Incidente per strada dissestata: comuni e province non vogliono responsabilità

Incidente per strada dissestata: comuni e province non vogliono responsabilità

Lettera di Anci e Upi al ministro degli Interni sulle conseguenze della legge sull'omicidio stradale

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    Incidente per strada dissestata: comuni e province non vogliono responsabilità

    Comuni e province non ne vogliono sapere di pagare per le proprie colpe se qualcuno muore in un incidente causato dalla cattiva manutenzione delle loro strade, conseguenza indiretta della nuova legge sull’omicidio stradale. Però continuano ad incassare fior di quattrini dalle multe, senza tuttavia impiegare quei soldi per la manutenzione, come la legge li obbliga a fare.

    La conferma della volontà di sottrarsi alle responsabilità si legge fra le righe di una lettera datata 9 giugno 2016, numero di protocollo 236, indirizzata al ministro degli Interni Angelino Alfano; è firmata da Piero Fassino e Achille Variati, presidenti rispettivamente di Anci e Upi, le associazioni che rappresentano comuni e province (possiamo considerarle come i sindacati degli amministratori locali). Ovviamente non si sognano di comunicare espressamente la loro intenzione, quindi si nascondono dietro l’oscuro e fumoso linguaggio burocratico, tanto fra di loro si capiscono benissimo.

    Per capire di cosa si tratta dobbiamo fare un passo indietro. La legge sull’omicidio stradale approvata il 23 marzo 2016 ha introdotto pene severe per chi causa la morte, lesioni grave o gravissime in seguito a violazioni delle norme sulla circolazione stradale. Principali destinatari di queste misure sono ovviamente i conducenti di veicoli. Ma non riguarda solo loro (noi). Anche gli enti proprietari delle strade possono subire procedimenti penali, se morte o lesioni sono causate o aggravate da un cattivo stato di manutenzione.

    La recente legge non lo cita espressamente, tuttavia è una sua conseguenza indiretta. Lo sottolinea la circolare del ministero degli Interni del 25 marzo 2016. Infatti la recente legge ha semplicemente trasferito nella classificazione di omicidio stradale tutte le fattispecie di omicidio colposo già contenute nell’ordinamento italiano (Codice della strada, Codice penale e Codice di procedura penale), quando queste riguardino violazioni delle norme sulla circolazione stradale. Lo ha fatto introducendo nel Codice penale l’articolo 589 bis. Nel caso di omicidio stradale non aggravato la pena va da due a sette anni di reclusione.

    Come fa notare la circolare ministeriale “Il reato può essere commesso da chiunque viola le norme che disciplinano la circolazione stradale… Il reato ricorre in tutti i casi di omicidio che si sono consumati sulle strade… anche se il responsabile non è un conducente di veicolo“.
    Qui è il Codice della strada a parlare chiaramente, all’articolo 14, comma 1: “Gli enti proprietari delle strade, allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, provvedono: a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi; b) al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze; c) alla apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta“.

    Quindi se, in seguito ad un incidente stradale, la cattiva manutenzione della strada provoca o aggrava conseguenze che arrivano alla morte o a lesioni gravi di una o più persone, chi gestisce la strada potrà essere processato per lo stesso reato attribuito al conducente di un veicolo.

    Significa che sindaci, presidenti di province, città metropolitane, regioni e dirigenti Anas o altre società concessionarie possono finire sul banco degli imputati ed, eventualmente, anche in carcere.

    Poiché la quasi totalità delle strade urbane ed extraurbane è di proprietà di comuni e province (e città metropolitane), ecco che sindaci e presidenti provinciali si sono sentiti in allarme. Se facessero il loro dovere, cioè provvedere ad una corretta manutenzione, non avrebbero motivi di preoccuparsi.

    Invece preferiscono la via meno costosa, fare pressione politica. Se fossero dei soggetti privati, verrebbero definiti lobby.

    Cosa dicono Fassino e Variati in questa lettera? Dopo aver riepilogato la faccenda, cioè citato l’introduzione della legge e la relativa circolare ministeriale che abbiamo riportato qui sopra, i due politici aggiungono: “Di fatto con questo gli enti locali proprietari della rete stradale, sono direttamente coinvolti nei reati sopra richiamati. Nel merito, stante la assoluta delicatezza del tema, riteniamo necessario che in sede di Conferenza Stato Città venga approfondito tale tema, che coinvolge direttamente funzionari ed amministratori degli enti locali“.

    Poiché è improbabile che invochino una riunione per dire che concordano con la legge, è ovvio che gli amministratori in questione vogliano suggerire una revisione della norma, magari un piccolo e invisibile comma bis o tris infilato in silenzio nei meandri di uno dei tanti maxi decreti da centinaia di pagine, su argomento completamente diverso e sul quale poi il Governo chiederà la fiducia alle camere, come sembra diventata prassi ordinaria.

    Stiamo facendo il processo alle intenzioni? No, stiamo esercitando il diritto di critica garantito dalla Costituzione. Gli enti pubblici seri dirigono le risorse economiche verso i servizi più importanti. La sicurezza delle strade incide direttamente sulla vita delle persone, quindi va considerata uno dei servizi fondamentali.
    Se chi guida un veicolo in modo gravemente irresponsabile causa la morte di una persona, è giusto che venga punito adeguatamente. Ma anche lasciare una buca profonda sulla strada o un altro tipo di trappola è gravemente irresponsabile, perché può facilmente provocare un incidente mortale. Allora è giusto che l’amministratore pubblico paghi allo stesso modo del guidatore. Se sindaci e presidenti di Provincia non vogliono finire in tribunale, allora imparino a gestire i fondi in modo intelligente, a controllare l’assegnazione degli appalti e la corretta esecuzione dei lavori, intervenendo sulle imprese appaltatrici inadempienti. Se non vogliono questa responsabilità, c’è una soluzione molto semplice e rapida: diano le dimissioni e facciano altro. Ad esempio, lavorare.

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