Matrimonio riparatore in Tunisia: stuprata a 13 anni e costretta alle nozze, la sentenza shock

Matrimonio riparatore in Tunisia: stuprata a 13 anni e costretta alle nozze, la sentenza shock

Immediate le proteste per le strade del paese, sospesa l'autorizzazione al matrimonio

da in Mondo, News Mondo, Tunisia
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    Matrimonio riparatore in Tunisia: stuprata a 13 anni e costretta alle nozze, la sentenza shock

    Stuprata a soli 13 anni e costretta alle nozze riparatrici con il suo violentatore per evitare lo scandalo. Il tribunale di El Kef, città del nord della Tunisia, ha dato il via libera al matrimonio tra una ragazzina 13enne e il suo stupratore, un cugino di 20 anni, applicando l’art. 227 bis del codice penale tunisino secondo il quale “il matrimonio dell’autore della violenza sessuale con la vittima dello stesso annulla il reato o gli effetti della condanna”, come ha ricordato lo stesso ministro della giustizia, Ghazi Jribi, alla radio locale Mosaique Fm. La notizia ha scatenato forti proteste delle donne tunisine che sono scese in piazza per dire no a una legge che punisce due volte la vittima della violenza sessuale, costringendola al matrimonio con chi l’ha violata. La mobilitazione di piazza è servita a sospendere la sentenza e ha costretto politici e magistrati a fermarsi di fronte alle richieste, sempre più pressanti, di una legge contro la violenza e i maltrattamenti sulle donne e per la parità di genere.

    Dal punto di vista legale, il tribunale ha agito nel rispetto della legislazione attuale, ripetono i rappresentanti dell’autorità. Il punto è che la ragazzina non solo è stata violentata ma è rimasta anche incinta: a quel punto, le famiglie si sono rivolte ai giudici per chiedere le nozze riparatrici ed evitare così lo scandalo.

    La giovane ha 13 anni e 11 mesi e non si può dire che tecnicamente sia stata violentata“, ha dichiarato ai media il portavoce del tribunale, Chokri Mejri. “Abbiamo ritenuto che a quell’età, considerata la sua maturità, la ragazza sia adatta al matrimonio. La prova sta nel fatto che sia rimasta incinta. L’uomo è suo cugino e le due famiglie hanno chiesto le nozze per evitare uno scandalo. Abbiamo emesso la sentenza il primo dicembre e stipulato il contratto matrimoniale il 5. Tutte le parti erano consenzienti”.

    Al momento la sentenza è stata sospesa e il caso potrebbe portare a un cambiamento epocale nella società tunisina dove ancora vige il concetto delle nozze riparatrici. “L’ergastolo non il matrimonio”, recitano gli striscioni e gli slogan scanditi per le strade di Tunisi dai cortei di giovani e non scesi in piazza contro la sentenza.

    La vicenda ha dell’incredibile e sono stati in molti a gridare allo scandalo, ma i matrimoni riparatori sono una realtà che riguarda molti paesi del mondo e che per molti anni ha riguardato anche il nostro paese.

    Il matrimonio riparatore è un matrimonio che viene contratto per “riparare” a un danno e che legittima davanti alla legge una situazione ritenuta socialmente indecorosa, come la nascita di un figlio fuori dal matrimonio o una fuga d’amore. L’istituzione unisce credo religioso, tabù e concetti sociali con l’impianto legislativo di ogni paese ed è comune nei paesi a maggioranza cristiana (la chiesa cattolica lo ha sempre sostenuto) come in quelli a maggioranza musulmana. In pratica, chi si macchia di un reato d’onore può rimediare e cancellare il reato contraendo le nozze con la vittima, in modo da ridarle l’onore di fronte alla società. Alla base quindi c’è il concetto di “onore” per cui anche lo stupro viene derubricato a un atto che lede l’onorabilità di una donna e della sua famiglia e non una violenza vera e propria.

    In Italia il matrimonio riparatore era previsto all’articolo 544 del codice penale che recitava: “Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.

    Nel nostro paese era una pratica accettata e diffusa, ma qualcosa cambiò dopo la vicenda di Franca Viola, la prima italiana a ribellarsi alle nozze d’onore e a far condannare il suo stupratore.

    Siamo in Sicilia, al Alcamo, nel 1965: la giovane 17enne, considerata una delle più belle del paese, rompe il fidanzamento con Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi, dopo il suo arresto per furto. A sostenerla ci sono i genitori, agricoltori coraggiosi che non si piegano neanche davanti alle intimidazioni e alle violenze. Franca si è già innamorata e promessa a Giuseppe Ruissi, un suo coetaneo e amico di famiglia, ma Melodia non può accettare un no. Il 26 dicembre 1965 Melodia la rapisce e la segrega per otto giorni in un casolare dove la violenta più volte, convinto che in quel modo l’avrebbe sposato in un classico matrimonio riparatore. Franca però non cede e, d’accordo con la famiglia, lo porta in tribunale con l’accusa di sequestro e violenza, facendolo condannare a 11 anni di carcere. La sua vittoria è completa quando il suo Giuseppe le chiede di sposarlo. A lui non importa che sia stata “violata” e che la gente del paese la additi come la “svergognata”: i due si sposano con tanto di abito bianco.

    La sua vicenda mette il paese davanti alle sue responsabilità, ma le cose cambieranno solo molti anni dopo. Il 5 settembre 1981 con la legge n. 442 viene abrogata la rilevanza penale della “causa d’onore”, cancellando il matrimonio riparatore e il delitto d’onore.

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