Asma grave o severa: una nuova terapia per 300.000 italiani che hanno ‘fame d’aria’

Novità sul fronte delle malattie respiratorie: la terapia dell'asma grave o severa si arricchisce di una nuova cura a base di anticorpi monoclonali che riducono le crisi e le complicazioni dovute all'uso di cortisone sistemico

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    Asma grave o severa: una nuova terapia per 300.000 italiani che hanno ‘fame d’aria’

    La terapia dell’asma grave o severa si arricchisce di una nuova cura a base di anticorpi monoclonali. E’ la ‘target therapy’ a cui i pazienti possono rivolgersi per trovare sollievo da quella che comunemente viene definita come ‘fame d’aria’, una patologia che costringe chi ne soffre a continue e incontrollabili crisi respiratorie che – è facile intuire – determinano una pessima qualità della vita. Gli esperti sottolineano però che non tutti i casi di asma grave o severa lo sono fin dal principio, infatti spesso la malattia si manifesta in modo lieve o moderato e viene trascurata dai pazienti, o curata male, sottovalutando le possibili complicazioni che in certi casi possono essere anche fatali.

    Giorgio Walter Canonica, responsabile del Centro di medicina personalizzata asma e allergie dell’ospedale Humanitas di Rozzano ci spiega uno dei meccanismi alla base dell’asma grave o severa: “E’ un’elevata infiammazione dovuta all’aumento di specifici globuli bianchi, gli eosinofili“, aumento causato dalla molecola interleuchina-5. Canonica spiega: “Tantissimi usano troppo la terapia al bisogno e trascurano invece quella di fondo, che è essenziale per un reale controllo della patologia”. Si tratta di persone che “nonostante seguano correttamente le terapie prescritte hanno frequenti riacutizzazioni, vengono spesso ospedalizzate e durante queste periodiche crisi asmatiche sono costrette a ricorrere all’uso di cortisone sistemico“. Per questi pazienti la parola chiave è target therapy, cioè una cura ”su misura”.

    Importante per la riuscita della terapia è la diagnosi precoce e “un’accurata selezione del paziente”, fa notare Canonica. “Possiamo fare un investimento culturale per la professione – aggiunge Claudio Micheletto (direttore dell’Unità operativa complessa di Pneumologia all’ospedale di Legnago in provincia di Verona) – ricordando che l’asma non è tutta uguale e che la sfida per l’allergologia e la pneumologia è la fenotipizzazione dei pazienti, per offrire la giusta terapia.

    “Ma c’è da evidenziare – puntualizza – anche la necessità di un intervento educazionale, da fare tutti insieme coinvolgendo anche i medici di medicina generale. Il mondo asma ha degli aspetti critici: ci sono tanti pazienti che hanno una diagnosi tardiva. Intercettarli nei primi stadi vuol dire evitare che progrediscano verso forme più gravi. E poi va migliorata l’aderenza al trattamento. Il paziente quando sta bene tende ad abbandonare la terapia e va invece reso consapevole del fatto che convive con una malattia cronica. Ancora oggi ci troviamo a leggere sui giornali di morti di asma. Ripenso spesso alle parole pronunciate dal marito di una vittima veneta, una donna poco più che trentenne. Il suo era un appello rivolto ai pazienti come sua moglie: non sottovalutate questa malattia“.

    Contro il noto disturbo infiammatorio cronico delle vie aeree che riguarda circa 300.000 italiani di cui uno su tre sotto i 14 anni c’è dunque una nuova terapia che “migliora la funzionalità respiratoria dei pazienti e la qualità di vita”, aggiunge Micheletto. Gli esperti evidenziano anche “la conseguente riduzione dell’uso di corticosteroidi orali”. Si tratta di un farmaco che non è altro che un anticorpo monoclonale umanizzato, diretto contro l’interleuchina-5, la molecola coinvolta in una serie di casi con asma grave. Mepolizumab è frutto della ricerca Gsk e copre una lacuna che riguardava i pazienti con un’elevata infiammazione eosinofilica. Questo anticorpo agisce “inibendo la trasduzione del segnale di questa interleuchina e bloccando il processo infiammatorio, determinando una riduzione dell’84% degli eosinofili ematici entro 4 settimane dall’inizio del trattamento”, chiarisce Canonica, “e una riduzione di oltre la metà (-53%) delle riacutizzazioni in generale, e del 61% di quelle che determinano un ricovero o visita al pronto soccorso”.

    In collaborazione con AdnKronos