Siria, Donald Trump cambia strategia: attacco USA sulla base aerea siriana delle armi chimiche

Donald Trump ordina l'attacco di 59 missili Tomahawk USA sulla base aerea in Siria da cui sarebbero partite le armi chimiche della strage di Khan Sheikhoun

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    Donald Trump cambia strategia in Siria e lancia un attacco USA sulla base aerea siriana in cui, secondo fonti d’intelligence, sarebbero conservate le armi chimiche usate dal regime di Bashar al-Assad nella strage di Khan Sheikhoun. Il presidente USA ha scelto tra le opzioni presentate dal Pentagono: 59 missili Tomahawk, lanciati da due portaerei al largo del Mediterraneo, segnano la prima azione di guerra della presidenza di Donald Trump e un cambio epocale nella politica estera americana verso la guerra in Siria dopo 8 anni di Barack Obama. L’attacco USA in Siria è avvenuto durante la cena con il presidente cinese Xi Jinping, intorno alle 2.45 ora italiana: i missili USA hanno colpito la base aerea siriana di Shayrat, nella provincia occidentale di Homs, da dove sarebbero decollati i caccia responsabili dell’attacco chimico in Siria a Khan Sheikhun.

    L’attacco USA in Siria è iniziato alle 2,45, ora italiana: 59 missili Tomahawk, partiti da due portaerei americane nel Mediterraneo, avrebbero colpito la base aerea di Shayrat, colpendo in particolare piste, velivoli e zone di rifornimento.

    Siria, Assad e Putin contro Trump

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    La reazione di Assad non si è fatta attendere, così come quella della Russia. Vladimir Putin ha parlato tramite il suo portavoce e ha condannato duramente l’azione di Donald Trump in Siria. L’attacco USA in Siria “viola la legge internazionale. Washington ha compiuto un atto di aggressione contro uno Stato sovrano“, hanno fatto sapere i media russi.

    La Russia per questo ha chiesto di convocare urgentemente il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, lo stesso in cui ha posto il veto sulla condanna per l’attacco chimico in Siria da parte del regime di Assad. Il portavoce del Cremlino ha aggiunto che l’azione militare decisa da Donald Trump ha gravemente danneggiato le relazioni tra Stati Uniti e Russia.

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    Siria, le vittime dell’attacco USA

    Dopo l’attacco USA si cerca di capire se ci sono state vittime in Siria, in un balletto di cifre che varia a seconda delle fonti. Secondo fonti militari siriane ci sarebbero vittime tra militari, mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani, parla di “decine i membri e gli ufficiali delle forze del regime” di Damasco feriti, specificando che sarebbero 4 i morti nell’attacco USA. Il governatore della provincia di Homs, Talal Barazi, ha parlato di 5 morti nell’attacco, aggiungendo che altre 7 persone sono rimaste ferite. L’ultima notizia, ancora da confermare, sulle vittime dell’attacco USA in Siria arriva dall’agenzia di Stato siriana Sana che ha parlato di nove civili, tra cui quattro bambini, uccisi dalle bombe americane. Non è ancora chiaro se tra questi ci siano anche i sei morti annunciati dall’esercito siriano, il che porterebbe a un totale di 15 vittime.

    Al momento non risultano vittime tra i militari russi: il Segretario di Stato USA Rex Tillerson aveva avvisato la Russia dell’attacco, dando il tempo di spostare le truppe. Il Segretario alla Difesa inglese, Michael Fallon, ha dichiarato che anche la premier Theresa May era stata “informata preventivamente” e che non è stato chiesto alla Gran Bretagna di prendere parte all’attacco.

    Siria, Donald Trump colpisce base del raid chimico

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    Il luogo scelto per l’attacco USA in Siria è particolarmente strategico, fa sapere la Ong. La base di Shayat è “considerata la seconda più grande base aerea della Siria, dove si trovano velivoli Sukhoi-22, Sukhoi-24 e Mig-23“: qui sarebbero ospitati un intero battaglione della difesa aerea di Assad, abitazioni di ufficiali e un deposito di carburante. La base sarebbe stata “quasi completamente distrutta” dai missili USA.

    Secondo un ex ufficiale dell’intelligence USA citato dal giornalista della CNN Josh Rogin, il piano scelto da Trump per l’attacco in Siria sarebbe lo stesso piano preparato da Barack Obama nel 2013.

    Siria, Donald Trump parla alla nazione: ‘Attacco per la sicurezza USA’

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    Donald Trump ha parlato alla nazione dopo l’attacco USA contro la Siria di Assad. Lo ha fatto in un breve e importante discorso dalla sua residenza di Mar-a Lago in Florida, dove stava incontrando il presidente cinese Xi Jinping: i missili USA sono la risposta dell’amministrazione Trump alla strage dell’attacco chimico a Khan Sheikhun che il 4 aprile ha causato oltre 80 morti, tra cui 36 bambini, molti morti nei loro letti.

    Il dittatore della Siria, Bashar al-Assad, ha lanciato un terribile attacco con armi chimiche contro civili innocenti, uccidendo uomini, donne e bambini. Per molti di loro è stata una morte lenta e dolorosa. Anche bambini piccoli e bellissimi sono stati crudelmente uccisi in questo barbaro attacco. Nessun bambino dovrebbe mai soffrire come in Siria“, ha dichiarato Donald Trump.

    Ho ordinato un attacco mirato contro la base da cui è partito l’attacco chimico“, ha precisato il presidente USA rivolgendosi agli americani. “È un interesse vitale degli Stati Uniti prevenire e fermare la diffusione e l’uso di armi chimiche mortali. La Siria ha ignorato gli avvertimenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu“, ha specificato, chiarendo del tutto la posizione USA di fronte all’attacco chimico di Khan Sheikun “Non si possono discutere le responsabilità della Siria nell’uso delle armi chimiche“, ha dichiarato, puntando il dito contro il regime di Assad.

    Il suo appello finale va “a tutte le nazioni civilizzate” per chiedere di intervenire al fianco degli Stati Uniti. “Il mondo si unisca agli Usa per mettere fine al flagello del terrorismo“.

    Siria, Donald Trump contro Assad: le reazioni

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    Condanna è stata espressa anche dall’Iran tramite il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Bahram Ghasemi, che ha definito l’attacco USA in Siria voluto da Donald Trump “un’azione unilaterale pericolosa, distruttiva” che “viola i principi del diritto internazionale“.

    Sostegno invece è stato espresso dagli alleati storici degli Stati Uniti, a partire da Israele che ha elogiato Donald Trump, così come l’Arabia Saudita che ha definito “coraggioso” il presidente USA, e sottolineato al contrario che “la comunità internazionale ha fallito nel fermare le azioni del regime“. D’accordo con Donald Trump anche la premier inglese Theresa May che ha parlato di una “risposta appropriata”, ma soprattutto la Turchia di Recep Tayyip Erdogan che già aveva iniziato ad attaccare Assad dopo l’attacco chimico in Siria, e che ora “giudica positivamente” l’attacco USA, definito un “importante sviluppo” dal vicepremier Nurman Kutulm.

    L’attacco USA è stato commentato positivamente anche dalle cancellerie europee, a partire dall’Italia. Il premier Paolo Gentiloni ha parlato da Palazzo Chigi, dopo aver sentito gli altri leader UE (Merkel e Hollande) e ha difeso l’azione di Donald Trump, auspicando però che si tratti solo di un passaggio per accelerare il dialogo diplomatico, soprattutto in vista di un post Assad. “L’azione ordinata questa notte dal presidente Usa Donald Trump è una risposta motivata a un crimine di guerra“, ha dichiarato Gentiloni, sottolineando come “l’Italia è sempre per una soluzione negoziata“.

    Il presidente francese Francois Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno scelto una nota congiunta in cui condannano il regime siriano e confermano che “su Assad pesa l’intera responsabilità” del raid. “La Francia e la Germania proseguiranno gli sforzi con i loro partner nel quadro dell’ONU per sanzionare in modo più appropriato gli atti criminali e l’uso di armi chimiche vietate dai trattati“.

    Pieno sostegno infine è arrivato dal Giappone, anche perché la decisione di Donald Trump arriva nel corso dell’incontro con il presidente cinese a cui era già arrivato l’avvertimento di fare qualcosa contro la Corea del Nord, altrimenti gli USA avrebbero agito da soli. L’attacco USA in Siria sarebbe dunque una sorta di “avviso” a Xi Jinping e soprattutto a Kim Jong-un. Con Donald Trump gli Stati Uniti sono tornati a ragionare come potenza militare: il tempo della diplomazia è finito.