La ricchezza perduta del Venezuela: cosa succede nel paese a rischio default

L'economia del Venezuela è stata sgretolata dal Socialismo del 'XXI secolo', il sistema politico voluto da Hugo Chávez, presidente eletto per la prima volta alla fine del 1998, e dal suo delfino Maduro che ha seguito la stessa strada del 'caudillo rosso' portando il Paese alla rovina

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    La ricchezza perduta del Venezuela: cosa succede nel paese a rischio default

    Il Venezuela è un paese ricchissimo di risorse naturali ma la maggior parte della popolazione vive in povertà, una povertà che negli ultimi anni ha raggiunto livelli da vera e propria crisi umanitaria e sanitaria. Come è possibile che uno dei principali paesi produttori di petrolio, il sesto, ricco anche di oro e altri minerali, viva da anni una crisi economica disastrosa che ha portato all’esasperazione la popolazione, affamata e da mesi in piazza a protestare nonostante la dura repressione del governo Maduro? Le ingenti riserve petrolifere permettono esportazioni di petrolio che rappresentano oltre il 95% delle entrate del Venezuela. Ci sarebbe abbastanza denaro per permettere ai suoi 30 milioni di abitanti di vivere dignitosamente, invece i venezuelani si ritrovano a mani vuote e pagano il prezzo di una politica cieca e di un altissimo livello di corruzione, mai efficacemente contrastata.

    Nonostante il commercio di petrolio abbia segnato il suo boom già negli anni ’30 del Novecento, gli enormi guadagni derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti di oro nero sono stati usati a beneficio di una parte minoritaria della popolazione. I ricchi sono diventati sempre più ricchi mentre la maggioranza dei venezuelani viveva in condizioni disastrose. Negli anni ’90 era meno della metà la popolazione che poteva avere cibo da mangiare, accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, o una casa dignitosa in cui stare. Nel 1998 Hugo Chávez fu eletto presidente in nome della “rivoluzione bolivariana” che prometteva – tra l’altro – di ridistribuire il denaro ai più bisognosi.

    Il problema è stato che l’ex militare socialista ha cominciato a seguire una politica economica basata essenzialmente sul petrolio, come i suoi predecessori, ma senza differenziare gli investimenti dopo la nazionalizzazione delle operazioni petrolifere nel 2006. E’ vero che con i soldi guadagnati con l’oro nero ha esteso a tutti l’accesso ai servizi sociali essenziali e ha fornito istruzione e assistenza sanitaria gratuita a tutta la popolazione, cosa che non era successa prima e che ha portato non pochi malumori nella classe media e alta, ma chi si è occupato degli ‘affari’ ha dimostrato di non sapere minimamente gestire quel patrimonio, tanto che persino molte aziende agricole nazionalizzate hanno fallito per cattiva gestione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti ogni giorno: le proteste non accennano a placarsi, e in piazza scendono in maniera alternata chavisti e antichavisti.

    E se nel 2006 il Venezuela esportava riso, oggi oltre la metà del fabbisogno di riso è importato. Lo zucchero, che oggi è introvabile e razionato (con una produzione che segna -68%), deve essere importato per l’80%, mentre appena un decennio fa, il Venezuela produceva tutto lo zucchero di cui aveva bisogno. Nel 2013, il Pil è crollato del 23% e nel corso del 2017, sono previsioni del Fmi, scenderà ancora del 4,5%.

    A Hugo Chavez, morto nel 2013, è succeduto Nicolas Maduro, che in teoria averebbe dovuto proseguire quanto iniziato dal leader chavista, e forse lo ha fatto, visto che la curva in discesa del Venezuela non si è arrestata. Con il crollo del prezzo del petrolio la verità è semplicemente venuta a galla. Nelle casse statali non c’erano soldi, la corruzione endemica ha portato sull’orlo del fallimento il Paese che non ha nemmeno saputo investire sulle tecnologie per migliorare l’estrazione del petrolio – su cui fonda la sua economia – quando faceva dollari a palate. Quindi oltre al crollo del prezzo del greggio, passato dai 110 dollari al barile del giugno 2014 a 26 dollari a gennaio 2016, c’è stato anche il crollo della produzione petrolifera venezuelana, affidata a strumenti obsoleti che permettono di estrarre dal suolo solo un quarto delle risorse potenzialmente utilizzabili.

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    Dopo che il governo venezuelano ha sperperato tutti i soldi del petrolio senza costruire un’economia sana ma limitandosi a finanziare programmi di spesa sociale tramite l’assistenzialismo fatto di sussidi diretti alla popolazione più povera, ha iniziato a stampare sempre più moneta, ottenendo come risultato l’iperinflazione con il crollo del valore del bolivares. Per contrastare la speculazione sul prezzo delle merci ha cominciato a imporre dei massimali, ma molti produttori hanno chiuso le aziende perché non facevano abbastanza profitto. Le merci hanno cominciato a essere razionate e introvabili ma presenti sul mercato nero a prezzi altissimi, i supermercati statali sono rimasti vuoti mentre si sono riempite le tasche dei dipendenti pubblici. Oggi oltre l’80% dei venezuelani vive in povertà, il 50% in condizioni di povertà assoluta. È quanto sostenuto da Janeth Marquez, direttrice nazionale di Caritas Venezuela, per descrivere il periodo di carestia vissuto dalla popolazione dello stato sudamericano.

    In definitiva sono diverse le ragioni che hanno portato il ”ricco” Venezuela sull’orlo del default. Oltre a un’economia troppo pianificata e dipendente dalle risorse naturali che ha causato una desertificazione industriale, oltre a un eccessivo ricorso a politiche assistenzialiste, l’altro problema che ha messo in ginocchio il Venezuela è stata la corruzione. Invece che risparmiare preziosi petrol-dollari per affrontare la crisi economica e arginare gli effetti negativi c’è stata la corsa a spendere e intascare tutte le riserve messe da parte, senza pensare al domani. Una democrazia, quella del Venezuela, ancora troppo fragile per non essere aggredita e consumata da un potere politico ed economico ben poco lungimirante.