Perché non siamo più Charlie Hebdo dopo la vignetta su Rigopiano?

Eravamo davvero dalla parte del giornale satirico ai tempi di #JeSuisCharlie?

da , il

    Perché non siamo più Charlie Hebdo dopo la vignetta su Rigopiano?

    Perché non siamo più tutti Charlie Hebdo dopo la vignetta sulla slavina di Rigopiano? Ma la vera questione è un’altra: siamo mai stati davvero dalla parte della rivista satirica francese, o #JeSuisCharlie non era altro che uno slogan ipocrita e di facciata? Partiamo dall’inizio. Quanti di noi conoscevano questo giornale prima del 7 gennaio 2015, quando alcuni terroristi di Al Qaeda hanno fatto irruzione nella sede parigina, ammazzando dodici tra giornalisti e vignettisti?

    Era la vendetta per alcune vignette irriverenti nei confronti di Maometto e della religione islamica. Poche ore dopo l’attentato i social sono stati tempestati dallo slogan #JeSuisCharlie: “Io sono Charlie”. Ma era davvero così?

    L’ipocrisia dello slogan #JeSuisCharlie

    Alla luce della fenomenologia facebookiana e di ciò che è successo dopo, quando nelle grinfie dei cattivissimi disegnatori sono finiti Gesù Cristo e i morti italiani, la risposta è no. Doveroso fare dei distinguo: tantissimi di coloro che hanno postato #JeSuisCharlie lo hanno fatto con coerenza e consapevolezza, difendendo la libertà di satira anche in seguito. Ma la maggioranza no. Sono stati travolti dall’ondata emotiva tipica di Facebook, quella che porta a esprimere in pochi caratteri solidarietà o indignazione, in base all’umore o ai trending topic del momento. Lo stesso bisogno impellente di indignarsi, accusare e commentare, spesso in maniera acritica, qualsiasi cosa accada nel resto del mondo. Così come quelli che si lasciano trascinare dall’indignazione facile, condividendo qualsiasi bufala giri in rete senza verificare la notizia, in molti hanno scritto #JeSuisCharlie senza coglierne davvero il significato. In apparenza, il motto voleva essere un inno alla libertà di satira e di pensiero. In realtà, per molti, era una dichiarazione di guerra ai terroristi islamici che vogliono toglierci tutte le libertà. Tra cui, appunto, quella di sfottere Maometto. Tanto Maometto è la religione di “quelli là”, mica la nostra!

    E invece poi è uscita fuori la vera natura di Charlie Hebdo, e molti di quei #JeSuisCharlie si sono tramutati in offese e indignazione nei confronti di un giornale aggressivo, caustico, irriverente, cattivo, politicamente scorretto, che spesso fa umorismo nero più che satira. Quando le vignette hanno offeso la religione cristiana, ma soprattutto i morti delle tragedie italiane, si è capito quanto quei #JeSuisCharlie fossero solo di facciata. La libertà di satira dovrebbe infatti essere difesa sempre, anche quando ci coinvolge direttamente. Anche se le ultime vignette di Charlie sono state oltraggiose, vergognose e di cattivo gusto. Senza se e senza ma.

    Quella che prende in giro Gesù Cristo, per un credente, è blasfema e offensiva, e non fa assolutamente ridere. Solo che noi ci siamo limitati a incavolarci, mentre i terroristi, dopo aver visto la caricatura ad Allah, hanno direttamente imbracciato i fucili in quanto fanatici assassini.

    A farci davvero arrabbiare, dandoci la conferma che in fondo non siamo mai stati Charlie, sono state però le vignette che hanno oltraggiato il bambino profugo trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, i morti dell’attentato di Bruxelles, ma soprattutto quelli italiani: le vittime del terremoto ad Amatrice prima, e quelle della slavina dell’hotel Rigopiano poi. E abbiamo tutte le ragioni del mondo per essere arrabbiati: sono disegni di cattivissimo gusto e la satira non c’entra niente.

    La vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto

    Forse dei barlumi di spirito satirico c’erano nella vignetta sul terremoto. Ma erano ben nascosti tra le righe, tanto che i disegnatori ci hanno dovuto spiegare che l’intento non era prendere in giro le vittime dei crolli, ma mettere con le spalle al muro il vero colpevole, cioè l’abusivismo edilizio all’italiana: “Non le ha costruite Charlie Hebdo le vostre case, ma la mafia”. In questo caso, pur generalizzando, la rivista ha sollevato un problema reale: l’abusivismo edilizio, appunto. Pur risultando di cattivo gusto, la vignetta non è venuta del tutto meno alla missione della satira, ovvero quella di accusare i potenti (chi fa abuso edilizio) a discapito del popolo che subisce (le vittime rimaste tra le macerie). Perché la satira non è la commedia che deve farci per forza ridere, anzi: spesso più è pungente e ci fa incavolare, più è efficace e ci fa riflettere. Come uno schiaffo in faccia, che ci fa sobbalzare ma anche svegliare.

    La vignetta su Rigopiano

    Diverso il caso della “morte che arriva con gli sci”, l’irrispettosa vignetta pubblicata dopo il disastro di Rigopiano. In questo caso non emerge nessun intento satirico ma solo un sarcasmo irrispettoso e oltraggioso. La vignetta non fa ridere: è fastidiosa e fa male. La libertà di satira resta sacrosanta e non si discute, anche se allo stesso tempo è auspicabile un limite oltre al quale l’irriverenza non dovrebbe spingersi. Ma è altrettanto sacrosanta la libertà di arrabbiarsi e indignarsi se la vignetta risulta offensiva, cattiva e irrispettosa. Se non si tratta di satira ma di disgustoso black humor. Eppure Charlie Hebdo è sempre stato così, solo che finché non prendeva di mira noi italiani ma i “nemici islamici” andava bene. La realtà è semplice: tranne poche eccezioni, nessuno di noi è stato mai veramente Charlie.