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Perché così tanti attentati in Turchia?

Perché così tanti attentati in Turchia?

Alla base ci sono dinamiche politiche internazionali e di esercizio del potere

    Perché accadono così tanti attentati in Turchia? Cosa sta succedendo nel Paese guidato dal presidente Recep Tayyip Erdogan? Perché lo Stato Islamico ha deciso di colpire con perseveranza quello che fino a pochissimo tempo fa era considerata come la nazione di confine tra Europa e Medio Oriente più stabile e ”pacificata”? Che ruolo hanno i curdi? I motivi della diffusa violenza in Turchia sono diversi e diverse sono le interpretazioni che si fanno per spiegarla, ma è certo che alla base ci sono dinamiche politiche e di esercizio del potere che vedono diversi attori in gioco. Primi fra tutti il Califfo dello Stato Islamico e il presidente della Turchia, un tempo ”uniti” in comuni interessi, e ora sempre più lontani.

    Il 5 gennaio 2017 un’autobomba è esplosa vicino a un ingresso del tribunale di Smirne. In seguito è partita una sparatoria e la polizia ha ucciso due presunti componenti del commando terrorista.

    La notte del 31 dicembre 2016 un uomo armato di kalashnikov ha fatto una strage nella discoteca Reina uccidendo 39 persone e ferendone altre 69. Sono seguite decine di arresti tra presunti complici e simpatizzanti dell’Isis.

    Il 19 dicembre 2016 Andrei Karlov, ambasciatore russo in Turchia , è stato assassinato ”in diretta” ad Ankara da un giovane poliziotto legato all’estremismo islamico, che avrebbe così vendicato le violenze e la distruzione perpetrate ad Aleppo in Siria da parte dei russi contro i ribelli antigovernativi. I media filo-governativi turchi hanno parlato di presunti legami tra l’attentatore e Fethullah Gülen, il principale nemico politico di Erdoğan, accusato dal governo turco di essere dietro al tentato e fallito colpo di stato del luglio scorso. Ma non ci sono conferme in tal senso. Quello che appare chiaro è che sono anni che la Turchia è in balia del terrorismo.

    Il 26 agosto 2016 un’autobomba venne fatta esplodere contro la polizia a Cizre, il bilancio fu di 9 persone morte e oltre 60 feriti. Ma uno dei più sanguinosi attentati in Turchia fu quello di martedì 28 giugno all’aeroporto di Istanbul, che causò la morte di 42 persone e il ferimento di altre centinaia di innocenti.

    Il 7 giugno scorso, poi, un’autobomba esplose sempre a Istanbul al passaggio di un autobus della polizia nei pressi di un commissariato nel quartiere centrale di Beyazit. I morti furono 12. Il 27 aprile una kamikaze donna provocò 13 feriti a Bursa, vicino alla Grande Moschea e al bazar, dopo che si era fatta esplodere. Il 19 marzo un altro kamikaze si fece esplodere provocando cinque morti e 36 feriti sul viale Istiklal, vicino piazza Taksimin, una delle zone dello shopping di Istanbul.

    L’attentatore fu identificato in un militante turco dell’Isis: Savas Yildiz, di 33 anni, originario di Adana nel sud del Paese. Una settimana prima 39 persone morirono in un attentato a un convoglio militare nel centrale quartiere di Kizilay ad Ankara. Sempre ad Ankara furono 29 i morti in seguito a un’autobomba fatta esplodere il 17 febbraio. E il 12 gennaio un altro kamikaze si fece esplodere a Sultanahmet, vicino alla Moschea Blu e al Topkapi Palace. Morirono 12 turisti tedeschi e 16 rimasero feriti.

    Istanbul, l’antica Costantinopoli, è una città dal valore simbolico elevato e particolare, citata da Maometto, e presa di mira dallo Stato Islamico per colpire al cuore l’ex alleato Erdogan, colpevole agli occhi del Califfo di avere abbandonato la causa islamica, stringendo accordi con gli Stati Uniti (che, ricordiamo, hanno bombardato in questi mesi luoghi nevralgici per l’approvvigionamento di denaro da parte dell’Isis, come pozzi e cisterne di petrolio) e rendendo l’attività dei fondamentalisti un po’ più difficile. L’Isis ha usato a lungo la Turchia per contrabbandare petrolio e per far passare in Siria e in Iraq tutto quello che gli pareva dalle frontiere colabrodo: foreign fighters, armi e soldi, ad esempio. Quando ha capito che Erdogan stava stringendo accordi con gli Stati Uniti e l’esercito turco aveva preso il controllo dei valichi usati dalle reclute per raggiungere la Siria, combattendo fianco a fianco ai curdi che guidano l’offensiva contro Raqqa, hanno deciso di promuovere questa campagna di sangue contro la Turchia, per colpirla e isolarla dal resto del mondo: ecco perché in giugno fu scelto l’aeroporto internazionale di Istanbul, per distruggere il turismo e l’economia del Paese

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    Erdogan, quindi, già dal 2011 aveva appoggiato i gruppi di ribelli che combattevano contro il presidente siriano Assad, per rovesciarne il regime, e molti erano jihadisti dell’Isis. Il suo interesse era anche eliminare i curdi, minoranza che chiede indipendenza e autonomia, e che Erdogan pensava di spazzare via grazie ai seguaci del califfato, ”prendendo due piccioni con una fava”. La decisione di non appoggiare più i jihadisti dello Stato Islamico, di aumentare i controlli al confine, di smantellare reti di reclutamento, unita al fatto di lasciare che gli americani avanzassero facendo arretrare i jihadisti in Siria, in Iraq e in Libia, ha scatenato il malcontento tra i miliziani con la bandiera nera, che hanno deciso di dare un segnale al presidente turco. Soprattutto dopo l’apertura delle relazioni diplomatiche con Israele all’insegna di una maggiore cooperazione politica, diplomatica e economica (vedi il passaggio di gas israeliano verso l’Europa attraverso al Turchia), e le scuse ufficiali a Vladimir Putin a proposito dell’aereo da combattimento russo Su-24 abbattuto da un jet F-16 turco nel novembre 2015. Segnali di un chiaro abbandono della causa del Califfato.

    Stando alle previsioni formulate dagli esperti dell’Institute for the study of war, la campagna del Califfato è destinata a intensificarsi: si punta a reclutare kamikaze tra i rifugiati siriani e spingere gruppi fondamentalisti turchi ad armarsi contro Erdogan, continuando la rappresaglia contro obiettivi civili turchi.

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