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Donald Trump nel discorso al Congresso ha detto 7 bugie (almeno)

Donald Trump nel discorso al Congresso ha detto 7 bugie (almeno)

Donald Trump nel suo primo discorso davanti al Congresso abbassa i toni e mostra il volto istituzionale da Presidente degli Stati Uniti ma quello che ha detto è vero o falso? Le dichiarazioni e i dati alla prova dei fatti

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    Donald Trump con il suo primo discorso al Congresso si toglie i panni del populista e diventa il Presidente degli Stati Uniti, almeno nei toni. Su una cosa i media americani sono concordi: quello davanti alle Camere riunite, membri della Corte Suprema e del governo è il miglior discorso mai tenuto da Donald Trump che, per la prima volta, è apparso consapevole di cosa significa essere presidente. Il passaggio è cruciale: il tycoon ha abbandonato i toni duri e aspri con cui si è espresso anche nei primi 40 giorni di presidenza e ha dichiarato di puntare all’unità del paese, elencando promesse e azioni che intende intraprendere nei prossimi 4 anni. Pur non essendo tecnicamente un discorso sullo stato dell’Unione, è stato il primo discorso programmatico dell’amministrazione Trump con un elenco di promesse. La scelta di aprire con la netta condanna della profanazione al cimitero ebraico di Philadelphia e il ricordo del Black History Month (febbraio negli USA è dedicato alla celebrazione della storia nera) è indicativa: Donald Trump non è quello che abbiamo conosciuto, è il 45° presidente degli Stati Uniti. “Il mio lavoro non è rappresentare il mondo. Il mio lavoro è rappresentare gli Stati Uniti d’America“, ha dichiarato prima di passare a elencare i temi della sua presidenza. Immigrazione, spese militari, sanità e Obamacare e molto altro: ecco il fact checking di quello che ha detto Donald Trump.

    Dei toni nuovi usati da Donald Trump nel discorso al Congresso, abbiamo già detto; è ora di passare ai contenuti. Il presidente USA ha fatto un lungo elenco di promesse (22 in totale) rivolte a una visione positiva del futuro. “Le industrie che stanno morendo torneranno a ruggire. I veterani avranno le cure di cui hanno disperato bisogno. Ai nostri militari saranno date tutte le risorse che questi valorosi guerrieri meritano. Le infrastrutture fatiscenti verranno sostituite con nuove strade, ponti, gallerie, aeroporti e ferrovie in tutta la nazione. La terribile epidemia di droga rallenterà e, alla fine, cesserà e i nostri centri urbani trascurati vedranno la rinascita della speranza, della sicurezza e di nuove opportunità”, ha dichiarato davanti ai massimi esponenti politici della nazione. Le promesse sono tante: al momento possiamo solo prenderne atto e tenerle sotto osservazione, tirando le somme alla fine della presidenza Trump. Passiamo ora ad analizzare la verità dei dati usati da Donald Trump a supporto delle sue promesse

    Gli Stati Uniti hanno speso circa 6mila miliardi di dollari in Medio Oriente, mentre le nostre infrastrutture si stavano sgretolando. Con quella cifra avremmo potuto ricostruire il nostro paese due volte, forse anche tre, se avessimo avuto persone capaci a negoziare”. Donald Trump lega spese militari e il piano di lavori pubblici sulle infrastrutture ma cita un dato sbagliato. Il rapporto del Congressional Research Service pubblicato a febbraio riporta i dati del Dipartimento della Difesa che stima una spesa di 1,7mila miliardi per le operazioni militari in Iraq, Afghanistan, Siria e Libia dal 2001 al 30 settembre 2016.

    Il dato a cui si riferisce Donald Trump è un altro ed è la stima realizzata dalla professoressa di scienze politiche dell’Università di Boston, Neta Crawford, che conteggia tra i 4,8 miliardi e i 7,9mila miliardi i costi della spesa della guerra al terrorismo, complessivi anche dei costi futuri come le spese mediche e di invalidità dei veterani e del debito pubblico.

    “Proteggere i nostri lavoratori significa anche riformare il sistema di immigrazione legale. L’attuale sistema è obsoleto, deprime i salari dei nostri lavoratori più poveri e aggiunge pressione (fiscale ndr) sui contribuenti. [...] Secondo la National Academy of Sciences, l’attuale sistema di immigrazione costa agli americani molti miliardi di dollari in tasse“.

    Donald Trump fa riferimento al rapporto della National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine pubblicato a settembre e usa i dati in maniera scorretta, elencandone solo una parte. Il report indica infatti che l’impatto del sistema di immigrazione sulla tassazione è “misto”, con un aumento delle spese bilanciata da una maggiore crescita delle entrate fiscali.

    Il rapporto cita come esempio il periodo 2011-2013 che ha visto un costo annuale di 57,4 miliardi per gli immigrati di prima generazione, ma un introito fiscale di 30,5 miliardi di dollari all’anno da parte degli immigrati di seconda generazione e di 223,8 miliardi per le terze generazioni e oltre.

    “Il rapporto ha rivelato molti importanti benefici dell’immigrazione – anche sulla crescita economica, l’innovazione e l’imprenditorialità – con pochi o nessun effetto negativo sui salari complessivi o i livelli di occupazione dei lavoratori nativi a lungo termine”, ha dichiarato Francine D. Blau, professore di economia alla Cornell University tra i redattori del report.

    Come prova della situazione economica negativa, Donald Trump ha parlato di “un’eredità” in cui “94 milioni di americani sono fuori dal mercato del lavoro“. Come rileva il sito Factcheck.org, è vero ma incompleto e non è la prova di un’economia malandata. Il dato arriva dal sondaggio annuale del dipartimento di statistica del ministero del Lavoro, il Current Population Survey, che precisa come di quei 94 milioni, 88,5 milioni hanno dichiarato di non volere un lavoro, e poco meno di mezzo milione ha dichiarato di volerlo ma di non cercarlo perché scoraggiati. Questo perché nei 94 milioni sono compresi anche i 16enni (cioè le persone entrate in età di lavoro) che non lo cercano perché studiano o fanno altro, oltre ai 44,1 milioni di pensionati, 15,4 milioni di disabili, 12,9 milioni di persone che si prendono cura di un familiare e 15,5 milioni di studenti o persone in fase di apprendistato (dati Atlanta Federal Reserve).

    Il vero dato indicativo dello stato di salute dell’economia americana è quello sulla disoccupazione: quando Donald Trump si è insediato nel mese di gennaio, il tasso di disoccupazione tra i 25 e i 54 anni era del 4,1 per cento.

    “Abbiamo difeso i confini di altre nazioni, lasciando i nostri confini aperti in modo che chiunque potesse attraversarli”. Dati alla mano, non è vero. Nel corso degli anni, il bilancio per la polizia di confine è più che raddoppiato, passando da 1,15 miliardi del 2001 a 3,64 miliardi nel bilancio 2016, mentre il numero di agenti è aumentato oltre il 100 per cento, passando da 9.821 agenti nel 2001 a 19.828 nel 2016. Nell’anno appena passato, gli US Border Patrol hanno portato a termine 416mila arresti al confine, in aumento rispetto ai 337.117 del 2015 (dati Dipartimento Sicurezza).

    “L’Affordable Care Act è un vero disastro. L’Obamacare ha portato a un aumento dei costi dei premi assicurativi a doppie o triple cifre”, ha detto Donald Trump al Congresso, citando come esempio gli aumenti del 116 per cento in Arizona. L’attacco alla riforma sanitaria voluta da Barack Obama parte da un dato che è una mezza verità perché gli aumenti delle assicurazioni sanitarie sono dovuti a diversi fattori e non solo all’estensione della copertura sanitaria a milioni di cittadini. Come rileva il sito Politifact.com, i costi sanitari in generale sono aumentati a un tasso inferiore rispetto a prima dell’entrata in vigore della legge sanitaria, anche perché la maggior parte delle persone ha l’assistenza sanitaria attraverso il datore di lavoro, settore che non ha visto aumenti così elevati come invece avvenuto per i sussidi federali, dato che alla fine ha sfalsato la media.

    “In questo momento le aziende americane sono tassate con aliquote tra le più alte al mondo“, ha detto Donald Trump nel promettere un “enorme taglio delle tasse“. Il dato è vero ma incompleto. Gli Stati Uniti sono al terzo posto nel mondo con una tassazione al 39,1 per cento sui profitti delle imprese, superati da Chad e gli Emirati Arabi, ma le aliquote aziendali effettive sono molto più basse visto che possono rivendicare deduzioni ed esclusioni.

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