AIDS, carcere e HIV: un progetto di prevenzione contro bufale e stigma

Presentati all'Università di Venezia i risultati di una ricerca nazionale su come viene percepito l'HIV in carcere. Tanti i timori infondati, ma anche alcuni rischi sottovalutati.

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    AIDS, carcere e HIV: un progetto di prevenzione contro bufale e stigma

    SIMPSE, NPS Italia e Università Ca’ Foscari Venezia, grazie ad un contributo non condizionato di ViiV Healthcare e col patrocinio del Ministero di Giustizia e del Ministero della Salute, offre per la prima volta una fotografia della conoscenza sull’HIV nelle carceri italiane. E svela i timori infondati, le false paure e i rischi non riconosciuti e sottovalutati che intralciano l’efficacia della prevenzione, tracciando le linee per prevenire e combattere l’infezione. La ricerca ha preso il via dalla raccolta dei dati sul livello di conoscenza sull’infezione da HIV nelle carceri, per erogare una formazione ad hoc e promuovere la prevenzione anche con l’ausilio dei test.

    Scarsa igiene, punture di zanzare, resistenza da parte del virus ai disinfettanti sono i timori infondati risultati più diffusi tra i detenuti, insieme alla paura della saliva, che viene ancora considerata veicolo del virus da 4 persone su 10, e dell’urina, anch’essa temuta come possibile fonte di contagio da quasi 1 persona su 3. Sottostimati invece i rischi legati ad eventuali risse (considerate innocue dal 60 per cento degli intervistati) e allo scambio di spazzolini e rasoi. Va sottolineato anche un dato preoccupante: la limitata fiducia da parte delle persone nella terapia per l’infezione da HIV. Solo il 68% dei detenuti la assumerebbe se si scoprisse sieropositivo.

    E’ quanto emerge dalla ricerca condotta su un migliaio di persone in 10 carceri italiane nell’ambito di “Free to live well with HIV in Prison”, progetto che, oltre a voler contrastare lo stigma e a migliorare la prevenzione dell’infezione nelle strutture carcerarie, punta a migliorare la qualità di vita delle persone sieropositive e a favorire un mutamento nella gestione dell’infezione e a definire modelli di buone pratiche che possano essere adottati anche in altre strutture. L’originalità del progetto è rappresentata dall’introduzione negli istituti, per la prima volta, dei test HIV rapidi in associazione ad un programma formativo allargato anche a personale sanitario e polizia penitenziaria.

    ViiV Healthcare ha scelto questo progetto tra altri 22 presentati a livello mondiale, riconoscendone la qualità e l’utilità per una popolazione in cui la prevenzione e il trattamento dell’HIV sono particolarmente difficili – afferma Maurizio Amato, Amministratore delegato – “Di fondamentale importanza la valenza dei partner e l’innovatività della metodologia che integra ottime e diversificate competenze. Siamo particolarmente orgogliosi dei risultati raggiunti da questo progetto perfettamente allineato con la strategia di supportare iniziative che fanno realmente la differenza per le persone che vivono con HIV”.

    Il progetto ha previsto per la prima volta l’erogazione di una formazione rivolta non ai soli detenuti ma anche a tutte le figure professionali che operano in carcere evidenziando l’interesse verso questo tema e l’efficacia dell’impiego di ex-detenuti come formatori. L’inclusione dei minori e delle donne nei percorsi educativi. L’effettuazione dei test rapidi per l’HIV che forniscono il risultato in 15 minuti per scoprire l’eventuale sieropositività. Il rafforzamento dell’integrazione nell’assistenza sanitaria sull’HIV all’interno degli Istituti di pena e le infettivologie attive sul territorio per creare un continuo di assistenza tra i periodi di detenzione e di libertà.

    La ricerca mette in luce anche il valore dell’educazione tra pari per fare una corretta informazione sia nei confronti della popolazione carceraria sia della polizia penitenziaria. In questo senso, tra i molti aspetti considerati, l’attenzione si è concentrata sulla disponibilità degli stessi detenuti a diventare “educatori” nei confronti degli altri. Complessivamente il 47,7 per cento la considera una buona idea, dato che tra compagni ci si ascolta più facilmente e ci si capisce di più.

    “Ca’ Foscari ha partecipato al progetto per dare continuità a un’attività di ricerca sull’HIV che ha già prodotto in questi anni dati importanti sulla conoscenza dell’HIV/AIDS e sulla esistenza di pregiudizi tra la popolazione generale, gli adolescenti, gli immigrati e la comunità LGBT – affermano Fabio Perocco e Alessandro Battistella docenti dell’Università Ca’ Foscari Venezia – Oggi i nuovi dati, riferiti a detenuti adulti e minorenni, e su chi lavora in carcere si rivelano utili per definire interventi di formazione e informazione che la ricerca ha dimostrato essere necessari”.

    “Molti soggetti hanno detenzioni di breve durata – precisa Serena Dell’Isola, Coordinatrice Scientifica del progetto – e la possibilità di fornire e somministrare i test, il trattamento farmaceutico e un collegamento ai servizi di assistenza consente di migliorare la salute dell’intera società, riducendo il rischio di trasmissione e i costi legati alle comorbilità collegate a tali infezioni”.

    Soddisfazione viene espressa da Margherita Errico, Presidente NPS Italia che afferma: “Abbiamo raggiunto l’obiettivo di formare quelle aeree del nostro paese di difficile accesso, ovvero detenuti e personale che lavora nelle strutture penitenziarie ottenendo validi dati socio-scientifici che finora in assoluto non avevamo rispetto all’Hiv e allo stigma che vi ruota intorno, arrivando ad un dialogo quasi individuale con tutti gli attori coinvolti. La sfida futura? Continuare ed ampliare il nostro raggio di azione”.

    In collaborazione con AdnKronos