Isis e mafia italiana: l’inquietante intreccio tra boss e jihadisti

'L'evoluzione del terrorismo internazionale e le indagini finora svolte sulle attività delittuose dello Stato Islamico e dei suoi affiliati nel nostro Paese confermano l'intreccio fra criminalità organizzata di tipo mafioso e terrorismo internazionale. Più che un intreccio, una totale compenetrazione', si legge nella relazione 2016 della Direzione Nazionale Antimafia.

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    Isis e mafia italiana: l’inquietante intreccio tra boss e jihadisti

    Il binomio Isis – mafie italiane è tutt’altro che un azzardo: l’intreccio tra boss e jihadisti esiste ed è in costante espansione. E’ un aspetto di cui si parla poco, l’attenzione infatti, a livello internazionale è focalizzata quasi esclusivamente sulle azioni terroristiche dell’Isis, ma all’ombra dei tragici fatti che hanno caratterizzato la storia mondiale degli ultimi anni innalzando notevolmente l’asticella della paura tra le popolazioni, si nasconde una fitta rete di connessioni e collaborazioni tra imam estremisti, cellule dormienti e boss delle mafie. I punti di connessione tra le due facce della criminalità sono molteplici e vanno dal narcotraffico, al commercio di sigarette, armi, documenti e persino organi. Questo intreccio perverso è uno dei motivi per i quali, secondo il procuratore Macrì, l’Isis non compie attentati in Italia. A questo proposito, in uno stralcio della relazione 2016 della Direzione Nazionale Antimafia, riportata da Massimiliano Boccolini e Alessio Postiglione, nel loro libro ‘Sahara, deserto di mafie e jihad’, si legge: ‘L’evoluzione del terrorismo internazionale e le indagini finora svolte sulle attività delittuose dello Stato Islamico e dei suoi affiliati (o aspiranti martiri) nel nostro Paese confermano l’intreccio fra criminalità organizzata di tipo mafioso e terrorismo internazionale. Più che un intreccio, una totale compenetrazione’.

    Contrabbando di merci, traffici di armi, droga e sigarette sono i principali business di mafie italiane e jihadisti, e a questi si aggiungono altre attività criminali, utili per aumentare i guadagni, come estorsioni, sequestri di persona, contrabbando di petrolio e da ultimo anche contrabbando di organi, espiantati dai cadaveri dei nemici. A proposito del traffico di armi, secondo un‘indagine condotta dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia le armi dell’Isis, nello specifico fucili d’assalto, missili terra aria e persino elicotteri, passavano dall’Italia, grazie alla complicità dei Casalesi e della mafia del Brenta. Dalle indagini, lo scorso gennaio, sono scattati 4 arresti, tre italiani, di cui due radicalizzati, e un libico, con l’accusa di traffico internazionale di armi e di materiale ‘dual use’, di produzione straniera. Si trattava di Mario di Leva, convertito all’Islam con il nome di Jaafar, e Annamaria Fontana, coniugi che dopo essersi radicalizzati, si sono occupati del traffico illegale con la collaborazione dell’amministratore delegato della Società Italiana Elicotteri, Andrea Pardi, che era già rimasto precedentemente coinvolto in un traffico di armi e reclutamento mercenari in Somalia.

    Il secondo grande business che lega insieme a doppio filo, mafie e Isis, è il narcotraffico: secondo il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti: ‘Jihadisti e camorra fanno affari con la droga, imbarcata verso l’Italia dal porto di Sirte, controllato dal Daesh: tutta la rotta nord-africana della droga è in mano ai jihadisti’, riporta il Messaggero. Tra le sostanze in mano alla mafia e all’Isis ci sarebbe anche la cosiddetta ‘droga del combattente’, capace di eliminare in toto la paura, il dolore, la fatica, la fame, e persino qualsiasi inibizione. E’ da diverso tempo che l’Isis gestisce il traffico e lo spaccio di questa droga, che in realtà contiene un oppiaceo, il tramadolo, commercializzato in tutto il mondo già a partire dagli anni ’80. E’ un farmaco che si utilizza per gestire le sintomatologie dolorose importanti, ma se viene associato ad altri componenti, come anche soltanto a della caffeina, si trasforma in una potentissima anfetamina. Ebbene, proprio in questi giorni, è emerso che la rete di distribuzione della droga del combattente passa anche da un porto tutto italiano, quello di Gioia Tauro. Un importante carico di tramadolo è stato infatti sequestrato nello scalo calabrese, per ordine della sezione antiterrorismo della Dda di Reggio Calabria. Le indagini erano partite per volontà del II Gruppo della Guardia di Finanza di Genova, che lo scorso maggio aveva sequestrato un altro carico di tramadolo nel porto ligure. I 24 milioni di compresse del farmaco, del valore complessivo di 50 milioni di euro, provenivano dall’India ed erano diretti in Libia, dove con buona probabilità sarebbero state poi vendute nei territori controllati da Daesh. Un business dalla duplice valenza per l’Isis, ovvero fonte di guadagno con la distribuzione, ma anche ottima arma per spronare e sorreggere le milizie, che si intreccia con l’enorme traffico ‘variegato’, che attraversa il porto di Gioia Tauro: ‘A Gioia Tauro passa di tutto e in fondo non ci possiamo stupire più di tanto nell’individuare anche traffici di questo genere di sostanze’, ha dichiarato il procuratore aggiunto Gaetano Paci, responsabile per la Dda di Reggio Calabria dell’area tirrenica. In realtà un motivo per rimanere stupiti c’è ed è legato al fatto che per poter usufruire del porto di Gioia Tauro, in teoria (ma anche in pratica), bisogna necessariamente passare dall’approvazione dei clan che controllano lo scalo. Ed ecco quindi emergere con chiarezza uno dei punti di connessione tra Isis e Mafie italiane. ‘Da tempo, abbiamo cognizione di rapporti fra la ‘ndrangheta e organizzazioni del Medio Oriente. Nonostante il porto sia diventato zona meno ‘sicura’ per i clan grazie alla pressione investigativa, abbiamo individuato diversi vettori e famiglie riconducibili alla ‘ndrangheta che sembrano impegnati in traffici di vario genere con organizzazione dell’area mediorientale’, ha aggiunto il magistrato, che ha poi concluso: ‘Al momento si tratta di tasselli che si sta cercando di mettere insieme’. Oltre a quello della droga, c’è poi un altro traffico che segna l’alleanza tra immam e boss ed è quello, meno considerato, del contrabbando delle sigarette, che rimane tuttavia una delle più grandi fonti di reddito delle organizzazioni criminali in generale, siano esse terroristiche o meno.

    Ci sono poi altri fatti di cronaca, che dimostrano quanto i rapporti tra mafie e Isis siano già in fase avanzata: c’è il caso ad esempio di Aziz, un iracheno 46enne affiliato all’Isis, che è stato arrestato nel marzo 2016 a Castel Volturno (Caserta), con due capi d’accusa: negoziazioni con la camorra sul traffico d’armi e fornitura di documenti falsi. In quel di Salerno invece, è stato arrestato un algerino, Djamal Eddine Ouali, che a detta degli inquirenti, sarebbe connesso agli attentati di Parigi e Bruxelles. Ouali sarebbe legato a un’organizzazione criminale impegnata nella produzione di falsi documenti e sfruttamento dell’immigrazione clandestina. Il suo nome è comparso infatti per la prima volta, a seguito delle perquisizioni della polizia belga a Bruxelles, il giorno successivo alle stragi di Parigi, quando vennero ritrovati centinaia di falsi documenti d’identità, fra i quali emersero quelli di tre terroristi appartenenti alla cellula del Bataclan. Ma soprattutto, a segnare una traccia netta del forte legame tra terrorismo internazionale e mafie italiane è il caso di Amri. Il dicembre scorso, dopo l’attentato di Berlino, durante il quale Anis Amri aveva investito decine di innocenti nella capitale tedesca, a bordo di un tir, Amri riesce a fuggire da Berlino, dalla Germania, nonostante la fitta rete di controlli attivati immediatamente dopo la strage, e riesce a giungere in Italia, precisamente a Sesto San Giovanni, dove viene ucciso, nel corso di un ordinario controllo della Polizia. Molto probabilmente la sua destinazione finale sarebbe dovuta essere la Sicilia, ma lui non ci arrivò mai. Amri, anni addietro, era finito in carcere a Palermo, per quattro anni, a causa di atti di vandalismo compiuti in un centro di prima accoglienza, dove era giunto dalla Tunisia come migrante: in quella occasione gli fu rifiutato lo status di richiedente asilo. Per quale ragione Amri era diretto in Italia? E’ un segno inequivocabile dell’esistenza di una rete di supporto ai jihadisti nel nostro Paese? Al momento gli indizi sono molti, qualche certezza, ma di certo il lavoro investigativo da compiere ha ampi margini di approfondimento.