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Che cosa sta succedendo in Libia? Le tappe da Gheddafi all’Isis

Che cosa sta succedendo in Libia? Le tappe da Gheddafi all’Isis

Lo Stato attualmente si divide tra tre Governi: ed è caos

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    Che cosa sta succedendo in Libia? Le tappe da Gheddafi all’Isis

    Cos’è successo in Libia? La situazione in Libia è molto caotica. Come sappiamo, resta divisa in due grosse regioni che in mezzo hanno il Golfo della Sirte: la Tripolitania a ovest e la Cirenaica a est. Lo Stato, attualmente, si divide tra tre Governi, uno a Tripoli di natura islamica, l’altro a Tobruk, che viene riconosciuto dalla comunità internazionale, e un altro ancora, ossia il governo di unità nazionale che nessuno degli altri due esecutivi riconosce (ma che è appoggiato dalle Nazioni unite e dalla maggior parte delle potenze mondiali). Le riserve di gas e petrolio sono soprattutto all’interno. Le difficoltà sono aggravate dal fatto che l’Isis è ormai una presenza ingombrante e inquietante nella zona. Ma cosa sta succedendo il Libia in questi giorni? Diamo uno sguardo alla cronaca attuale facendo anche un breve viaggio a ritroso nella storia più recente della Regione. Vediamo come si è trasformata la situazione in Libia negli ultimi anni, con la caduta di Gheddafi e l’avanzata dei miliziani Daesh.

    Una delle principali milizie della capitale libica, la Brigata rivoluzionaria di Tripoli, che sostiene il governo di unità nazionale del premier Fayez al Sarraj, ha dichiarato lo stato di emergenza dopo che il 12 gennaio 2017 gruppi armati vicini all’ex premier di Tripoli, Khalifa al-Ghwell, hanno assaltato sedi dei ministeri della Difesa, dei Martiri e del Lavoro. Mentre il capo del governo al-Serraj si trovava al Cairo, al-Ghwell avrebbe annunciato il golpe rivendicando il controllo dei tre ministeri e sostenendo che la liberazione di Sirte da parte dell’Isis “non sia stata merito di al Serraj” ma suo. Come riportato da Libya Herald: “Il governo di Salvezza nazionale (guidato da al-Ghwell, ndr) è aperto alla cooperazione con tutte le formazioni militari nel determinare l’autorità dello Stato”, avrebbe dichiarato l’ex premier, in un discorso all’interno della sede del ministero della Difesa. Sempre secondo quanto riportato dal quotidiano, non si sarebbe trattato di una vera azione armata, ma di un tentativo di cacciare i funzionari e delegittimare al-Sarraj. Alcuni testimoni da Tripoli avrebbero però sentito colpi di arma da fuoco. E le forze fedeli al governo di unità nazionale avrebbero ripreso il controllo dei dicasteri. Ma come si è arrivati a questo punto? Per capirlo, torniamo indietro di qualche anno.

    Il 17 febbraio del 2011 è scoppiata la rivolta contro Gheddafi, che è stato dittatore in Libia per 42 anni. Alcuni partiti di opposizione hanno organizzato quella che è stata definita la giornata della collera contro il regime. Intervenne anche la comunità internazionale e l’Onu mise in atto dei raid contro le forze del colonnello. Questi raid finirono il 31 ottobre. Il 23 agosto, nel frattempo, i ribelli entrarono a Tripoli. Gheddafi venne catturato e ucciso il 20 ottobre 2011.

    Dopo la caduta e la morte di Gheddafi, la Libia è stata gestita da diversi governi di transizione. Le prime elezioni politiche vennero indette il 7 luglio del 2012 e segnarono la vittoria delle forze liberali. Un risultato che venne confermato anche 2 anni dopo, il 22 luglio 2014. Il governo si insediò a Tobruk. Alcune milizie islamiche, tuttavia, non vollero accettare questi risultati e formarono a Tripoli un nuovo governo.

    La Libia vide una vera e propria avanzata islamista a partire dall’11 settembre 2012, quando i miliziani assaltarono il consolato americano a Bengasi, facendo quattro vittime, fra le quali anche l’ambasciatore. Il 10 ottobre 2013 il primo ministro venne sequestrato da un gruppo di uomini armati e poi rilasciato. I miliziani dell’Isis conquistarono il porto di Derna, nell’est del Paese. Anche Sirte cadde nelle mani dello Stato Islamico. Attualmente le due città libiche sono controllate almeno in parte da milizie considerate vicine allo Stato Islamico; pare dunque che l’ISIS in Libia sia formato soprattutto da libici tornati dalla guerra in Siria.

    Sebbene le elezioni del 25 luglio 2014 siano state vinte da una coalizione di indipendenti laici che riuscì a battere Fratelli musulmani e islamisti salafiti, il vecchio Congresso nazionale generale dominato dagli islamici ed eletto nel 2012, non ha mai riconosciuto i risultati. Anzi, i nuovi parlamentari furono cacciati da Tripoli dalle milizie islamiste di Misurata. A novembre la Corte suprema libica dichiarò ufficialmente nulle le elezioni e di fatto la Camera dei rappresentanti, in esilio nella città orientale a Tobruk, è stata dichiarata “incostituzionale” dai giudici. Il Congresso ha quindi annunciato di assumere le funzioni di nuovo parlamento. Al-Ghwell però non ha accettato tutto questo e ha cominciato a rivendicare la legittimità del suo governo.

    Per quanto riguarda il governo di unità nazionale, al-Ghwell ha più volte ribadito di volere “una Libia unita, ma unita da un dialogo costruttivo, non uno falso che non rispetta i principi della rivoluzione”. “L’unico governo legittimo è il nostro”, ha dichiarato durante un’intervista ad al Jazeera precisando che il nuovo esecutivo “non ci rappresenta. L’unico riconosciuto è il Parlamento di Tobruk e questo per noi è inaccettabile. Non abbiamo combattuto contro il regime di Muammar Gheddafi solo per finire insieme ai suoi uomini al potere”, ha sostenuto ancora al-Ghwell che ha più volte ribadito la sua volontà di sconfiggere lo Stato islamico. “Noi combattiamo terroristi, criminali ed estremisti”, ha sottolineato più volte negando le accuse rivolte al suo ex governo di facilitare il terrorismo.

    Il 14 gennaio 2015 iniziarono a Ginevra, nell’ambito delle Nazioni Unite, i colloqui di pace. La lega araba non mostrò molto interesse per la crisi della Libia e la posizione dell’Italia apparve piuttosto chiara. L’allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, infatti dichiarò che l’Italia era disposta a intervenire soltanto con il “consenso internazionale”, cioè con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che autorizzava l’intervento militare. Dopo la notizia dell’uccisione di due connazionali italiani rapiti mesi prima, il governo Renzi si era detto pronto a inviare incursori Col Moschin.

    Il 30 marzo del 2016 il nuovo premier designato dall’Onu, Fayez al Sarraj entra a Tripoli: il giorno seguente il governo di unità nazionale prende il controllo degli uffici della presidenza del Consiglio e al-Ghwell fugge a Misurata. Il 5 aprile il suo ‘governo di salvezza nazionale’ annuncia lo scioglimento. Da ottobre scorso però continuano a verificarsi scontri a Tripoli tra le forze fedeli ad al-Serraj e quelle di al Ghwell. Al-Ghwell può godere del sostegno di Alba libica, coalizione di milizie di Tripoli e di Misurata, legata ai Fratelli musulmani, che possiede equipaggiamenti militari avanzati, ed è considerata una sorta di ‘braccio armato’ o ‘esercito alternativo’, in mano al potere di Tripoli. La creazione di un governo di unità nazionale proposto dall’Onu e le infiltrazioni da parte dello Stato islamico, hanno causato profonde spaccature all’interno di Alba libica: molte delle milizie legate a Tripoli, principalmente islamiste, si sono fortemente opposte agli sforzi per la creazione di un governo di unità, temendo una perdita di potere. Le milizie di Misurata, al contrario, pur essendo considerate come le più potenti del Paese, hanno seguito l’accordo di pace proposto dall’Onu, concentrando le forze nella lotta contro lo Stato islamico che aveva occupato la città libica di Sirte, roccaforte dell’ex dittatore Muammar Gheddafi a est di Misurata.

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