Panama Papers: Regina Elisabetta, Madonna e Bono Vox tra i vip coinvolti

Un nuovo filone di indagini sui Panama Papers ha portato gli investigatori sulle tracce di conti offshore della Regina Elisabetta II e della regina di Giordania, accanto a quelli di star della musica e dello spettacolo come Madonna e Bono Vox. Tra i nomi coinvolti anche il tesoriere del premier canadese Justin Trudeau e il ministro del Commercio di Donald Trump

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    Panama Papers: Regina Elisabetta, Madonna e Bono Vox tra i vip coinvolti

    Nuovo filone d’inchiesta per i Panama Papers e nuovi nomi coinvolti nello scandalo finanziario a partire dalla Regina Elisabetta II, passando per Madonna e Bono Vox, fino al tesoriere del premier canadese Justin Trudeau e il ministro del Commercio USA di Donald Trump, Wilbur Ross. La nuova indagine ha particolarmente toccato il Regno Unito nella figura della regina che avrebbe trasferito milioni di sterline, provenienti dalle sue proprietà private, in conti offshore tramite fondi registrati alle Isole Cayman. Il Guardian è uno dei media ad aver avuto accesso ai nuovi file, richiesti dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung e diffuso da’l'International Consortium of Investigative Journalists (Icij) di cui fa parte il quotidiano inglese (per l’Italia l’esclusiva è de L’Espresso, con la trasmissione di Rai3 Report). La nuova “leak, una gigantesca fuga di notizie”, come la definisce l’Espresso, rivelerebbe evasioni fiscali e manovre finanziarie da parte dei potenti e dei ricchi del mondo.

    Accanto al nome della Regina Elisabetta, il nuovo filone dei Panama Papers tocca molti nomi importanti. In Inghilterra si conta anche Lord Ashcroft, businessman ed ex dirigente del Partito Conservatore britannico, che avrebbe trafugato in conti offshore 450 milioni di sterline, ma l’inchiesta si sta espandendo a macchia d’olio in tutto il mondo, riguardando personalità politiche e del mondo dello spettacolo.

    Tra i nomi coinvolti ci sono quelli della popstar Madonna e del leader degli U2 Bono Vox, il co-fondatore della Microsoft, Paul Allen, la regina Noor di Giordania, il tesoriere del primo ministro canadese Trudeau, Stephen Bronfman, il finanziere George Soros, l’ex generale Wesley Clark, già comandante supremo della Nato in Europa, e molti altri.

    Spicca il nome del segretario per il commercio dell’amministrazione Trump, Wilbur Ross: secondo quanto riportano il Guardian e il New York Times, Ross avrebbe rapporti finanziari molto stretti con la Russia, compresi grossi pagamenti da una ditta di proprietà del genero di Vladimir Putin.

    Paradise Papers, cos’è la nuova inchiesta

    La nuova inchiesta è stata chiamata Paradise Papers. Tutto nasce dalla richiesta di due reporter del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung che ha ottenuto milioni di file (13,4 per l’esattezza) da Appleby, studio legale e finanziario con sede alle Bermuda, che opera da 119 anni per conto di reali, potenti, ricchi e famosi. Altri documenti sono stati rivelati dalla compagnia Asiaciti Trust, con sede a Singapore: la Süddeutsche Zeitung ha ottenuto anche i registri delle imprese di 19 paradisi fiscali, come le Bermuda, le Isole Cook o Malta. La trafila ricorda quella dei Panama Papers, quando vennero divulgate le carte dello studio Mossack Fonseca: ottenuti i file, i giornalisti tedeschi li hanno condivisi con l’ICJ, consorzio di giornalismo investigativo già premiato con il Pulitzer per i Panama Papers, di cui fanno parte 380 giornalisti da oltre 90 media di 67 Paesi che hanno passato mesi sui documenti di Appleby. Secondo quanto riporta il New York Times, i clienti della Appleby sono diversi da quelli dello studio Fonseca, ma i file – che coprono un arco di tempo dal 1950 al 2016 – dimostrerebbero la stessa cosa, cioè come i ricchi e i potenti del mondo riescano a non pagare le tasse, a evadere milioni di dollari e a vivere in un mondo economico parallelo, contro ogni regola e legge.

    Paradise Papers, cosa sono i conti offshore

    Uno dei punti chiave dei Paradise Papers è la rivelazione di investimenti in conti offshore. Come indica il termine inglese, si tratta di società estere con sede in paesi “fuori dalle acque territoriali”, cioè i cosiddetti “paradisi fiscali”: qui banche e società finanziarie hanno regole diverse, non applicano tasse sul reddito e sul profitto e soprattutto rispettano il segreto bancario. Si tratta di operazioni finanziarie e bancarie che permettono ai ricchi e ai super ricchi di non pagare le tasse e di nascondere enormi quantità di denaro, sottraendosi al fisco nazionale da mega evasori. Il quotidiano tedesco lo ha definito un “sistema che rende i ricchi più ricchi e poveri più poveri”. Le società offshore sono anche usate dalla malavita di tutto il mondo per ripulire il denaro sporco. In teoria non è illegale possedere conti offshore, ma devono essere denunciati al fisco del paese di propria appartenenza, in modo da pagarci sopra le tasse, cosa che ovviamente non avviene. A rendere appetibile i conti offshore è proprio la segretezza.

    Paradise Papers, quanto vale la ricchezza nascosta

    Il valore economico delle operazioni rivelate dai Paradise Papers è enorme. Secondo l’economista Gabriel Zucman, interpellato dal quotidiano tedesco, ogni anni più di 600 miliardi di euro verrebbero spostati solo dalle multinazionali nei paradisi fiscali, mentre i super-ricchi hanno nascosto un totale di 7,9 trilioni di euro, sottratti al fisco (e quindi ai soldi pubblici). La Süddeutsche Zeitung ha pubblicato un conteggio che mostra quanti soldi vengono nascosti dai ricchi e potenti in tempo reale.

    Paradise Papers, i politici coinvolti

    I politici coinvolti nello scandalo dei Paradise Papers sono tanti e provenienti da tutto il mondo. Secondo i calcoli della Süddeutsche Zeitung, sono oltre 120 i politici provenienti da 50 Paesi. Tra i nomi più importanti c’è il segretario al commercio USA, Ross, un “funzionario semi sconosciuto”, come lo definisce la Süddeutsche Zeitung. Il suo coinvolgimento potrebbe segnare un altro punto di svolta nel caso del Russiagate che sta sconvolgendo l’amministrazione Trump. Ross avrebbe conti offshore e legami finanziari con la società di navigazione Navigator di cui è co-proprietario il genero di Putin e da cui avrebbe ricevuto molti fondi. C’è anche l’amico e tesoriere di Trudeau, il collezionista Stephen Bronfman, uomo d’affari di Montreal miliardario, che è molto legato al premier canadese e che ha contributo alla sua campagna. Trudeau è stato eletto anche grazie al suo “Real Change”, il programma contro l’evasione fiscale che lo ha portato ai vertici della politica canadese. Tra i nomi tedeschi spicca l’ex cancelliere Gerhard Schröder.

    Paradise Papers, la Russia finanzia Facebook e Twitter

    Un altro tassello riguarda le imprese e le multinazionali. I Paradise Papers hanno mostrato come tutti i grandi colossi usino i conti offshore per non pagare le tasse: Nike, Apple, Sixt, Deutsche Post, la catena alberghiera Meininger, Siemens, Allianz, Bayer o Deutsche Bank sono solo alcuni dei nomi comparsi nei file. La notizia più grossa però riguarda Facebook e Twitter i finanziamenti arrivati dalla Russia ai social network. Come riporta il Guardian, con tanto di schema, il magnate russo della tecnologia Yuri Milner avrebbe investito centinaia di milioni di dollari dal Cremlino nei due più noti social network tramite una serie di società offshore e un’azienda fondata e in parte di proprietà di Jared Kushner, il genero del presidente del Trump e consigliere alla Casa Bianca, già sotto accusa per legami poco chiari con Mosca.

    Paradise Papers, Uk nel mirino: dalla Regina alla Premier League

    I Paradise Papers hanno colpito in particolare il Regno Unito. Nonostante siano gli Stati Uniti il paese più rappresentato nei file, la Gran Bretagna deve fare i conti con la presunta evasione della Regina Elisabetta II. Secondo quanto rivelato dai file la Regina è a capo di The Duchy of Lancaster, azienda immobiliare privata che gestisce beni della corona britannica, che avrebbe investito 7,5 milioni di dollari in un fondo delle isole Cayman, il Dover street VI Cayman Fund LP, specializzato nell’acquisto di quote di società farmaceutiche e tecnologiche. Non solo. Il fondo controlla la Brighthouse, immobiliare al centro di aspre polemiche in Inghilterra accusata di sovraccaricare i prezzi ai clienti più poveri e di aver ostacolato le vendite a persone con problemi di salute mentale e disabilità di apprendimento: come ricorda il Guardian, il mese scorso, l’azienda è stata costretta a risarcire 249mila clienti per un totale di 14,8 milioni di sterline. La portavoce della Regina ha confermato al quotidiano inglese che “The Duchy” ha investimenti in corso nelle Cayman, ma che non sapeva che i fondi venissero impegnati nella BrightHouse. Oltre alla Corona, i Paradise Papers hanno toccato un altro mito inglese, il calcio. I documenti hanno svelato come l’oligarca uzbeko-rosso oligarch Alisher Usmanov abbia usato la Appleby per acquistare il 30% dell’Arsenal dal 2007 a oggi. Lo studio ha gestito anche l’acquisto di un’importante quota dell’Everton, per un altro uomo d’affari, Farhad Moshiri, partner commerciale e amico di Usmanov.