Aleppo, le donne che preferiscono suicidarsi per non essere stuprate

Le giovani donne si tolgono la vita per non finire nelle mani delle truppe di Assad

da , il

    Aleppo, le donne che preferiscono suicidarsi per non essere stuprate

    Tra gli orrori che la popolazione di Aleppo est sta vivendo se ne aggiunge uno ancora più subdolo, che rischia di passare sotto silenzio: il suicidio delle donne per non finire nelle mani dei militari ed essere stuprate. I civili che vivono nella parte orientale della città, controllata fino a qualche giorno fa dai ribelli contro il regime di Bashar al-Assad, sono costretti a subire ogni tipo di violenza e gli unici canali a loro disposizione sono i social network su cui si sono moltiplicati gli appelli di attivisti, giornalisti, semplici cittadini stretti nella morsa della guerra. La tregua non ci sarà, dicono i superstiti dei bombardamenti. Le truppe di Assad entreranno nelle zone dei ribelli e stupreranno le donne, come sempre succede in ogni guerra.

    Secondo fonti locali, sarebbero già 20 le donne che si sono tolte la vita per non essere stuprate. Da giorni sui social si sono moltiplicati gli appelli a non lasciare sola Aleppo, ma le voci che ha raccolto Muhammad Al-Yaquobi, leader religioso siriano che vive in Inghilterra e oppositore di Assad e del terrorismo di Abu Bakr al-Baghdadi, sono terribili.

    A lui si sono rivolti padri, mariti e fratelli per un quesito straziante. “Abbiamo ricevuto da Aleppo le domande di chi si chiede se un uomo può uccidere la moglie o le sorelle prima che vengano stuprate dalle forze di Assad di fronte a loro”.

    La domanda è stata girata da attivisti anche sugli altri social: per l’Islam, come per tutte le religioni, il suicidio è peccato. Di fronte all’orrore però per molti diventa una vita di salvezza. Lo racconta anche una giovane donna che ha lasciato una lettera prima di compiere il gesto estremo, pubblicata su Facebook da Abdullateef Khaled, attivista e fondatore dell’associazione di volontari OneSolidUmmah, dedita ai bambini in Siria.

    Sono una donna di Aleppo e presto sarà stuprata. Non ci sono più armi o uomini che possano mettersi tra noi e gli animali che vogliono essere chiamati ‘l’esercito della nazione’. Non voglio niente da voi… non voglio sentire le vostre suppliche. Io sono ancora in grado di parlare”, scrive la giovane.

    “Sto per suicidarmi e non mi interessa se mi dite che andrò all’inferno”. E ancora. “Sto per suicidarmi non senza motivo ma perché non voglio che più membri delle truppe del regime di Assad mi violentino mentre fino a ieri avevano anche solo paura di pronunciare la parola ‘Aleppo’“.

    Lo stupro di massa come arma di guerra è una pratica di cui l’Occidente (e il mondo) è pienamente consapevole ma che da sempre fa finta che non esista. È accaduto durante le due Guerre Mondiali, mantenendo il silenzio sulla violenza di cui si sono resi responsabili vinti e vincitori. Abbiamo sepolto l’orrore delle guerre nell’ex Jugoslavia, le violenze sessuali di cui le donne sono state vittime in Serbia e non solo. Abbiamo girato la faccia davanti agli stupri nei conflitti che hanno insanguinato l’Africa, in Chad, in Ruanda, nella Repubblica Centroafricana. Lo stiamo facendo anche in Siria: abbiamo lasciate sole le donne yazide, schiave sessuali dell’Isis, e ora abbiamo abbandonato anche le donne di Aleppo est.