Bambini che fanno pipì a letto: i consigli per evitare l’enuresi notturna

1 milione e 200mila bambini e adolescenti tra 5 e 14 anni soffrono di enuresi notturna: ecco alcuni consigli su come fare per evitare che i bambini bagnino il letto

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    Bambini che fanno pipì a letto: i consigli per evitare l’enuresi notturna

    Sono tanti i bambini che soffrono di enuresi notturna, circa 1 milione e 200mila bambini e adolescenti tra i 5 e i 14 anni di età. Fare la pipì a letto è un disturbo tanto comune quanto tenuto nascosto, persino al pediatra. C’è la diffusa convinzione che il problema si risolva da solo, con il passare del tempo, invece non bisogna sottovalutare il rischio di eventuali complicazioni future all’apparato sessuale e urinario. Gli esperti riuniti a convegno hanno fatto il punto della situazione fornendo anche preziosi consigli ai genitori che si trovano a dover affrontare il problema.

    La Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps), in collaborazione con l’Associazione di iniziativa parlamentare e legislativa per la salute e la prevenzione, ha organizzato la conferenza stampa ospitata al Senato: ‘Enuresi notturna nel bambino e l’importanza di contrastarla’. Il dato più importante che emerge dall’approfondimento è che chiedere consiglio al medico per una diagnosi tempestiva dell’enuresi notturna è il primo passo per risolvere il problema.

    “L’enuresi è un disturbo ancora non adeguatamente compreso e riconosciuto – ci ha spiegato Giuseppe Di Mauro, presidente della Sipps – e va detto che, nonostante una diffusione elevata, è sottostimato e sottotrattato, se si pensa che due bambini su tre non vengono correttamente diagnosticati e di conseguenza curati. Insieme al ruolo di vigilanza delle famiglie centrale resta quello del pediatra che già dopo il compimento del quinto anno d’età, senza lasciar passare troppo tempo, alla prima occasione di una visita o di un bilancio di salute, con poche e semplici domande, potrebbe e dovrebbe verificare se il bambino bagna il letto e quindi fosse bisognoso di adeguati interventi, comportamentali o terapeutici”.

    Spesso le credenze rischiano di far sbagliare i genitori che non sanno come comportarsi correttamente per aiutare i figli a superare il disturbo. Ci ha parlato dell’argomento l’urologa pediatra Maria Laura Chiozza, del dipartimento di Pediatria dell’università di Padova. Ad esempio, al contrario di quanto si creda, far bere molto i bambini durante il giorno fa bene e serve per distendere la vescica. Anche adeguare il menù della cena può servire a evitare l’enuresi notturna, dato che è meglio fornire un pasto povero di calcio ai piccoli che bagnano il letto.

    A fare la pipì si impara – spiega – è una competenza che acquisiamo in ben 5 anni. La competenza viene dalle abitudini. Per esempio bere durante il giorno almeno un litro e mezzo di acqua, tra le 8 del mattino e le 7 di sera”. Questa abitudine è fondamentale e molto importante perché – spiega Chiozza – allarga la vescica e ”permette alla stessa di ‘dialogare’ con il cervello, aumentando la secrezione dell’ormone vasopressina, che si occupa di ‘asciugare’ la pipì durante la notte”, permettendo di fare un sonno asciutto.

    I genitori devono fare attenzione ad alcuni segnali, continua l’esperta, in primo luogo “è più facile che il bambino possa soffrire di enuresi notturna se papà e mamma ne hanno sofferto. Bisogna poi fare attenzione a come fanno la pipì i piccoli anche durante il giorno. Se corrono all’ultimo minuto, bagnano un poco le mutandine, si accovacciano, saltellano o fanno di tutto per non andare a fare la pipì vuol dire che la loro vescica non funziona come dovrebbe”. Provate a fare un gioco con i vostri bambini: fate calcolare loro quanto grande deve essere la propria vescica. A spiegarcelo è ancora la pediatra Chiozza: “metti l’età, aggiungi uno e moltiplica per 30. Il numero che uscirà sono i millilitri che deve occupare la vescica durante la notte. Fino a 14 anni il calcolo funziona”.

    Papà e mamma possono però levarsi qualche senso di colpa, perché: “Non si tratta di un disturbo causato dallo stress, al contrario, però, sicuramente i piccoli possono essere stressati dal problema”, chiarisce l’esperta. Inoltre protrarre l’uso del pannolino non ha nessuna relazione con il disturbo. “Il pannolino – continua Chiozza – si toglie quando il bambino è pronto. Toglierlo prima dei tre anni è un problema che pone l’asilo, per problemi organizzativi. In termini pratici: si può togliere di notte quando per 15 giorni consecutivi risulta asciutto al risveglio”.

    Per evitare di fare la pipì a letto occorre anche cambiare menù della cena. Ad esempio eliminando il formaggio e cambiando acqua perché, continua l’esperta: “Serve limitare il calcio eccessivo, solo a cena, accertandosi anche del tipo di acqua che si porta a tavola. Questo aiuterà a fare un po’ meno pipì durante la notte”.

    “Oggi nuove conoscenze e nuove terapie ci permettono di offrire una risposta importante ed efficace alla richiesta di aiuto per uscire dall’enuresi, un disturbo che, oltre a minare l’autostima e la crescita sociale dei bambini che ne sono colpiti, rappresenta un peso enorme per le loro famiglie”, sottolinea Maria Laura Chiozza convinta, insieme agli esperti riuniti a Roma, che sia necessaria una maggiore informazione sul tema che coinvolga i pediatri, le famiglie e anche la scuola.

    Purtroppo i dati di recenti studi, conclude Chiozza, “indicano che il 60% dei bambini con enuresi non viene sottoposto a visita pediatrica, il che significa che oltre 700mila non sono presi in carico per il loro problema”. Eppure combattere e risolvere il disturbo precocemente non solo consentirebbe di superare il disagio e l’imbarazzo che colpisce chi ne soffre, ma potrebbe evitare la successiva insorgenza di altre complicanze che possono manifestarsi in età adulta andando a incidere sulla futura qualità della vita.

    In collaborazione con AdnKronos