Rapporto Chilcot contro Tony Blair: ‘La guerra in Iraq fu un errore’. La difesa dell’ex premier: ‘Era necessaria’

Rapporto Chilcot contro Tony Blair: ‘La guerra in Iraq fu un errore’. La difesa dell’ex premier: ‘Era necessaria’
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    Rapporto Chilcot contro Tony Blair: ‘La guerra in Iraq fu un errore’. La difesa dell’ex premier: ‘Era necessaria’

    Una decisione precipitosa, frutto di una “certezza ingiustificata“, senza basi giuridiche che rese tutto un grosso errore. Così il rapporto Chilcot definisce la guerra in Iraq nel 2003 e la decisione dell’ex premier britannico Tony Blair di scendere a fianco dell’alleato americano George W. Bush. John Chilcot, presidente della commissione d’inchiesta che per sette anni ha analizzato 150mila documenti e ascoltato più di cento testimoni, ha tirato le somme e ha presentato i risultati alla stampa, di fatto additando Blair come il responsabile di un conflitto inutile, devastante e pericoloso. L’ex primo ministro si è subito difeso e ha dichiarato che quell’intervento era necessario e che “il mondo è un posto migliore senza Saddam Hussein“. Invece, quella scelta fu una delle cause che portarono alla nascita dell’Isis, lasciando un paese in ginocchio e preda di terroristi sanguinari e assassini.

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    Quello che è racchiuso nei 12 volumi che contengono tutte le carte dell’inchiesta è una verità a cui il mondo non può più voltare la faccia. La guerra in Iraq contro Saddam Hussein fu un errore sotto ogni aspetto. Lo fu a livello organizzativo perché fondata su piani completamente inadeguati, come inadeguata era la preparazione delle forze armate inglesi.

    Rapporto Chilcot, l'intervento in Iraq da parte del Regno Unito fu una decisione avventata

    I 12 volumi del rapporto Chilcot

    Non aveva alcuna base giuridica certa, scrivono gli autori del rapporto: il fatto che il dittatore iracheno avesse un arsenale di armi chimiche fu presentato come certo, mentre quelle armi non furono mai trovate. I servizi segreti fornirono “dati fallaci,” ma il premier (e chi per lui) non li ha controllati, preferendo usarli come certi pur di giustificare l’intervento militare.

    Blair inoltre sapeva che la guerra contro Saddam non era l’unica soluzione e soprattutto sapeva dei rischi a cui andava incontro sia l’Iraq che il Regno Unito. L’ex premier britannico, sottolinea il rapporto, “era stato messo in guardia che un’azione militare avrebbe aumentato la minaccia di al Qaeda al Regno Unito e agli interessi britannici“. Non solo. Era stato avvisato “che un’invasione avrebbe potuto far finire le armi e le capacità militari irachene nelle mani dei terroristi“, ha chiarito Chilcot.

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    Blair e Bush all’epoca della guerra in Iraq

    A questo si aggiunge che, pur sapendo di condannare l’Iraq al caos politico e sociale, non c’era un piano adeguato per il dopoguerra. Per di più, la decisione fu presa contro il volere del Consiglio di sicurezza dell’Onu, minando così anche l’autorità del massimo organismo internazionale.

    Insomma, un vero disastro su tutta la linea. Blair si è difeso e, in conferenza stampa, ha dichiarato di aver agito in buona fede per difendere quello che credeva essere il maggiore interesse della Gran Bretagna. “Io non credo che la rimozione di Saddam Hussein sia la causa del terrorismo a cui assistiamo in Medio Oriente e altrove. Il mondo era ed è un posto migliore senza Saddam Hussein“, si legge in una nota emessa dall’ex premier.

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    La presentazione del rapporto Chilcot

    Quello che sappiamo oggi, a distanza di 13 anni da quella guerra, è che il mondo è piombato nel terrore a causa della rinascita del terrorismo di matrice islamica.

    Dopo al Qaeda è arrivato l’Isis, formazione se possibile anche più violenta e pericolosa, che oggi contende il primato del terrore agli eredi di Osama Bin Laden.

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    Lo Stato Islamico ha fatto breccia nei territori iracheni, conquistando metà paese perché non ha trovato nessuno a difendere le città e la popolazione civile. L’esercito di Saddam è stato disgregato, i funzionari militari sono rimasti senza lavoro e senza stipendio e si sono rivolti altrove, mettendo a disposizione dell’Isis capacità militari e tecniche. Come ha raccontato un ex militante siriano, fuggito e intervistato dal Washington Post, i capi dell’Isis sono tutti ex funzionari di Saddam. “I funzionari iracheni sono quelli che comandano, decidono le tattiche da usare e i piani di battaglia, ma non combattono. Mandano i combattenti stranieri sulle linee del fronte“, dichiarò nell’intervista pubblicata lo scorso anno.

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    L’Isis ha trovato terreno fertile ed è cresciuto a livello militare perché ha raccolto i militari dell’era Saddam colpiti dalla una legge voluta dallo statunitense Paul Bremer nel 2003, dopo l’invasione, allo scopo di “de-baathizzare” l’Iraq, dominato per anni dal partito Baath dell’ex dittatore. Come ha ricordato Hassan Hassan, analista e co-autore del libro “ISIS: Inside the Army of Terror”, grazie a questa legge circa 400mila membri dell’esercito iracheno hanno dovuto lasciare i loro incarichi militari dall’oggi al domani, rimanendo senza pensione ma tenendosi le armi.

    L’aver destituito Saddam non ha certo cancellato la politica del terrore che ha tenuto insieme il paese per anni; l’ha solo spostata. Quello che i funzionari di Baath prima facevano agli sciiti, ai curdi e agli oppositori, ora lo fanno su larga scala, usando le tecniche della paura apprese sotto Saddam per governare i territori conquistati al governo di Baghdad.

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    Inoltre, la scelta di USA e Gran Bretagna di appoggiare un governo sciita in un paese a maggioranza sunnita ha provocato una spaccatura enorme che ha avuto come unica conseguenza la crescita degli estremisti e l’avvicinarsi di gruppi radicali, culminati con la nascita dell’Isis. È dall’Iraq che Abu Bakr al-Baghdad ha dato il via alla creazione del fantomatico Califfato, conquistando Falluja, Mossul e Tikrit, per poi espandersi in Siria. È qui, nell’Iraq post Seconda Guerra del Golfo che l’Isis è nato ed è cresciuto, arrivando a colpire in tutto il mondo, Londra compresa.

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