Migranti, le colpe dell’Occidente: cosa vuol dire davvero aiutarli a casa loro?

Il fenomeno dell'immigrazione ci riguarda da vicino e non solo per gli sbarchi: dopo aver affamato Africa e Medio Oriente nel periodo coloniale, noi europei abbiamo continuato a sfruttare i paesi d'origine dei migranti (soprattutto quelli economici che nessuno vuole), unendoci ai colossi asiatici e alle multinazionali

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    Migranti, le colpe dell’Occidente: cosa vuol dire davvero aiutarli a casa loro?

    Migranti e codice Ong sono il tema caldo dell’estate 2017. Mentre la politica nostrana si divide anche all’interno della maggioranza con la frattura tra il ministro dell’interno Marco Minniti – fautore della linea dura – e il ministro dei Trasporti Graziano Delrio – “Meglio salvare vite” -, le istituzioni europee fanno melina e rimettono sulle spalle dei paesi di prima accoglienza (Italia e Grecia) la complessa gestione dei migranti. I partner europei girano la faccia dall’altra parte: inutile lamentarsi del muro del populista di destra Viktor Orban in Ungheria se il tanto decantato europeista Emmanuel Macron ha detto no ai migranti economici in Francia. Da ogni parte ci giriamo (destra e anche una parte di sinistra), ci sentiamo dire che l’unica soluzione è “aiutarli a casa loro“, ma cosa significa? Abbiamo davvero idea di quello che sta succedendo alle porte di casa nostra (l’Europa) o dirlo ci aiuta solo a sentirci meglio? Soprattutto, davvero crediamo che per un problema di complessità enorme bastino soluzioni semplici usa e getta? Cerchiamo di fare un po’ d’ordine.

    Nella nostra analisi non terremo conto del passato coloniale dei Paesi Europei (Italia compresa) che ha devastato il Continente Africano e il Medio Oriente, e questo nonostante l’enorme peso politico che le scelte di allora hanno sull’attuale situazione.

    Il nostro tentativo sarà l’analisi del presente, alla ricerca delle cause reali che spingono migliaia di persone a rischiare la propria vita pur di lasciare il paese d’origine. Individuati i motivi, vedremo se il mantra dell’aiutarli a casa loro è solo uno slogan politico o se invece è fattibile.

    Migranti, i dati degli arrivi

    La prima cosa che ci serve è la fotografia del fenomeno migratorio a oggi. L’ultimo dato ufficiale degli sbarchi in Italia è del ministero dell’Interno, aggiornato al 7 agosto 2017: rispetto allo stesso periodo del 2016, dal 1° gennaio 2017 abbiamo registrato un calo negli sbarchi con un totale di 96.438 persone a fronte delle 99.727 dell’anno prima (dati cruscotto statistico Viminale).

    L’estate 2017 ha visto pochi arrivi rispetto al 2016, anno record con un totale di 181.436 migranti sbarcati in Italia: a luglio dello scorso anno sono arrivate 23.552 persone contro le 11.459 registrate quest’anno.

    Numeri alla mano, parlare di invasione è quanto meno eccessivo, ma il dato che più ci interessa è la nazionalità delle persone arrivate nel nostro Paese. Come da dati ministeriali, è la Nigeria il paese più rappresentato (17%), seguita da Bangladesh e Guinea (9%) e da altre nazionali africane (Costa d’Avorio, Mali, Gambia Senegal, Eritrea, Sudan, Marocco).

    Dati delle nazionalità dei migranti in arrivo

    Per fermare gli arrivi dunque dovremmo investire in questi Paesi. Allora perché parliamo solo di Libia? Perché, specie noi italiani, insistiamo tanto sul paese che fu di Muammar Gheddafi e non sulla Guinea? Soprattutto, stiamo già facendo qualcosa e se sì a chi è utile?

    Aiutiamoli a casa loro: quanto investe l’Occidente

    Il mondo occidentale investe già nei paesi in via di sviluppo e lo fa da anni. Gli ultimi numeri arrivano dall’Ocse (qui il dettaglio) e confermano quanto detto: non solo i Paesi industrializzati già danno aiuti pubblici alle nazioni più povere, ma lo fanno da tempo e con un aumento netto solo nel 2016. Lo scorso anno sono stati donati in Aiuti pubblici allo sviluppo (Aps) 142.6 miliardi di dollari in totale, con un aumento dell’8.9% rispetto al 2015, e una media dello 0,32% del rapporto Aps/Pil per singolo paese donatore.

    Nonostante l’aumento complessivo, gli aiuti bilaterali (da paese a paese) sono diminuiti del 3,9% in termini reali a partire dal 2015 e gli aiuti all’Africa sono scesi dello 0,5%. Il calo, secondo l’Ocse, è dovuto ad almeno due fattori: molti paesi del DAC (Development Assistance Committee o Comitato di Aiuto allo Sviluppo) “sono tornati indietro rispetto agli investimenti verso i paesi più poveri“, ma soprattutto è aumentata la spesa per ospitare i rifugiati all’interno dei paesi donatori, salita del 27,5%. Emblematico il caso dell’Italia che, con Austria, Germania e Grecia, usa il 20% dell’Aps per l’accoglienza interna.

    Il dato che più ci interessa è però un altro e cioè il mancato rispetto dei parametri stabiliti dall’Agenda 2030 dell’Onu, secondo cui il rapporto Aps/Pil per singolo paese donatore dovrebbe essere dello 0,7%: per l’Italia il dato è dello 0,26% (come l’Australia).

    I dati Ocse ci dicono che non stiamo aiutando i migranti a casa loro. Nel 2015 la Nigeria non ha avuto alcun aiuto dall’Italia, così come il Bangladesh e la Guinea, per rimanere nella top tre dei paesi di arrivo: il primo milione di investimento lo troviamo in Costa d’Avorio, qualcosa in più per Etiopia e Senegal. La Libia ha invece avuto due milioni del 2015 che si aggiungono ai 26 totali arrivati dall’UE.

    Migranti fermati dalla Guardia Costiera Libica e riportati a terra / Ansa

    Stiamo dando più soldi al paese da cui i migranti partono per l’ultimo tratto del loro viaggio, cioè la Libia, che ai loro paesi d’origine. Invece di aiutarli a casa loro, paghiamo una nazione allo sfascio perché non li faccia arrivare sulle nostre coste dopo un viaggio di migliaia di chilometri, deserto compreso. Stiamo dando soldi alla Libia a sud – e alla Turchia a est – perché li tengano fuori dai nostri confini, spesso in campi di prigionia che nulla hanno da invidiare ai campi nazisti in quanto a torture e violenza.

    Per farla breve, non solo investiamo meno di quanto dovremmo ma lo facciamo pure male.

    Deprediamo casa loro

    Eppure l‘Italia investe molto in Africa e non solo a livello politico (non a caso il premier Paolo Gentiloni ha voluto incontrare leader africani a margine del G7 di Taormina). Lo fa anche a livello economico con progetti di alta ingegneria e investimenti reali che portano lavoro e benessere, almeno sulla carta.

    La realtà è però molto diversa e il caso dell’Etiopia lo dimostra. Chiuso il periodo coloniale italiano, Addis Abeba ha mantenuto buoni rapporti con Roma e negli ultimi anni è riuscita a mettere a frutto gli investimenti internazionali con un piano di espansione economica che ha portato alla prima ferrovia elettrica (costruita dai cinesi) e a una crescita importante. L’Etiopia, nonostante un regime fortemente autoritario che già solo basterebbe per fuggire, è anche tra i primi firmatari dell’accordo con l’UE per la gestione dei migranti, eppure etiopi continuano ad arrivare sulle nostre coste: perché?

    La risposta si chiama land grabbing. L’espressione indica il fenomeno dell’accaparramento della terra da parte di multinazionali o Stati stranieri che diventano proprietari di enormi lotti di terra coltivabile e che dal 2008, anno in cui è esploso, ha cambiato la geografia del Sud del Mondo.

    Il sistema sulla carta è semplice: investitori stranieri (nazioni o aziende, spesso multinazionali) arrivano in terre spesso povere, come sono molti paesi africani o centro-sud americani, e comprano distese di terreno coltivabile a perdita d’occhio per progetti di monocoltura industriale (soia, mais e palme da olio per lo più).

    Per farlo il governo locale caccia la popolazione residente, rimettendola al lavoro nei campi con salari bassissimi e questo se va bene. Se a comprare è la Cina (con USA e paesi arabi del Golfo tra i maggiori acquirenti del land grabbing), spesso non hanno neanche quello perché il colosso asiatico non usa manodopera locale, preferendo importarla dalla Cina.

    Il fenomeno è talmente devastante che il Global justice now lo ha definito “the new scramble for Africa”, la nuova spartizione dell’Africa. Per di più, partendo spesso da paesi non propri limpidi o da multinazionali (quindi soggetti privati) non si hanno cifre certe: l’Oxfam ha stimato un totale di due milioni di chilometri quadrati in terra sottratta, di cui i due terzi in Africa.

    La diga Gibe III / Ansa

    Cosa centrano l’Italia e l’Etiopia in tutto questo? Tantissimo. Il nostro paese ha investito molto in terra etiope con progetti enormi. Il più importante è firmato dalla Salini Impregilo e sono due dighe sul fiume Omo, nella regione sudoccidentale dell’Etiopia. L’ultima, la diga Gibe III, è stata inaugurata nel luglio del 2015 dall’allora premier Matteo Renzi che l’aveva definita “un orgoglio italiano”: si tratta pur sempre della più grande centrale idroelettrica dell’Africa, una vera opera di alta ingegneria.

    La diga ha però avuto un impatto devastante sulle popolazioni della valle dell’Omo, una zona che ospita 200mila persone appartenenti a tribù ancestrali, come denunciano le associazioni umanitarie. Survival International e Human Rights Watch sono tra le poche ad avere accesso alla regione, come dimostra la vicenda di due giornalisti italiani, Giulia Franchi e Luca Manes, impegnati a raccontare gli investimenti italiani in quella zona e a cui le autorità hanno vietato l’ingresso (dal loro lavoro è nato un reportage molto bello).

    Nel 2011 il governo ha cominciato ad affittare enormi appezzamenti di terra fertile nella regione della bassa valle dell’Omo ad aziende malesi, italiane, indiane e coreane, specializzate nella coltivazione di palma da olio, jatropha, cotone e mais per la produzione di biocarburanti. Per far spazio al grande progetto statale chiamato Kuraz Sugar Project – che attualmente ricopre 150.000 ettari ma potrebbe fagocitare un’area di 245.000 ettari – le autorità hanno iniziato a sfrattare dalle loro terre i Bodi, i Kwegu e i Mursi, trasferendoli in campi di reinsediamento. Anche i Suri, che vivono ad ovest dell’Omo, vengono sfrattati con la forza per far posto a vaste piantagioni commerciali“, scrive Survival International.

    Le popolazioni locali vengono cacciate dalle loro terre, rese ancora più povere e zittite con la forza: la diga del benessere sta distruggendo la vita dei più deboli per far spazio alle colture industriali che poi arrivano sulle nostre tavole ogni giorno, nel ciclo continuo della globalizzazione.

    Il caso della Gibe III è indicativo di come la situazione sia complessa. Il progetto sulla carta è positivo perché porta ricchezza nel Paese, dotandolo di energia e aprendo le porte alla globalizzazione, ma nella realtà ha reso più poveri i più deboli e più ricchi i più forti.

    Le crisi dimenticate

    Dopo un attentato di Boko Haram a Rann, Nigeria, il 20 gennaio 2017 / Ansa

    Poi ci sono le crisi dimenticate. È il caso della Nigeria, il primo paese d’origine dei migranti sbarcati in Italia. Con Yemen, Sud Sudan e Somalia, la Nigeria è uno dei quattro paesi ufficialmente colpiti da carestia, come da classificazione dell’Unhcr. Stephen O’Brien, sottosegretario generale per le questioni umanitarie dell’ONU, in un intervento al Consiglio di sicurezza del marzo scorso, ha chiarito che si tratta della più grave crisi umanitaria dalla fine della Seconda guerra mondiale e che oltre 20 milioni di persone stanno letteralmente morendo di fame nei quattro paesi.

    Solo in Somalia la carestia è dovuta a cause naturali (la siccità, ma anche qui bisognerebbe capire se e quali sono le responsabilità umane nel processo di desertificazione in atto nel mondo): in Yemen, Sud Sudan e Nigeria la causa è l’uomo.

    Prendiamo il caso della Nigeria, che è quello che dovrebbe più interessare l’Italia. Il paese vive da anni nel terrore di Boko Haram, il gruppo terrorista jihadista sunnita (unitosi nel 2015 all’Isis) che continua a seminare morte. L’ultimo dato arriva dal report “With continuing Boko Haram attacks what is the state of the North East?“, redatto dalla SBM Intelligence, società di consulenza strategica: nei primi sei mesi del 2017, Boko Haram ha firmato 43 attacchi nel nordest della Nigeria per un totale di 191 vittime civili e 86 terroristi.

    Nel nord della Nigeria 7 milioni di persone stanno lottando con l’incertezza alimentare e il bisogno di assistenza. La situazione è particolarmente drammatica negli Stati di Borno, Adamawa e Yobo, dove da giugno circa 5,1 milioni di persone sono passate da livello 3 a 5 (il peggiore) nella classificazione ‘Integrated Food Security Phase‘”, scrive l’Unhcr.

    Milioni di nigeriani stanno morendo di fame perché Boko Haram continua a uccidere in maniera indiscriminata, mettendo a ferro e fuoco il paese. Le difficoltà sono enormi anche nelle zone appena liberate. “Riparazioni, acqua, servizi sanitari e di istruzione rimangono inadeguati nelle aree appena liberate. A Banki, le scuole non hanno ancora ripreso nonostante l’area sia stata riconquistata quasi due anni fa“, si legge nell’ultimo report dell’agenzia Onu per i rifugiati, datato 3 agosto 2017. Il WFP (Programma alimentare mondiale) riesce a distribuire il cibo due volte al mese, mentre le possibilità di epidemie nei campi profughi aumentano col passare del tempo.

    Cosa stiamo facendo contro Boko Haram per aiutarli a casa loro? Niente. Nessuna missione militare italiana (come si vede dalla cartina del ministero della Difesa) a sostegno degli eserciti di Nigeria, Camerun e Niger (le nazioni più colpite dalla violenza dei terroristi) che, con Ciad, Benin e l’apporto logistico di ONU e Francia dal 2015 combattono contro Boko Haram. Per di più, le ultime notizie parlano di “uso orribile della tortura” da parte dell’esercito del Camerun, come evidenziato nelrapporto di Amnesty International del 20 luglio 2017.

    In conclusione

    In coda per l’acqua al capo profughi di Bakassi, a Maiduguri, capitale dello stato di Borno (Nigeria) / Ansa

    Di fronte a tutti i numeri e dati, appare chiaro che la formula “aiutiamoli a casa loro” è più usata come slogan che altro. Anche se il nostro Paese volesse davvero investire tutti i fondi necessari e trovasse la formula per progetti utili soprattutto ai più deboli, si troverebbe a gestire situazioni economiche, sociali e politiche di una complessità enorme, impossibile da affrontare senza un piano internazionale e globale.

    È infatti questa la parola chiave: globalizzazione. L’immigrazione è un fenomeno globale perché è il mondo a essere globale, piaccia o meno.

    All’epoca della vittoria di Donald Trump, divenne noto il grafico dell’elefante di Branko Milanovic, economista serbo-americano tra i più grandi studiosi delle diseguaglianze. I numeri non mentono e raccontano che nei primi vent’anni di globalizzazione la ricchezza della borghesia occidentale è passata alla borghesia dei Paesi in via di sviluppo, cioè Cina e India, definiti i “veri vincitori” insieme ai più ricchi del globo.

    Quei paesi si sono “aiutati a casa loro” da soli e sono usciti dalla povertà, diventando il traino dell’economia mondiale. Quando noi occidentali diciamo di voler aiutare i migranti a casa loro, siamo pronti a intravedere cosa significherà per noi? Se e quando questo avverrà, cosa penseremo quando ci troveremo a competere coi nigeriani come ora facciamo coi cinesi? Saremo davvero pronti a geni informatici della Guinea come oggi lo siamo con gli indiani? Siamo pronti a far cadere i nostri schemi mentali per cui solo tutto ciò che è bianco, cristiano (e spesso maschio) è giusto e buono? Prima rispondiamo a queste domande prima troveremo delle risposte.