebbe ammontare a circa 955 milioni.

    Prendendo per buona questa stima, il 30% significa circa 285 milioni di veicoli, quelli che AlixPartners ritiene connessi tra soli quattro anni. Peccato che non si capisca cosa s’intende esattamente per “auto connesse”. Che i veicoli possono comunicare tra loro o con un’eventuale (e praticamente inesistente) infrastruttura pubblica centralizzata? Oppure che sono compatibili con il bluetooth? C’è una differenza enorme tra le due ipotesi. La seconda è molto probabile, ma non si tratta di un traguardo poi così speciale. La prima invece oggi semplicemente non esiste ancora ed è talmente complessa da realizzare che i costruttori più grandi stanno stringendo alleanze per non soffocare nei costi di sviluppo; affermare che un terzo delle auto in circolazione in tutto il mondo ne sarà dotato fra quattro anni pare francamente molto azzardato. Ricordiamoci che, oggi, già poter collegare due telefonini di marca diversa allo stesso tipo di connettore non è una cosa scontata.

    Se invece per auto connessa s’intende la vettura dotata di un sistema di comunicazione con una centrale di assistenza operata dal produttore o chi per esso, allora già è qualcosa di più plausibile. Ma si tratta sempre di comunicazione a tunnel: da auto a produttore e viceversa; le futuristiche immagini di “auto connessa”, almeno da ciò che viene ripetuto dal marketing di mezzo mondo, lascia intendere ben altro livello di complessità.

    Però dire le cose in modo fumoso permette di aggiungere qualsiasi cosa, tanto non esiste modo di smentirlo (ma nemmeno di verificarlo): per esempio AlixPartners, nel comunicato stampa legato al convegno sopra accennato, aggiunge che le connected cars consentiranno di evitare gran parte dei costi derivanti dagli incidenti dovuti ad errori umani, stimati addirittura in 200 miliardi di euro.

    Come? Perché? Da dove arrivano questi 200 miliardi? Non si sa. La mettono insieme alla guida autonoma. Ma un’auto connessa (a cosa, è ancora da stabilire) non è necessariamente un’auto a guida autonoma. E anche qui ci sarebbe molto da dire, per esempio i tre incidenti mortali che hanno vista coinvolta una Tesla col meccanismo Autopilot o gli innumerevoli tamponamenti che subiscono le Google Car.

    Un altro dato sparato con una certezza da televendita nello studio di AlixPartners è il seguente: sempre nel 2020, gli automobilisti saranno pronti a pagare fino a 800 euro per i servizi di connettività definiti come “scambio di dati tra veicoli e utenti”. Anche qui non sarebbe stato male fornire qualche dettaglio in più, soprattutto quando si parla di intenzioni degli interpellati, che ricordano un po’ i sondaggi elettorali, in cui è sempre in vantaggio il partito di riferimento di chi ha commissionato il sondaggio.

    Un’altra affermazione che dice tutto e niente, cioè niente: “Nel 2030 metà di tutte le autovetture sarà dotata di un propulsore elettrico o ibrido“. E’ un giochetto molto usato e parecchio subdolo quello di considerare uguali le auto ibride e quelle elettriche. Col cavolo! L’ibrida è un’auto a benzina o diesel dove uno o più motori elettrici svolgono sole funzioni di assistenza. Tutta un’altra cosa da un’auto elettrica propriamente detta. Poiché oggi le auto elettriche vendute in Europa e Stati Uniti non arrivano all’1%, è facile comprendere l’inattendibilità di queste affermazioni.

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