Giulio Regeni, storia di un ragazzo italiano ucciso in Egitto

Giulio Regeni, storia di un ragazzo italiano ucciso in Egitto

Il Parlamento europeo condanna la 'tortura e l’assassinio' dello studente

da in Egitto, Giulio Regeni
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    Giulio Regeni, storia di un ragazzo italiano ucciso in Egitto

    Ripercorriamo la vicenda della morte di Giulio Regeni, studente italiano ucciso al Cairo, in Egitto. Il ragazzo è stato ucciso dopo sette giorni di torture. Forte il sospetto di delitto politico: Regeni sarebbe stato ucciso dal governo Al-Sisi per la sua vicinanza agli ambienti anti-governativi. Ipotesi negata dalle autorità locali con continui depistaggi.

    Giulio Regeni era uno studente 28enne di Cambridge, appassionato di Medio Oriente. Friulano, originario di Fiumicello (Udine), si trovava nella capitale egiziana per scrivere la tesi di dottorato sull’economia egiziana. In particolare le sue indagini vertevano sulle dinamiche interne ai sindacati come luogo di dissenso principale verso il governo di Abdel Al-Sisi. D’accordo con i professori di Cambridge, aveva dato vita a un’indagine partecipata attraverso l’uso della rete e di piattaforme digitali di dissenso. Partecipava alle assemblee sindacali e collaborava con Il manifesto, inviando articoli sul dissenso nei movimenti operai egiziani.


    Il 25 gennaio 2016 scompare, mettendo in allarme la famiglia che arriva in Egitto per cercarlo. Si pensa subito che sia una delle 75 persone arrestate dalla polizia durante gli scontri in piazza Tahrir, nel giorno del quinto anniversario della rivoluzione contro l’ex presidente Hosni Mubarak. Ad attenderlo invano per tutta la serata l’amico professore con cui doveva andare a un compleanno. Le autorità egiziane negano fin da subito che il ragazzo straniero finito in manette di cui si parla sui social sia lui.


    Dopo giorni di tensione, Giulio viene ritrovato morto il 4 febbraio 2016. Un quotidiano locale scrive del ritrovamento del “corpo di un giovane uomo di circa 30 anni, totalmente nudo nella parte inferiore, con tracce di tortura e ferite su tutto il corpo”, nella periferia del Cairo. Il procuratore egiziano smonta subito la versione della polizia che aveva ipotizzato un incidente stradale, il primo di tanti depistaggi. Secondo la procura il cadavere presenta infatti chiari segni di percosse e torture, di coltellate sulle spalle, un orecchio mozzato, tagli sul naso, ustioni di sigarette sulle braccia, ecchimosi da pugno in faccia. Sarebbe stata “una morte lenta”.


    Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone apre subito un’inchiesta per omicidio contro ignoti, affidandola al pm Sergio Colaiocco. Ha inizio la battaglia diplomatica tra il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e le autorità egiziane. Il ministro, supportato dal premier Matteo Renzi, chiede che gli inquirenti italiani possano partecipare attivamente alle indagini in Egitto. Nonostante le rassicurazioni di facciata, questo non avviene, gettando ombra sulla polizia egiziana.


    Prende sempre più piede l’ipotesi dell’omicidio politico. Regeni sarebbe stato ucciso e torturato dalla polizia egiziana in seguito alle inchieste e alla vicinanza agli ambienti antigovernativi. Non sarebbe il primo: dall’insediamento del governo Al-Sisi la repressione della polizia è sanguinaria. Nel rapporto della ong ECFR (Egyptian Commission for Rights and Freedoms) si parla di 340 casi di sparizione forzata di attivisti negli ultimi mesi in Egitto. Fonti locali giurano di aver visto lo studente italiano mentre veniva arrestato e portato via il 25 gennaio (circostanza sempre negata dalla polizia). Da Giza, dove stava assistendo a una manifestazione, sarebbe stato portato in un commissariato, uno di quelli famosi per i trattamenti riservati ai detenuti. Qui gli agenti lo avrebbero torturato (i segni sul corpo sono palesi) e ucciso. Poi avrebbero gettato il corpo in un fosso in periferia. Subito scartate le piste del terrorismo e della rapina: i terroristi islamici (l’Isis è presente in egitto) non si liberano del cadavere di un cristiano occidentale senza propaganda religiosa, mentre semplici rapinatori avrebbero chiesto un riscatto prima di uccidere. A sostegno della pista del delitto politico i giornalisti del Manifesto che raccontato che Giulio scriveva sotto pseudonimo perché “aveva paura per la sua incolumità, in un contesto di totale repressione che sta attraversando il paese”. Si viene inoltre a sapere che a dicembre il ricercatore, unico occidentale, aveva partecipato a un’assemblea sindacale. Tre testimoni raccontano alla Procura di Roma che qualcuno aveva fotografato Regeni in modo molto insistente, spaventandolo. Era ormai considerato un nemico del governo e una spia, e un articolo uscito giorni dopo l’assemblea, secondo gli inquirenti potrebbe essere stato la sua condanna a morte. La pista del delitto politico si rafforza se pensiamo ai continui depistaggi del governo egiziano.


    I continui depistaggi del governo egiziano, alleato politico ed economico dell’Italia, rendono più difficile la risoluzione dell’omicidio. Innanzitutto l’autopsia disposta dalle autorità locali, contrariamente a quella italiana, non accenna alle torture, ai “segni di bastonatura sotto le piante dei piedi, la rottura della vertebra cervicale, le fratture di gomito e scapola” che invece compaiono chiaramente in quella italiana”. Il cellulare è scomparso.

    Si scopre, tra l’altro, che Regeni veniva da tempo intercettato. E le intercettazioni sono l’ulteriore smentita alle fantasiose ipotesi fatte dalle autorità egiziani (che hanno sempre difeso la polizia negando ogni coinvolgimento). Secondo un quotidiano filogovernativo, lo studente “sarebbe stato ucciso da agenti segreti sotto copertura, molto probabilmente appartenenti alla confraternita terrorista dei Fratelli musulmani, per imbarazzare il governo egiziano”. La notizia del coinvolgimento del gruppo terroristico (che subisce dal presidente Al-Sisi una spietata repressione) viene subito smentita dal procuratore. Secondo il ministro dell’Interno egiziano Magdy Abdel Ghaffar, Regeni potrebbe essere stato ucciso per vendetta da qualcuno che si era inimicato. Motivi personali e non politici. Poi vengono arrestati alcuni spacciatori e le illazioni si fanno ancor più fastidiose, visto che gli esami tossicologici dell’autopsia hanno accertato che Giulio non facesse uso di droghe. Le autorità egiziane usano l’arma dei finti arresti per sviare le indagini e fare illazioni sulla vita privata dello studente. Tutte ipotesi rispedite al mittente dal sempre più infastidito ministro Gentiloni.


    La testimonianza del direttore del dipartimento di medicina legale del Cairo che ha eseguito l’autopsia, riportate dalla procura egiziana, confermano di fatto la pista del delitto politico e delle torture. Giulio Regeni sarebbe stato interrogato e torturato per sette lunghi giorni, prima di essere ucciso. Le ferite ritrovate sul suo corpo dimostrano che le torture sarebbero avvenute ad intervalli di 10-14 ore: “Questo significa che chiunque sia accusato di averlo ucciso, lo stava interrogando per ottenere informazioni”, e le torture come le bruciature di sigarette, ad intervalli di diversi giorni, sarebbero il loro “marchio di fabbrica”. “Le ferite e le fratture si sono verificati in tempi diversi in intervalli durante un periodo di circa cinque-sette giorni”, fino a quando Regeni sarebbe stato finito “da un colpo con un oggetto appuntito alla parte posteriore della testa”. “Questa notizia pubblicata dai media è menzognera e destituita di qualsiasi fondamento”, attacca il ministro della Giustizia egiziana. Nella testimonianza non si nomina la polizia ma si lascia intendere che gli autori delle torture siano proprio gli agenti.


    Il governo egiziano rilancia la pista del terrorismo islamico. A parlare con l’Ansa una fonte della presidenza egiziana definita “di alto rango” e “altamente qualificata”: “Il terrorismo in Egitto non è finito e cerca di danneggiare i rapporti tra l’Egitto stesso e altri paesi come è stato nel caso del cittadino italiano Giulio Regeni”. Una teoria del complotto secondo cui i terroristi, così “come avvenuto nel caso dell’aereo russo abbattuto nel Sinai” avrebbero ucciso lo studente per far ricadere le colpe sul governo rovinandone i rapporti con gli alleati italiani. Il premier egiziano Sherif Ismail, in un’intervista a un sito locale, ribadisce il concetto: “Ci sono tentativi di sfruttare il caso del giovane italiano e dell’aereo russo per influenzare le nostre relazioni esterne”. La pista del terrorismo islamico resta però improbabile. Come scritto prima, è difficile immaginare un membro di Al Qaeda o dell’Isis torturare un occidentale senza fare propaganda, e solo per fare un dispetto al governo.


    I depistaggi da parte dell’Egitto sarebbero cominciati dopo il ritrovamento del cadavere. Gli agenti, invece di avvisare subito l’ambasciatore italiano, hanno cercato di confondere le acque e hanno interrogato le persone più vicine a Regeni, chiedendo loro notizie sulla sua vita privata e le sue inclinazioni sessuali. Tra loro un ragazzo rientrato in Italia e intervistato da Repubblica, omettendo il nome per sicurezza. Il giovane ha confermato che la polizia era sulle tracce di Regeni almeno da dicembre, e che il giorno del ritrovamento del cadavere è stato interrogato: “Seppi quella sera della morte di Giulio. Me lo comunicarono nella sala d’attesa del commissariato. Cominciarono a chiedermi di Giulio, dei suoi studi, delle sue relazioni al di fuori della ragazza con cui stava, se facesse uso di sostanze stupefacenti”. L’amico conferma che durante un’assemblea sindacale Regeni fu fotografato da una ragazza misteriosa che lo teneva sotto controllo: “Giulio cercava materiale per la sua ricerca. Giulio si accorse che durante la riunione era stato fotografato da una ragazza egiziana, con un telefonino. Pochi scatti. Una delle possibilità è che fossero presenti informatori delle forze di sicurezza”.


    Il direttore della Procura di Giza, Hossam Nassar, all’Agenzia Nova ha rivelato che Regeni è morto il giorno prima del ritrovamento, e che l’ultimo segnale del suo cellulare è stato registrato all’interno della stazione della metropolitana di Doki, dove si trovava la sera del 25 gennaio, giorno della scomparsa. “Sicuramente non è stato sequestrato nel tragitto da casa alla metro, e non è stato sequestrato neppure all’interno della metropolitana perché a quell’ora, con tutta quella gente, qualcuno lo avrebbe notato”, sostiene il procuratore. Ma non ci sono immagini che mostrino cosa sia successo una volta che Regeni è tornato in strada (probabile l’arresto da parte della polizia): “Quelle immagini non le abbiamo perché a distanza di tempo si sono autocancellate, come del resto quelle dei negozi della zona”.


    L’Egitto finalmente si è deciso a invitare al Cairo gli inquirenti italiani per informarli “degli ultimi sviluppi investigativi relativi alla morte” di Regeni. Lo ha comunicato il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, annunciando che l’incontro, finalizzato a “individuare ulteriori modalità di collaborazione tra le due autorità giudiziarie nell’interesse dei rispettivi Paesi, sarà organizzato a breve”. L’invito arriva dopo la strigliata del Parlamento europeo, che giovedì ha approvato quasi all’unanimità una risoluzione bipartisan presentata da tutti i gruppi (tranne quelli di estrema destra di Le Pen e Salvini) che “condanna con forza la tortura e l’assassinio del cittadino europeo Giulio Regeni” in Egitto. Il Parlamento ha chiesto al Cairo di “fornire alle autorità italiane tutti i documenti e le informazioni necessarie”, sottolineando che quello di Regeni “non è un incidente isolato”.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN EgittoGiulio Regeni
     
     
     
     
     
     
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