Infiammazione ‘spia’ delle malattie coronariche: la ricerca punta a farmaci più efficaci

Sul fronte della prevenzione secondaria, rivolta cioè ai pazienti già sopravvissuti a un evento, lo specialista avverte: ''servono nuovi approcci perché con quelli seguiti finora abbiamo già 'grattato il fondo'''.

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    Infiammazione ‘spia’ delle malattie coronariche: la ricerca punta a farmaci più efficaci

    In Usa e in Europa la prima causa di decesso e di ospedalizzazione sono le malattie del cuore: una persona su 2 oggi muore per patologie cardiovascolari, e una su 5 per malattie coronariche. La ricerca ha individuato un legame tra infiammazione e malattia coronarica. In occasione del convegno ‘Armonizzare la ricerca e la pratica clinica per migliorare la prevenzione delle malattie cardiovascolari’, che si tenuto a Milano, abbiamo approfondito l’argomento con il professore Filippo Crea, ordinario di Cardiologia all’università Cattolica di Roma e direttore del Polo di Scienze cardiovascolari e toraciche della Fondazione Policlinico universitario Gemelli della Capitale, che già 23 anni fa fu protagonista della scena mondiale insieme al suo team. “Per primi, nel 1994 – ricorda – abbiamo dimostrato che almeno in alcuni pazienti le sindromi coronariche acute sono associate a un improvviso aumento della proteina C-reattiva”, ‘spia’ di infiammazione fra le più note, e che “quando questo si verifica la prognosi è peggiore”.

    Lo specialista ha ripercorso la storia del legame fra malattie cardiovascolari e infiammazione. Quest’ultima, infatti, è collegata allo sviluppo dell’aterosclerosi fin dalle sue prime fasi. Nello specifico, la ricerca ha scoperto che – in media – nella metà dei pazienti che hanno avuto un infarto la proteina C-reattiva aumenta. Ciò ha reso l’infiammazione un bersaglio ancora più interessante per la medicina cardiovascolare.

    Ad esempio il recente trial di fase clinica III, presentato all’ultimo Congresso annuale della Società europea di cardiologia (Esc), riguardante nuovi farmaci da usare in prevenzione secondaria, è stato condotto per 6 anni su oltre 10 mila pazienti con aterosclerosi reduci da infarto miocardico acuto e con un livello di proteina C-reattiva ad alta sensibilità. In combinazione con la terapia standard, iniezioni trimestrali di canakinumab hanno ottenuto – rispetto al placebo – una riduzione del 15% di eventi cardiovascolari maggiori (infarto non fatale, ictus non fatale e morte cardiovascolare). Il farmaco, un inibitore selettivo e a effetto prolungato dell’interleuchina-1beta, ha inoltre diminuito la mortalità per tumore polmonare.

    Lo studio ‘Cantos’ sull’anticorpo monoclonale antinfiammatorio canakinumab è: “Un lavoro importante concettualmente, veramente fondamentale – dice l’esperto – che pone nuovi interrogativi”. “Lo studio Cantos chiude il cerchio”, confermando la ‘teoria infiammatoria’ delle sindromi coronariche acute almeno nei pazienti con valori elevati di proteina C-reattiva, commenta Crea: “Se finora ci eravamo concentrati solo sul controllo dei fattori di rischio e dei meccanismi che portano alla formazione del trombo, Cantos ci dice che anche dei farmaci antinfiammatori possono migliorare la prognosi di questi pazienti”.

    Gli interrogativi ai quali i ricercatori devono rispondere ora sono 3, riassunti dal cardiologo: “Uno è come identificare al meglio i pazienti che hanno bisogno di una terapia antinfiammatoria: la proteina C-reattiva è un marker di infiammazione molto aspecifico”, quindi “saranno necessarie ‘spie’ più precise per capire quali pazienti rispondono”. “Il secondo punto – continua Crea – è identificare farmaci antinfiammatori più efficaci del canakinumab”, perché “la riduzione degli eventi è stata modesta e inoltre si è pagato un prezzo, in quanto la mortalità per infezioni nei pazienti randomizzati al farmaco è stata più alta. Cantos è fondamentale – ribadisce l’esperto – perché segna questa nuova strada, certamente giusta. Però dobbiamo identificare antinfiammatori con un rapporto costo-beneficio più favorevole!”.

    “La terza sfida – conclude lo specialista – è cosa fare di quel 50-70% di pazienti in cui la causa dell’infarto non è un’attivazione dell’infiammazione. In più della metà dei casi, infatti, si ha infarto senza avere aumento della proteina C-reattiva. Significa che a questi pazienti succede qualcosa di diverso, che stiamo ovviamente indagando e che porterà all’identificazione di nuovi bersagli terapeutici nei prossimi anni”.

    In collaborazione con AdnKronos