Chi è Donald Trump, il tycoon repubblicano diventato Presidente degli Stati Uniti

Chi è Donald Trump, il tycoon repubblicano diventato Presidente degli Stati Uniti

La biografia del miliardario politicamente scorretto che entrerà alla Casa Bianca

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    Chi è Donald Trump, il tycoon repubblicano diventato Presidente degli Stati Uniti

    In molti pensavano che sarebbe stato un fuoco di paglia, invece Donald Trump ha vinto le Presidenziali USA 2016 ed è diventato il 45esimo Presidente degli Stati Uniti, battendo la candidata democratica Hillary Clinton al termine di una campagna elettorale definita da più parti la peggiore della storia americana. Nonostante gli attacchi sessisti, gli insulti ai disabili, agli immigrati, alle donne, ai musulmani, e le dichiarazioni choc contro la sua avversaria (“Se diventerò presidente la manderò in galera”, disse in un dibattito tv), l’outsider della politica, il costruttore che non ha mai avuto un incarico istituzionale è diventato l’uomo più potente del mondo. Avevamo già visto la sua scalata nelle primarie, ora abbiamo assistito alla zampata definitiva, ma chi è davvero Donald Trump?

    Dopo un attore, gli Stati Uniti avranno il costruttore-imprenditore più famoso al mondo (405esimo nella classifica di Forbes 2015 con un patrimonio stimato in 4 miliardi di dollari) alla Casa Bianca. Donald Trump ci sa fare con i media, sa come attirare l’attenzione e quanto conta l’immagine di “maschio americano bianco, ricco e potente”, per conquistare il potere politico. Al primo dibattito delle primarie del Grand Old Party tenutosi il 6 agosto in Ohio, ha avuto tutti i riflettori puntati e ha dominato la scena. “Io corro per vincere. Se sarò il candidato, mi impegno a non correre come indipendente”, ha dichiarato senza mezzi termini, lasciando intendere che, se non sarebbe stato lui l’uomo dei repubblicani, piuttosto avrebbe corso da solo. Una frase che dice molto su chi sia Donald Trump.

    Imprenditore e costruttore, Donald John Trump nasce e cresce a New York da una famiglia di origini tedesche. È la Grande Mela la base della sua fortuna; lì a iniziato a muovere i primi passi nell’azienda di famiglia (il padre Fred era costruttore e proprietario di immobili in affitto a Brooklyn, Queens e Staten Island), ma ha capito che per avere successo doveva osare di più, puntare in alto senza farsi scrupoli, sfruttando le potenzialità della città. “The Donald” incarna ancora oggi lo spirito rampante degli anni Ottanta, quando ha costruito la sua fortuna: la chioma bionda vaporosa in stile Miami Vice, i completi con l’immancabile camicia bianca, il senso di onnipotenza dato dai soldi. Tutto è rimasto come allora nel carattere del miliardario che incarna alla perfezione l’ideale americano dell’uomo di successo. ”

    Archetipo del businessman, un creatore di affari senza pari“, così si definisce sul profilo della Trump Organizzation. La sua carriera imprenditoriale non mente: dall’impresa di famiglia è riuscito a creare un impero conosciuto in tutto il mondo come il simbolo dell’opulenza e della ricchezza. Poi il salto in politica o, per dirla all’italiana, la “discesa in campo”. Tante sono infatti le affinità tra Trump e Silvio Berlusconi e negli USA molti analisti hanno iniziato a fare paragoni. Entrambi ricchi imprenditori di successo, entrambi uomini mediatici, entrambi molto amati dalla classe media e snobbati dall’élite culturale: le somiglianze sono molte. Come l’ex Cavaliere, Trump sa fare leva sull’elettorato medio che compone la maggior parte degli Stati Uniti, la middle class che punta alla villetta, al SUV, alle vacanze sulla neve, alle migliori scuole e alla notorietà, fosse anche per un rapido passaggio in un reality show. Lo fa bene perché è lui stesso il prodotto della cultura americana anni Ottanta, come Berlusconi; è l’esempio vivente di come far soldi senza guardare in faccia a nessuno e di come sfruttare la ricchezza per diventare famoso e amato. In più, Trump parla il linguaggio della gente, senza paroloni o metafore. “Non ho tempo per il politically correct“, ha dichiarato in una delle prime uscite da candidato repubblicano. Parole che sono miele per l’americano medio, così come lo era il “milione di posti di lavoro” di berlusconiana memoria.

    Trump ha capito fin da subito che il potere economico conta poco senza quello mediatico.

    Cresciuto in un ambiente agiato ma rigoroso, viene mandato a studiare alla New York Military Academy, si laurea in Economia alla Wharton School della University of Pennsylvania, uno dei prestigiosi istituti per studi finanziari e unisce fin da subito la disciplina militare con le competenze economiche.

    Il successo arriva con operazioni spregiudicate, portando al successo l’attività di famiglia basata sugli affitti e passando poi a comprare terreni e quote di società sull’orlo del fallimento in una New York assediata dalla criminalità e da enormi problemi: da subito punta a lasciare il segno nella città che lo ha cresciuto e allevato. Il simbolo di quel periodo è la Trump Tower, grattacielo da 68 piani che ancora oggi svetta sulla Quinta Strada con il nome Trump ben stampato in cielo.

    Sul finire degli anni Ottanta, segue il flusso dei soldi e approda ad Atlantic City: rileva il Taj Mahal Casino nel 1988, lo inaugura nel 1990 con un grandioso concerto di Michael Jackson, diversifica i suoi investimenti e inizia a costruire l’immagine di uomo potente che piace alla gente perché non teme di mostrare il suo successo. Sa cosa piace all’americano medio: fa piccole comparse in film di grande successo (nel 1992 compare in Mamma ho perso l’aereo per capirci), mentre costruisce e rileva grandi alberghi di lusso, gettando le basi di un impero fatto di hotel e residence da sogno. La crisi degli anni Novanta lo investe, ma a differenza dei “colleghi”, è troppo noto ed esposto e gli investitori lo salvano, permettendogli non solo di rimanere a galla ma di espandersi.


    Trump con l’attuale moglie, Melania Knauss, e la figlia Ivanka

    La sua vita privata diventa un palcoscenico. L’unione con la prima moglie Ivana, bellezza bionda dalla Cecoslovacchia, i primi figli, divorzi milionari finiti sulle pagine dei giornali, altri matrimoni con l’attrice e star tv Marla Maples e quello con Melania Knauss, modella slovena e sua attuale compagna: tutto contribuisce a creare l’immagine di un uomo potente, attorniato da donne bellissime, ma legato all’idea tradizionale della famiglia (ha 10 figli avuti dalle tre mogli).

    Negli 2004 sbarca in tv con un programma tutto suo, The Apprentice (portato in Italia da Flavio Briatore), un reality show per giovani rampanti con in palio un lavoro al suo fianco: lui, seduto al centro di un’enorme scrivania in mogano nel suo ufficio della Trump Tower, unico a dare insindacabili giudizi e a sottoporre a prove sempre più difficili i concorrenti. Ancora una volta, ecco l’immagine del perfetto uomo di potere.

    Hotel e casinò in tutto il mondo, tv, media, tornei di golf, una compagnia aerea privata: Trump ha tutto, ma gli manca il vero potere, quello politico. Così, fin dai primi anni Duemila, il suo nome inizia a girare come possibile candidato repubblicano e, nel 2008, esce allo scoperto dando il suo appoggio a John McCain. Con la vittoria di Barack Obama, l’argine è rotto. È uno dei più influenti birthers, coloro cioè che chiesero il certificato di nascita al primo presidente afroamericano perché dimostrasse di essere davvero americano. Non perde mai l’occasione di attaccare l’inquilino della Casa Bianca, dall’Obamacare (la legge per l’assistenza sanitaria estesa) alla politica estera e l’immigrazione, nel 2012 pensa di candidarsi, ma poi rinuncia (un sondaggio all’epoca rivelò che il 70% degli americani lo riteneva “inadeguato”): nel 2015 la decisione definitiva, con annuncio ufficiale dalla sua Trump Tower.


    Trump tra Jeb Bush e Scott Walker al dibattito

    Se vinco io, i profughi siriani torneranno in Siria“; “Bisogna costruire un muro tra Messico e USA”; “I messicani sono stupratori”; “Non ho tempo per il politicamente corretto, bisogna far tornare grande l’America”; “L’Isis si può distrugger subito, con un metodo sicuro”; “La Cina comunista è il nostro nemico, ci sta uccidendo commercialmente”; “Il nostro Paese ha bisogno di un vero leader, di un leader forte: Barack Obama non è un leader, è un cheerleader”. Sono alcune delle dichiarazioni di fuoco con cui Trump è sceso ufficialmente in campo per la corsa alle presidenziali USA 2016. I sondaggi lo hanno dato subito in crescita tra gli elettori della base repubblicana, mentre i vertici del partito temono la sua presenza ingombrante. Lui non se ne cura, è sceso nell’agone politico per vincere ed è andato fino in fondo.


    (I figli di Donald Trump)

    1995

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