Dipendente da Internet uccide la madre che voleva farla disintossicare

Dipendente da Internet uccide la madre che voleva farla disintossicare

Reduce da un centro di riabilitazione, si è vendicata così

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    Dipendente da Internet uccide la madre che voleva farla disintossicare

    Questa storia arriva dalla Cina, dove la dipendenza da Internet è un problema sociale già da tempo. Una giovane ragazza di sedici anni ha torturato e infine ucciso sua madre che voleva farla disintossicare dalla dipendenza dal web. La ragazza passava ore e ore davanti allo schermo, e aveva smesso anche di studiare. Dopo essere stata in un centro di recupero e aver subito punizioni estreme e violenze fisiche, ha maturato l’idea di vendicarsi e uccidere la madre che l’aveva fatta ricoverare. Secondo le autorità cinesi, sarebbero 24 milioni le persone letteralmente drogate di Internet nel paese asiatico. Altri 18 milioni sarebbero a rischio grave. Anche se a noi possono sembrare numeri eccessivi e incredibili, va tenuto in considerazione il fatto che in Cina ci sono 688 milioni di persone collegate a internet, 620 milioni via smartphone.

    Chen Xinran ha confessato il delitto di sua madre Li Xiaomei recandosi direttamente dalla polizia. Ha raccontato di averla tenuta legata a una sedia privandola del cibo per una settimana, così lentamente è morta di fame. Nel frattempo la ragazza aveva inviato foto e video della madre agonizzante a sua zia, chiedendo una sorta di riscatto in denaro per il rilascio. Dopo la consegna dei soldi, Chen ha chiamato l’ambulanza ma Li era ormai in fin di vita e i medici non hanno potuto far nulla.

    In Cina quindi sono stati attivati dei centri di rieducazione dal web, ma sono come dei lager, e le persone che ne escono fuori spesso raccontano di vere e proprie torture subite.

    Anche la ragazza che ha ucciso la madre era stata portata in uno di questi centri. Possiamo ricostruire la sua storia grazie al ”diario” sui suoi social network. Chen Xinran era stata prelevata con la forza e trasferita a mille km da casa sua, all’Accademia per la Difesa della Scienza e Tecnologia di Jinan nello Shandong. Aveva raccontato che vita era stata costretta a fare tra quelle mura, basata in pratica su violenze fisiche ingiustificate. Ad esempio limitavano la sua libertà personale, la costringevano a non dormire, la facevano mangiare nella latrina. Quando la notizia dell’omicidio ha cominciato a essere battuta sui giornali, in molti – reduci da centri di riabilitazione – hanno testimoniato a loro volta di aver subito persino l’elettroshock.

    Sono almeno 250 i campi di rieducazione dalla dipendenza da Internet censiti in Cina. Nonostante siano descritti come luoghi di recupero dei giovani ”drogati” dalla Rete, in realtà sono luoghi infernali, dove gli ospiti (che pagano rette altissime, tra le altre cose: 7 mila yuan, mille euro al mese) sono severamente puniti anche fisicamente con misure drastiche e con “pratiche militari”. Insomma sono vere e proprie gabbie in cui i giovani vengono torturati e sottoposti a umiliazioni e persino all’elettrochoc. Quando la storia del delitto è finita sui giornali locali si è aperto un dibattito sui sistemi di rieducazione in Cina. Si chiede ai genitori di aprire gli occhi sui veri rischi di mandare i figli in questi centri di ‘disintossicazione’. Non a caso il Tribunale di Jinan ha affermato che dietro l’omicidio ”c’è una terribile mancanza di controllo sui centri di riabilitazione da Internet… applicare limitazione della libertà fisica personale, violenze o elettrochoc, provoca danni che sono peggiori della stessa intossicazione da Internet”.

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