Dieci cose da sapere sul Dalai Lama

Dieci cose da sapere sul Dalai Lama

Cosa ha fatto per il popolo tibetano? Perché la Cina lo teme?

da in Mondo
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    Dieci cose da sapere sul Dalai Lama

    Quali sono le dieci cose da sapere sul Dalai Lama e sulla sua lotta per il popolo tibetano? Guida spirituale e maestro buddista, il Dalai Lama ha ricevuto la cittadinanza onoraria milanese. Tra le proteste della comunità cinese: la Cina infatti osteggia il Dalai Lama da decenni, da quando è cominciata la sua battaglia (non violenta) per la libertà del popolo tibetano. Il governo cinese, oltre ad aver invaso la regione, ha cercato di distruggerne l’identità culturale e buddista. Ecco le cose da sapere sul Dalai Lama.

    Dalai Lama non è ovviamente il vero nome del leader tibetano, all’anagrafe Lhamo Dhondrub. Nato in un piccolo villaggio nel nord-est del Tibet, a soli due anni ha ricevuto l’investitura come Dalai Lama. Il nome è stato cambiato così in Jetsun Jamphel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso (“sacro signore, gloria gentile, compassionevole difensore della fede, oceano di saggezza”), abbreviato in Tenzin Gyatso.

    Dalai Lama è un titolo tratto dalla combinazione della parola mongola “Dalai” (oceano) con quella tibetana “Lama” (maestro spirituale). Dalai Lama è quindi un maestro spirituale, un oceano di saggezza.

    Assunse i pieni poteri di leader politico e spirituale della nazione tibetana nel 1950, a soli 16 anni. Lui stesso raccontò le emozioni di quel momento: “Quando, quel 17 novembre 1950, i membri del governo tibetano vennero a chiedermi di assumere subito la carica di capo dello stato fui preso dal panico. Avevo solo sedici anni, nessuna esperienza politica e per di più i miei studi non erano ancora terminati. All’inizio tentai di rifiutare ma poi mi convinsi che non c’erano alternative, non potevo evitare le mie responsabilità”.

    I rapporti con la Cina precipitarono nel 1959, dieci anni dopo l’invasione del Tibet. Nel 1949 Mao Zedong aveva proclamato a Pechino la fondazione della Repubblica Popolare della Cina. La rivolta dei tibetani per l’indipendenza provocò una feroce reazione delle truppe cinesi: 65mila tibetani vennero uccisi e 70mila deportati. Il Dalai Lama fuggì in India insieme al governo, a una élite feudale e alcuni monaci. Iniziò così l’esilio.

    La guida spirituale del popolo tibetano dal 1960 vive a Dharamsala, nella regione dell’Uttar Pradesh, il villaggio sede del governo in esilio arroccato sulle montagne himalayane. Da qui ha portato avanti la battaglia per la pace e per il suo popolo, appellandosi ai leader mondiali, conquistando migliaia di sostenitori in tutto il globo e diventando una guida spirituale del Buddismo.

    Vinse il Nobel per la pace il 10 dicembre del 1989 per la resistenza non violenta alla Cina. Alla cerimonia di consegna dichiarò: “Mi considero solo un semplice monaco buddhista.

    Niente di più, niente di meno. Quello che è importante non sono io, ma il popolo tibetano. Questo premio rappresenta un incoraggiamento per i sei milioni di abitanti del Tibet che da oltre 40 anni stanno vivendo il più doloroso periodo della propria storia”.

    Nel 2011 il Dalai Lama ha annunciato le dimissioni da capo politico-temporale del governo tibetano in esilio: “Dagli anni Sessanta ho ripetuto più volte che i tibetani hanno bisogno di un leader eletto liberamente dal popolo, a cui io possa passare il potere. Ora è giunto il momento di dare attuazione a questo processo”. La sua battaglia spirituale non è mai finita.

    Il governo cinese osteggia da sempre il Dalai Lama perché ha coltivato nella comunità tibetana ambizioni di libertà e indipendenza. Lo ricopre di insulti come “lupo in vestiti da monaco” o “blasfemo non reincarnato”, lo ritiene un pericolo per la Repubblica Popolare. Laico e ateo, il regime spera che con la sua morte la questione tibetana possa finire una volta per tutte e che possa placarsi la sete di libertà dei tibetani. Anche perché essi difficilmente potranno contare su una figura altrettanto carismatica. Inutili i tentativi di mediazione e di pace da parte dello stesso leader spirituale.

    A marzo del 2008 ci fu una rivolta dei monaci tibetani di Lhasa, nel Tibet, contro la Cina. La rivolta su repressa nel sangue dai soldati cinesi che accerchiarono i monasteri e uccisero centinaia di monaci ribelli.

    Dopo aver ricevuto la cittadinanza onoraria di Milano, il Dalai Lama ha spiegato di non volere l’indipendenza politica dalla Cina, ma solo la preservazione dell’identità tibetana: “Non è vero che io sto cercando l’indipendenza del Tibet, né voglio separarlo dalla Cina. Nel passato erano due regioni divise e diverse, ma oggi vedo bene che ci sia un’unica entità. I tibetani potranno avere grandi vantaggi anche economici dall’unione con la Cina. Noi tibetani chiediamo solo di avere il diritto a preservare la cultura buddista, la nostra religione, la lingua e un’ecologia anche sociale della terra”.

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