Zimbabwe, colpo di Stato e retroscena dietro al Presidente Mugabe

La situazione politica nello Zimbabwe è a un punto di criticità assoluto: l’esercito ha annunciato con un video-messaggio di avere ‘preso in custodia’ il presidente Robert Mugabe e sua moglie ad Harare. Ecco un'analisi degli intrecci politici che hanno portato al colpo di Stato.

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    Zimbabwe, colpo di Stato e retroscena dietro al Presidente Mugabe

    La situazione politica nello Zimbabwe è a un punto di criticità assoluto: l’esercito ha annunciato con un video-messaggio di avere ‘preso in custodia’ il presidente Robert Mugabe e sua moglie ad Harare, la capitale del Paese: i fatti parlano chiaramente di colpo di stato, ma l’esercito nega, parlando invece di una sorta di ‘misura correttiva senza spargimento di sangue’. L’esercito dello Zimbabwe non soltanto ha sotto stretta sorveglianza la massima carica dello Stato e la sua consorte, ma ha anche preso il controllo della televisione di stato e organizzato ronde di ispezione nelle strade di Harare. Quali sono i precedenti socio-politici che hanno condotto lo Zimbabwe a un ‘non’ colpo di Stato? Cerchiamo di far luce su una Nazione che da quasi 40 anni è governata dal regime dittatoriale di Robert Mugabe.

    L’esercito dello Zimbabwe al potere

    Nel corso della notte del 14 novembre 2017, alle 4:00 ora locale, S.B. Moyo, un portavoce dell’esercito ha diffuso un comunicato attraverso la televisione di stato ZBC, nel quale ha confermato che la presa in custodia del capo di stato Robert Mugabe e di sua moglie ha il solo scopo di ‘bloccare i criminali che si aggirano intorno a Mugabe’. Il portavoce ha sottolineato che non si tratta di un colpo di Stato: ‘Al nostro popolo e al mondo oltre i nostri confini, vogliamo rendere abbondantemente chiaro che non è una presa militare del governo’ e ha poi aggiunto: ‘Quello che fanno le forze di difesa dello Zimbabwe è riequilibrare una situazione politica, sociale ed economica in continuo peggioramento nel nostro paese, che, se non trattata, può comportare un conflitto violento. Non appena avremo compiuto la nostra missione, ci aspettiamo che la situazione torni alla normalità’. Il portavoce Moyo ha poi invitato i cittadini a mantenere la calma e ha invitato tutti a muoversi soltanto se necessario. Secondo le informazioni diramate da Associated Press, nella notte tra martedì e oggi sono state segnalate tre esplosioni e la presenza di numerosi mezzi dell’esercito per le strade della capitale. Tuttavia, secondo diversi comunicati diffusi dalle ambasciate, la situazione ad Harare sembra essere sotto controllo. L’ambasciata degli Stati Uniti invece, ha ritenuto opportuno chiudere per motivi di sicurezza e ha esortato i cittadini statunitensi a mettersi al sicuro.

    È la prima volta da quando è al potere Mugabe, che l’esercito interviene in maniera così plateale nella politica dello Zimbabwe. Sono quasi 40 anni infatti, che le forze armate sostengono il capo di Stato nelle sue politiche, consentendogli di fatto di instaurare il regime in corso sino a pochi giorni fa.

    Zimbabwe: le ore precedenti all’annuncio

    Nelle ore precedenti all’annuncio in diretta sulla TV di stato dello Zimbabwe, alcuni testimoni oculari hanno riferito che per le strade di Harare circolavano circa 100 truppe di militari. La comparsa massiccia dell’esercito per le strade della capitale è stata la naturale conseguenza dell’inasprimento dei conflitti politici, soprattutto a seguito dell’estromissione del vicepresidente Emmerson Mnangagwa, della scorsa settimana. Nonostante i militari stiano facendo di tutto per non chiamare queste operazioni ‘colpo di stato’, nei fatti non sembra essere qualcosa di diverso, sostengono gli osservatori. ‘Questo è un colpo di stato, indipendentemente da come lo vogliamo chiamare’, ha dichiarato alla CNN Alex Magaisa, ex assistente del primo ministro dello Zimbabwe, Morgan Tsvangirai.

    Facendo un altro passo indietro, lunedì scorso, il comandante dell’esercito, Costantino Chiwenga, aveva minacciato di intervenire per placare le tensioni politiche che nell’ultimo periodo si erano particolarmente intensificate. Il partito di Mugabe, ZANU (Zimbabwe African National Union), aveva subito ribattuto accusandolo di avere un atteggiamento sovversivo nei confronti delle istituzioni. Attualmente pare che sia proprio Chiwenga ad avere il controllo della situazione. L’esercito è supportato da una parte della popolazione e dell’associazione dei reduci di guerra del paese, che aveva sostenuto il vicepresidente Emmerson Mnangagwa fino alla sua estromissione la scorsa settimana.

    Zimbabwe: la lotta di potere

    Mnangagwa è stato per lungo tempo considerato il più papabile dei successori di Mugabe, tuttavia il suo improvviso licenziamento, ha reso più chiaro l’intento del presidente, ancora in carica all’età di 93 anni, ovvero nominare sua moglie Grace alla posizione, aumentando esponenzialmente il malcontento anche tra i fedeli sostenitori. In realtà la ‘mossa’ di Mugabe ha letteralmente scatenato l’ira del popolo dello Zimbabwe, che ha soprannominato la moglie del presidente ‘Gucci Grace’, per le sue spese folli, i suoi viaggi di lusso, uno smacco insopportabile per un Paese che sta vivendo una grave crisi economica. Con il tempo Grace è stata travolta dalle preoccupazioni, le era ben chiaro che alla morte del marito sarebbe stata espulsa: ‘Doveva essere inserita in un posto istituzionale in modo da poter prendere il potere’, ha spiegato Robin Curnow della CNN. A riguardo invece dell’ex deputato Mnangagwa, che è stato un combattente nelle guerre di liberazione del Paese e ancora oggi gode del chiaro sostegno dell’esercito, attualmente non è noto dove si sia ritirato.

    C’è poi un’altra figura che emerge nello scenario politico dello Zimbabwe: Chris Mutsvanga, un alleato di Mnangagwa che dirige l’influente associazione dei veterani di guerra dello Zimbabwe, e che circa la presa di potere da parte dell’esercito, da lui stesso definita ‘colpo di stato senza spargimenti di sangue‘, ha dichiarato: ‘Rendiamo onore alle forze patriottiche e valorose dello Zimbabwe che ancora una volta stanno tentando di salvare la nazione. Il popolo ha sofferto per lungo tempo sotto una dittatura autonoma che era diventata oligarca con deliri dinastici’. Il gruppo di Mutsvanga è sempre stato fedele a Mugabe, tuttavia nei riguardi di Grace Mugabe, ha espresso un parere critico, ritenendola giovane e senza alcuna spinta per liberare lo Zimbabwe dalla morsa economico-politica che lo sta soffocando.

    Chi è Robert Mugabe

    Rober Mugabe è il presidente dello Zimbabwe dall’anno della liberazione del Paese. Oggi ha 93 anni e nella sua lunga carriera politica è stato considerato un personaggio piuttosto controverso. Leader rivoluzionario, fu primo ministro del paese dal 18 aprile 1980 al 31 dicembre 1987; dal 31 dicembre 1987 prese la carica di Presidente, assieme a quella di leader del partito Zimbabwe African National Union (ZANU). Dal 24 luglio 2014 è diventato ufficialmente il più anziano capo di Stato o di governo del mondo. E’ noto per aver instaurato nello Zimbabwe una politica dittatoriale, che ha condotto il Paese in una crisi economica sempre più stringente. La sua politica repressiva ha portato lo Zimbabwe all’esclusione dal Commonwealth, inoltre l’ha insignito del titolo di ‘persona non grata’, una condizione scomoda che gli impedisce l’ingresso nell’Unione Europea e negli Stati Uniti, fatta eccezione per rari eventi internazionali.

    Zimbabwe: l’intervento di Amnesty International

    A seguito della presa di potere sul Paese da parte delle forze armate dello Zimbabwe, Amnesty International ha dichiarato che in un periodo di forte tensione come quello attuale è fondamentale salvaguardare l’incolumità e la sicurezza di ciascuna persona, a prescindere dalla sua affiliazione politica. Amnesty International si è quindi rivolta alle forze militari chiedendo loro il rispetto dei diritti umani, quindi di astenersi da azioni che pongano a rischio vite umane e di assicurare il libero flusso delle informazioni. La presa di potere da parte delle forze armate, ha aggiunto Amnesty International, non può essere utilizzata come motivazione valida per venir meno agli obblighi e agli impegni dello Zimbabwe rispetto a trattati internazionali e regionali sui diritti umani.