Chi sono i Rohingya? Storia di una comunità perseguitata

Chi sono i Rohingya? Storia di una comunità perseguitata

La minoranza del Myanmar è da anni vittima di rastrellamenti e stupri

da in Asia, Mondo, Profughi
    Chi sono i Rohingya? Storia di una comunità perseguitata

    Chi sono i Rohingya? Una comunità di religione musulmana che vive in Birmania e che è da tempo perseguitata. Dal 1970, infatti, il governo birmano ha iniziato a reprimere duramente questa minoranza, causando migliaia di morti e di profughi che sono scappati in altre parti del mondo per sfuggire alle persecuzioni. Amnesty International, in diversi report, ha accusato apertamente le forze di sicurezza del Myanmar di aver commesso crimini contro l’umanità, riportando casi di uccisioni arbitrarie e illegali, stupri di massa e incendi di interi villaggi per ”punire” la minoranza Rohingya.

    Dal 2012 più di 100mila migranti Rohingya hanno sfidato le acque del golfo del Bengala e dell’oceano Indiano, alla ricerca di una vita migliore come rifugiati in Thailandia, Filippine, Malesia, in Indonesia e in altri paesi del sudest asiatico, per scampare dagli attacchi dei soldati buddisti contro la comunità musulmana. Solo nel primo trimestre del 2016, circa 25mila migranti sono fuggiti dal paese asiatico, circa il doppio delle persone registrate nello stesso periodo dell’anno precedente.

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    I rohingya sono un gruppo etnico musulmano che vive principalmente nel nordovest della Birmania, nello stato di Rakhine, uno dei più poveri della regione. Su una popolazione di tre milioni di persone, a maggioranza buddista, i rohingya sono quasi un milione. I circa 140mila rohingya del Rakhine vivono reclusi in campi-ghetto da cui non possono uscire senza il permesso del governo. Per ottenere la cittadinanza, poi, devono dimostrare di aver vissuto in Birmania da almeno 60 anni. Il che è davvero molto difficile.

    I Rohingya si riferiscono a loro come discendenti di antichi mercanti arabi, mentre il governo birmano li considera immigrati bengalesi che vivono illegalmente all’interno del paese. Infatti, il governo birmano ha deciso di non includere questa minoranza nella lista dei 135 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti nel paese, dunque a loro è negata la cittadinanza. Dettaglio che li rende – in pratica – apolidi. Conseguentemente per loro sono limitati i diritti allo studio, al lavoro, alla libertà di praticare la propria religione e di accedere ai servizi sanitari di base.

    Circa 150mila Rohingya vivono in Malesia, dove sono considerati migranti illegali, ma in genere, chi può, prova a raggiungere il Bangladesh, le cui autorità, negli ultimi anni, hanno aumentato i controlli e i respingimenti di profughi.

    Si stima che siano 200mila a vivere nei campi profughi, ma i rimpatri sono sempre più frequenti. Anche in Indonesia i profughi Rohingya non sono i benvenuti e le imbarcazioni di migranti vengono spesso intercettate e respinte. Complessivamente, i Rohingya non trovano alcuna protezione da parte dei governi locali perché nessun Paese in cui arrivano è firmatario della convenzione sui rifugiati delle Nazioni Unite.

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    Come accennato in precedenza, nel 1970 250mila Rohingya furono costretti ad abbandonare le proprie case dall’esercito birmano, e provarono a trovare rifugio in Bangladesh. Tra il 1991 e il 1992 ci fu una seconda ondata migratoria ma a metà degli anni Novanta la Birmania organizzò un rimpatrio forzato nello stato di Rakhine sotto l’assistenza dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).

    La repressione contro i Rohingya si è intensificata nel 2011, dopo le riforme introdotte dal presidente birmano Thein Sein. Un anno dopo, in seguito allo stupro di gruppo ai danni di una donna buddista, violente rappresaglie furono organizzate contro i Rohingya nello stato di Rakhine, causando la morte di oltre 200 persone e la fuga di più di 140mila profughi. Nell’aprile del 2013 Human Rights Watch ha denunciato che il governo birmano stava conducendo una campagna di pulizia etnica contro i Rohingya, ma l’accusa è stata prontamente respinta dall’allora presidente Thein Sein come “campagna diffamatoria”.

    Quando gli appartenenti alla comunità perseguitata riescono a raggiungere paesi più ricchi non sempre questo si traduce in un miglioramento delle condizioni di vita, anzi, il più delle volte si assiste a violazioni dei diritti umani, che vedono i Rohingya discriminati o addirittura ridotti in schiavitù da parte dei datori di lavoro. Nel maggio 2015 sono state scoperte decine di fosse comuni in Thailandia e in Malesia, con i resti di centinaia di Rohingya, morti dopo essere stati picchiati o abbandonati in mare dai trafficanti di esseri umani.

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    In seguito a un violento rastrellamento, il 2 gennaio il governo birmano ha aperto un’inchiesta dopo la pubblicazione di un video che mostra agenti delle forze dell’ordine mentre picchiano alcuni Rohingya. Quattro poliziotti sono stati arrestati. Le autorità hanno sempre affermato di rispettare lo stato di diritto, per questo sono scoppiate le polemiche anche sulla responsabile di fatto del governo, Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991.

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